
Arriva l’ora
Se sei solo
Tra notte e giorno
(Con la luce della notte che abbaglia
I deboli bargigli del giorno)
Arriva l’ora in cui
Bisogna smettere di temere
Perché sono gli altri che vedendoti
Temono te.
In questo Impero di lenta paura
Voglio fotterti e farti urlare.
Con la musica che t’inchioda
Al pavimento delle parole
Ti apro le cosce a colpi di giambo
Legandole a terra
Con corde intessute nel chiasmo.
Ti sudano i piedi per il caldo del ritmo
Guizzano le ginocchia lacerate
Da insostenibili cedimenti sonori.
Sverrai dal piacere.
Ferirti le carni di rime
Suturarle di seme. Sborrarti in muso
Vellicando il tuo culo ambizioso.
Cospargerti le costole di miele
Con sciami di mosche e vespe e fruste
Che dalla tua rorida fica furiose
Ti si riversano addosso.
“Sesso” non è una parola, è una suadente scommessa
Che vinco leccandoti tutta.
Cagati l’anima, amore mio,
Dio freme e vorrebbe ma non può.
Accoglimi dentro e diventa una scrofa
Sanguina sul mio dolore di non essