C'è nero e Nero.
C'è un nero che è Nero.














E un nero che mi fa ridere il culo.










Buone vacanze a tutti! Torno tra una decina di giorni. Di sicuro molto più nero dentro che fuori.
Di cosa siamo davvero responsabili? Della volontà di porci questa domanda.
Possiamo essere coerenti? La coerenza è l’unica schiavitù: non si può fare a meno di essere sé stessi.
Possiamo determinare, in parte o del tutto, il nostro futuro? Certo, considerato che il futuro è solo una rappresentazione.
Possiamo? Sì, tutto ciò che vogliamo. Soprattutto porci dei limiti.
Possiamo non avere limiti? Chiedilo all’acaro che in questo preciso istante ti sta mordicchiando la caviglia, o agli ascaridi che ti devastano l’intestino.
Cosa centra? Loro non hanno limiti.
Ma non sono individui!
Mostrami UN individuo, mostrami UN’identità! Ci sono solo razze.
Di che razza sei? Sono un razzista.
Nacque. Tra le grida della madre che per la prima volta scoprì il dolore, e le bestemmie del padre che sognava un maschio con cui condividere le gioie della Play Station e del MotoGP. Crebbe. Attorniata dai gridolini fatui e aciduli delle nonnine sovreccitate, dai pianti della madre in depressione post-parto attratta dal modello Franzoni, dal silenzio ostile del padre, dai borborigmi degli amici di famiglia, così disposti, in sua presenza, a regredire allo stadio della lallazione.
Si scoprì bella a tre anni, quando il servizio fotografico di uno specialista aduso a ben altre curve le consentì di avere un book tutto suo. Le espressioni e le forme che la natura le avevano dato in funzione della sua serenità infantile furono immediatamente rifunzionalizzate nell’ottica di vendere un bene non meglio precisato. Scoprì il potere della seduzione il giorno stesso in cui le fu proibito categoricamente di titillarsi i genitali.

Quattro anni dopo una dieta ad hoc unita ad estenuanti cure del viso e della fluida capigliatura bionda le consentirono di sfilare sulla sua prima passerella. La madre piangeva dalla commozione, un po’ invidiosa perché a lei simili chance erano state precluse. Il padre gongolava, celando con notevole imbarazzo la prorompente erezione provocatagli dalle colleghe della figlia. Le foto di quella gloriosa sfilata finirono sul sito di Pitti Bimbo, il più frequentato dai pedofili che non volevano incorrere nelle sanzioni della legge.
Con l’adolescenza e la comparsa di forme prorompenti capì che l’universo della moda le era precluso per sempre. Conservò il desiderio di abiti firmati, che la famiglia non poteva permettersi. Così, a dodici anni, iniziò a scattarsi della fotografie nei bagni della scuola, per condividere, a pagamento, con i propri compagni il piacere di contemplare i caratteri sessuali primari e secondari che accompagnavano il fiorire della propria femminilità. Quando tale prassi fu scoperta…lo scandalo fu unanime, e i suoi genitori non riuscirono a spiegarsi quella che una psicologa di grido, ospite fissa del Maurizio Costanzo Show, definì “la banalizzazione del proprio corpo” da parte della figlia.

La famiglia, ferita nell’orgoglio, cambiò città, e la figlia fu tenuta sotto stretto controllo, costretta a passare intere giornate davanti alla televisione, condividendo con il padre e la madre tutta una teoria di palinsesti dominati dalla De Filippi e dai reality. Gli equilibri famigliari furono ristabiliti il giorno in cui la figlia, ormai diciottenne, affermò perentoria: “Voglio fare la velina!”. Entrambi i genitori entrarono in fibrillazione…e in breve tempo riuscirono a mettere il frutto del loro amore in contatto con un assessore alla cultura nipote del responsabile della televisione locale, che per sedici ore su ventiquattro si occupava dei campionati di calcio per dilettanti. La natura del contatto con l’assessore non fu mai chiarita, ma questo assessore riuscì a inserire la pulzella all’interno del sistema televisivo. Di lì a poco la prolungata pratica di “banalizzazione del corpo” produsse i suoi effetti, e dopo aver spompinato due senatori, tre sottosegretari e persino il Primo Ministro, la Nostra ottenne il tanto agognato posto di velina. La propria ambizione, per la gioia dei genitori, non ne fu appagata. Voleva di più. La perdita della verginità anale le consentì di divenire Ministro per le Pari Opportunità, nomina sanzionata da parte di un Presidente del Consiglio con uno spiccato senso dell’umorismo.

Il breve ma intenso periodo di attività politica la segnò per la vita, dandole quell’idealismo e quella prospettiva a lungo termine che le consentì di affrontare con dignità e serenità l’avanzare della vecchiaia. Ormai aveva ben trentacinque anni, una solida carriera alle spalle, e doveva pensare al proprio futuro contando solo sull’esperienza, giacché il potere delle proprie forme iniziava ormai a scemare. Divorziò dal marito calciatore, impotente in quanto mini-dotato ma abilissimo nel cunnilingus, e si mise in proprio come talent scout, fondando un’agenzia il cui principale compito consisteva nel mettere in contatto giovani bellezze italiche con assessori di provincia. Ebbe un certo successo, ma per fare un vero salto di qualità necessitava del potere dello scandalo. Lo creò ad arte, finì su tutte le prime pagine dei principali quotidiani. L’opinione pubblica si divise, al solito, tra colpevolisti e segaioli arrapati; trionfarono i secondi, e la donna ne uscì notevolmente arricchita e con un’immagine ormai inattaccabile, anche grazie a una perfetta commistione di chirurgia estetica e pianti convulsi esibiti sul palco di Porta a porta. Arrivarono i cinquanta, e quella che ormai era divenuta la regina dei salotti che contano si inventò ecologista per rinnovarsi. Dato che già qualcuno aveva ostentato la propria “pelliccia” dichiarando di indossare solo quella…per dimostrare di amare gli animali la nostra creò un Reality tutto suo, in cui gli spettatori erano invitati a votare, tramite sms, le sue performance sessuali migliori: vinse quella con la giraffa nana del Borneo. Ne uscirono assai umiliati l’ermellino e il paramecio, dati per favoriti dagli scommettitori inglesi.

La sua morte colse il mondo intero di sorpresa…le esplose il culo. In seguito i mass media fornirono diverse spiegazioni dell’accaduto. La più accreditata concerneva l’evidenza di un attentato terroristico ad opera di estremisti islamici del Burkina Faso, unico produttore mondiale dell’unica pianta dalle cui foglie si ricavava la prostatica eburnea, sostanza necessaria alle erezioni del Presidente degli States; paese notoriamente governato dagli emissari di Satana in persona, il Burkina Faso subì una violenta rappresaglia: quaranta mila vittime civili suscitarono scandalo tra quei culattoni dei pacifisti. Costoro elaborarono nuove forme di protesta: si tagliavano i coglioni a vicenda sulla pubblica piazza, li raccoglievano, e per dimostrare di non essere a favore dei terroristi li depositavano in file ordinate attorno alla tomba della vittima del terrorismo internazionale. Costei, ormai martire riconosciuta delle contraddizioni della globalizzazione, divenne, assieme a Lady D., la principessa Sissy, Madre Teresa di Calcutta e Veronica Lario, un simbolo dell’emancipazione femminile.

A breve la storia di un uomo, che tuttavia auspicherei scritta da una donna.

Perchè, dunque, si chiederà qualcuno, parlare di sesso? Ancora? E ancora e ancora? Sì. Ancora.
Inizio oggi a gettare le basi di quella che sarà una riflessione che si protrarrà nel tempo. Non dirò nulla di nuovo, ma gli elementi che prenderò in considerazione avranno un’impostazione pragmaticamente utile al proseguo del discorso. Al solito, tali elementi sono tratti da una tradizione di pensiero, e come ogni tradizione non solo sono opinabili ma anche e soprattutto ri-funzionalizzabili, ri-costruibili, ri-dicibili.
La storia è semplice, se la fai semplice. L’uomo è “animale politico”, vero? Sì, ma già Hobbes aveva capito che tale condizione è subordinata a un bisogno che contrasta la reale natura dell’Uomo. Se esiste una “natura” dell’Uomo essa è comune a quella di tutte le altre specie: mangiare, bere, dormire e soprattutto fottere. L’Uomo diventa “politico”, o comunque civilizzato, dice Freud, con la proibizione dell’incesto, l’atto che antropologicamente segna il passaggio dallo “stato di natura” allo “stato di cultura”. Ma qual è il senso di tale proibizione? Niente più che la conservazione del privilegio del maschio dominante. Non esiste, infatti, una ragione biologica ma esclusivamente simbolica per cui uno non si possa chiavare la mamma. È la prima legge, quella su cui si è costruito il codice universale della specie. Scavare per andare alle radici delle dinamiche sociali significa arrivare a questo. La proibizione sessuale. Per preservare il potere, l’arbitrio del più forte. Già sento la burinaggine del pubblico medio... “e allora scopatela la tua mamma!”, e lo snobismo di quello più evoluto… “ma sai che novità!”. È questo il problema di ragionare in un blog, non sai chi ti può leggere…Vabbè, proseguiamo. A prescindere dalla mamma, mia o vostra, la proibizione sessuale o i tabù legati al sesso sono in ogni civiltà il cemento di qualsiasi apparato di potere, spirituale o temporale. E ogni regola ha, come necessario corollario, le sue eccezioni, le sue opportunità di trasgressione, ampliamente codificate e determinate da quello stesso sistema che ha coniato le proibizioni. La prostituzione sacra, per fare un esempio. Il sesso matrimoniale. Lo ius primae noctis, ma soprattutto quel capolavoro di ipocrisia, perfezionato dall’epoca vittoriana, denominato “doppia morale”, il “si fa ma non si dice”, per intenderci. Esso segna la nascita del sesso moderno. E Freud ne è il figlio degenere. Quali sono i punti che Freud mette all’ordine del giorno? Fondamentalmente tre:
- il problema della proibizione dell’incesto (più noto come complesso d’Edipo, non a caso un concetto su cui sono stati costruiti interi sistemi filosofici);
- la sessualità infantile, un’idea che a parlarne ancora oggi, a distanza di più di un secolo, si rischia il linciaggio;
- l’impotenza maschile come conseguenza della doppia morale (in sintesi: davanti alla purezza della madre-moglie, angelicata e santificata da un intero sistema culturale, l’uccello non mi tira perché non riesco a essere un animale come dovrei; poco male, mi rifaccio con le troie).
Il rafforzamento del sistema di mercato ha significato un grosso investimento di risorse sul “proibito”, un sistema che fa circolare denaro da tempo immemore, ma organizzato a puntino dall’inarrestabile evoluzione del capitale e delle sue regole. D’altro canto nasciamo accompagnati dalle prime proibizioni (“non toccarti il pistolino che cade”) e cresciamo a colpi di emancipazione indotta (le pippette adolescenziali, spesso condivise con i coetanei). Come non perdere il nume della ragione di fronte alle promesse esposte nelle vetrine che imprigionano il nostro immaginario? Un rapido elenco: la moda, le veline, l’orgoglio di una finta emancipazione sessuale derivato dalla supposta arretratezza di altre culture…et cetera et cetera…
L’eros diventa pornografia. Ma su questo torneremo. Basta non eccedere, perché si rischia di diventare maniaci. Ma qual è la differenza tra un maniaco e un simpatico Don Giovanni? Solo il fatto che il primo non ha ancora un mercato condiviso e consolidato a disposizione. Solo il fatto che le fantasie del secondo sono indotte, quelle del primo ancora libere e incontrollabili. Ma il maniaco è un rivoluzionario? Ahimè no, non è così semplice. È solo un violento, uno la cui volontà è stata distrutta dal desiderio. Per agire è necessario tener conto del contesto. Così come mi fanno ridere le donne che ostentano le proprie forme rivendicando la modernità della società in cui vivono, altrettanto miserabili sono quanti vedono in Sade l’emblema dell’emancipazione dell’immaginario.
La soluzione non c’è, ma ci si può lavorare. Sono convinto della necessità di assumere consapevolmente su di sé l’abito della doppia morale, onde evitare di entrare in collisione con un sistema di pensiero fortemente radicato, onde non scontrarsi con apparati di potere culturale talmente consolidati da rappresentare un nemico imbattibile. Il rivoluzionario è sempre una persona poco visibile, accorta, attenta al giudizio degli altri, che si premura di essere lasciato in pace per poter agire più liberamente. L’anonimato è la condicio sine qua non del vero rivoltoso. Ogni apparenza ostentata diventa un appiglio per un giudizio tanto affrettato quanto paralizzante. Eviterei le tette scoperte, le spiagge nudiste, l’ovatta nella patta dei pantaloni, la seduzione come attitudine comportamentale privilegiata. Meglio passare per bigotti che perdere il diritto di parola. Eppoi? Che dire? Che fare?
Credo nel potere della parodia. La via dell’emancipazione sessuale passa per Rebelais, ne sono convinto. L’eccesso comunicativo credo possa depotenziare il valore seduttivo della merce in vendita. Il disgusto è una cifra stilistica attraverso cui ridicolizzare, mettere alla berlina, relativizzare il potere assoluto della pornografia. Un disgusto, appunto, rarefatto, stilizzato, fortemente allegorizzato: rompere il muro del “non si dice” per entrare di diritto nel contesto del “si fa”. Fine primo round.
Prendo spunto da uno degli ultimi commenti apparsi sul blog, quello che accostava al termine “inconscio politico” il punto interrogativo. Beh…rispondo subito con tre punti esclamativi. L’espressione non è, ahimè, farina del mio sacco, ne sarei addirittura fiero, ma è il titolo di un libro di Fredric Jameson del 1981; siccome sono provato dalle mie recenti fatiche ne darò un’idea citando un estratto da www.filosofico.net :
Sicuramente una delle idee più originali di Jameson è quella di inconscio politico: richiamandosi a Freud, il nostro autore sostiene che non esistono fenomeni immediati e che ogni fenomeno va ricondotto alla rete relazionale di cui fa parte. Così facendo, si scopre l’esistenza di un “inconscio sociale” – già esplorato da Althusser e da Lacan – che si identifica con la storia; quest’ultima sfugge alla presa della ragione e, soprattutto, della coscienza, con la conseguenza che per noi è possibile indagare soltanto sulle tracce che la storia lascia nel suo procedere incessante. In questo senso, il marxismo non dev’essere letto come risposta a tutte le domande della storia (come credeva Popper, che s’era schierato assai duramente contro Marx), ma piuttosto come problematizzazione del presente. Come già aveva avuto modo di rilevare Althusser, lo scrivere e il narrare del testo letterario sono un “atto simbolico”. Soffermandosi, a tal proposito, sul concetto di ermeneutica, il nostro autore ne individua due distinti momenti: a) la critica delle ideologie; b) il ritrovamento – sulla scia di Ernst Bloch – nei testi stessi di un’inconscia tensione utopica. Tale vocazione utopica può essere spiegata tanto tramite lo strumentario concettuale di Bloch, quanto tramite quello di Adorno o di Benjamin. Ben si capisce allora perché Jameson legga i testi letterari armato della filosofia della storia marxiana, presa a servizio dall’ermeneutica: se infatti non si presupponesse una filosofia della storia unitaria (quale è quella marxiana), allora i testi del passato resterebbero muti per noi. I due grandi “nuclei dogmatici” del marxismo sono da Jameson ravvisati nella dialettica tra apparenza e realtà e in una filosofia della storia unitaria (“l’avventura umana è una”, ripete quasi ossessivamente il pensatore americano). L’idea generale a cui egli fa riferimento – in sintonia con Bloch e Benjamin – è che soltanto il marxismo sia in grado di rendere conto del passato. Contro Bloch, tuttavia, Jameson sostiene che il marxismo non ha due correnti (una “fredda” e una “calda”), ma che piuttosto è una sola corrente comprendente il momento scientifico e quello utopico, nella misura in cui smaschera scientificamente le ideologia e precorre utopicamente l’avvenire. Il nostro autore insiste molto su come, così intesa, l’ermeneutica trapassi in politica. Sono state soprattutto due tesi di Jameson a destare scandalo: 1) tutte le ideologie (anche quelle delle classi dominanti) hanno carattere utopico, proiettando nel futuro le loro speranze; 2) perfino quella che Adorno chiamava “industria culturale” racchiude in sé elementi utopici (tema sul quale già Bloch aveva insistito parlando dei “paradisi a prezzo scontato”).
È evidente la distinzione tra “inconscio sociale” o “politico” e “inconscio
collettivo”, cioè quel miscuglio di esoterismo maldigerito e complesso d’invidia del pene paterno partorito da Jung e tanto caro ai fascistelli postmoderni desiderosi di crearsi un Olimpo su misura. Beh, comunque questa digressione introduttiva mi si incastra perfettamente nell’ottica di fare una bella dichiarazione d’intenti sulle linee programmatiche del prossimo periodo del Teatro dell’Odio, questo strano Laboratorio dedito alla causa del recupero consapevole di una tradizione inesistente. La tradizione, si sa, o si dovrebbe sapere, è ideologia. Nient’altro. Con la tradizione si può giocare, per smascherare l’Ideologia. Questo è quanto. Se si riesce ad esasperare la logica da gioco di ruolo della società contemporanea potrebbe persino capitare che la gente inizi a riflettere sulle regole, e quando la gente riflette sulle regole inizia la fine del gioco, bello fin che dura poco, appunto. L’inconscio politico rappresenta un ottimo punto di partenza; se Freud, padre inconsapevole, e quindi colpevole, delle rivoluzioni del Novecento, ci ha capito qualcosa, e di questo ne sono pressoché certo, l’ha fatto nel momento in cui ha individuato nella libido l’energia di attivazione di ogni dinamica, psichica e sociale. Ne ha parlato con lucidità disarmante Marcuse in Eros e civiltà, ma come dimenticare la Storia dell’erotismo di Bataille o La funzione dell’orgasmo di Reich? Non c’è scampo: se si vuole ri-fondare o ri-funzionalizzare una tradizione si deve partire dal sesso o dalla sua forclusione. Primo buon proposito: parlare di sesso.

Secondo spunto programmatico: il colore. Già, perché una tradizione è soprattutto immaginario, e l’immaginario è immagine, quindi colore. Il nero, l’apologia del nero, l’adorazione del nero. Non la notte, non il lattex mortificante delle ninfette post-goth, non i capelli della Bellucci, non la bandiera anarchica o quella fascista…il Nero. Una condizione esistenziale, un abito sensoriale, una sinestesia paralizzante, il colore del Teatro dell’Odio.
Strappare il sesso all’inconscio, depredare la contemporaneità del suo nero sporco, credo che mi concentrerò su questo. Per un po’.

Intanto (perché no?), continuare a diffondere il contagio con qualche sprazzo bibliografico. A questo proposito, andate pure su www.teatrodellodio.splinder.com, e troverete il solito regalino.
“In quel tempo vi erano i giganti sulla terra e ve ne furono anche dopo che i figli di Dio si erano uniti alle figlie degli uomini, e da queste nacquero loro dei figli. Sono essi quegli eroi famosi fin dai tempi antichi.”
Bibbia, Genesi 6, v. 4

I Giganti hanno la testa tra le nuvole e i piedi per terra.
I Giganti ci vedono lontano, abbastanza per non calpestare merde per strada.
I Giganti hanno il cazzo lontano dal cuore.
I Giganti non hanno nemici, ma molto onore.
I Giganti sono molto attenti quando camminano nei negozi di cristalli.
I Giganti non fanno rumore.
I Giganti hanno bisogno di spazi aperti.
I Giganti scoreggiano determinando cataclismi.
I Giganti abbracciano il male e il bene.
I Giganti combattono con ardore e noncuranza.
I Giganti sono troppo grandi per la morte.
I Giganti hanno il terrore dei nani.
Il mondo è pieno di nani, con i piedi per terra O con la testa tra le nuvole.
Tutti pensano di essere Giganti.

In questo Santo Giorno, dedicato alla preghiera e alla meditazione, mi concedo un breve pensiero, neppure troppo originale, intorno al Mistero della Croce.
Personalmente non ce l’ho con Gesù, né voglio essere blasfemo, anche perché di Gesù tutto e niente si può dire: un corpo vuoto in cui sono state poste da diverse tradizioni tante di quelle anime contrastanti da disperderne il senso. Gesù è solo un simbolo. Mi stava simpatico quello del musical Jesus Christ Superstar, un po’ sfigato, strabichetto, neppure dotato di una gran voce, oscurato letteralmente dal carsima di Giuda, Simone, Kaifa o Erode, sballottato tra i capricci del Padre silente e la furia del popolo chiassoso…
Sì, insomma, Cristo è solo un simbolo, un contenitore. E ancora più simbolica è
È noto come la crocifissione sia stata una pratica alquanto diffusa nella latinità, e molti prima di Cristo sono finiti inchiodati sulla pubblica via. L’esempio celebre a cui voglio rifarmi è quello degli schiavi in rivolta contro l’Impero, capeggiati da Spartaco. Sei mila di loro, nel

Ma che succede? Mario ha vinto! Come può essere accaduto? Allora avevo ragione a mettere sullo stesso piano le Elezioni Politiche con la democrazia diretta proposta dal GF! Se non altro sul piano del riscontro. Cioè…in Italia si vota l’asse Berlusconi/Bossi per governare il Paese ma poi, quando si tratta di eleggere una figura ideale, si privilegia la franchezza senza compromesso di Mario alla faccia da “Milano da bere” di Christine, o al patetico e anacronistico richiamo ad antichi valori fraintesi di Gian Filippo, l’ultimo colonialista. E che finale è? Teresa contro Mario, fino all’ultimo. La finale dei falliti, dei poveracci, dei semplici. Si intende, televisivamente parlando. Ma ciò non toglie il fatto che sia contraddittorio riconoscersi in Mario e, contemporaneamente, voler essere governati da Silvio. Certo, le logiche del voto sono diverse. Allora forse si tratta di legge elettorale. Ne deriva la mia proposta di riforma, sempre che se ne intenda ancora parlare dopo l’indiscutibile trionfo dello Squalo Nazionale. Vi espongo il progetto di legge:
a tre mesi dalla fine della legislatura ogni forza politica sceglie un candidato premier. I candidati vengono rinchiusi in una casa attrezzata a trattenerli come ospiti per novanta giorni, costretti alla sopravvivenza (sì, ci metterei anche un po’ di Isola dei Famosi). Settimanalmente vengono sottoposti a svariate prove, anche di carattere culturale, e vincolati al confronto su specifiche tematiche politiche. Il pubblico da casa li vota. Onde evitare disguidi, ogni cittadino potrà mandare un solo sms a settimana (me lo vedo Letta a spendere un migliaio di euro al giorno in ricariche per il cellulare…). Eliminazione settimanale di un candidato finché non ne resti uno solo: il premier. I seggi del Parlamento possono venir ripartiti proporzionalmente all’ordine di uscita. Per me funziona. Se non altro ritengo che i margini di ambiguità comunicativa siano ridotti rispetto a quelli di una tradizionale campagna elettorale. Quasi quasi faccio partire una raccolta di firme…

Forse questo intervento può apparire scontato, ma non riesco a impedirmi di esprimere un’opinione rispetto al recente tour de force elettorale.
Beh, posso dirmi parzialmente soddisfatto, nel senso che la mia fiducia nel sistema democratico si è consolidata. Infatti…Mario è in finale; la gente ha capito. Il becero populismo caciarone di Lina è stato sconfitto, né il buonismo borgataro di Francesco ha avuto sorte migliore. Se anche gli occhioni imbevuti di MDMA di Christine, nel corso della finale, verranno puniti, allora saprò che vivo in un paese normale. La vittoria di Mario, auspicabile ma improbabile, coronerebbe il mio sogno: sentirmi cittadino italiano. Unica nota dolente: il trionfo di Marco ad Amici. Ma è questo il caso di fare autocritica: la trasmissione della De Filippi propone elevati contenuti artistici, e le mie umanissime, troppo umane simpatie profane non possono sperare di trovare seguito in un tale contesto. Passando alla politica, beh…il paese in mano a un giullare nano e a un paralitico affetto da priapismo rappresenta, in fondo, uno scenario interessante. Comunisti e Fascisti fuori dal Parlamento: credo sia un bene. Cosa centravano loro con QUESTA “democrazia”?

Cosa vota il Ministro dell’Odio? E soprattutto: chi se ne frega? Beh, dài, concedetemelo, tutti ne parlano, perché io dovrei tacerne?
Prima domanda: perché voto? Perché ci tengo a recitare la parte della persona normale. Lo devo fare sul lavoro, con le persone che non conosco, per strada, nei bar, quando dormo…perché non nei confronti dello strano Paese in cui vivo? Anche Lui, del resto, fa la sua parte nello strano Mondo cui appartiene, né dubito che
Cosa? Beh, mi sforzo di respingere il ricatto centrista. Nel senso…è ovvio che Veltroni e Berlusconi fanno lo stesso gioco. O, quantomeno, lo fanno sulle questioni che per me sono davvero essenziali. Fanno a gara per essere rispettabili agli occhi di due realtà che io aborro,
Quali sarebbero i valori messi in discussione da queste realtà emergenti? Un privilegio economico nascosto da una precaria, ma sbandierata, identità culturale. Quindi…non mi interessa. Passiamo a Sinistra (già, perché tralascio i Leghisti che, oltre ad appoggiare il PdL, rappresentano la cassa di risonanza di tutta l’ottusità provinciale e anacronistica della nostra nazione). Qui ho le idee meno chiare. Dunque, escludo
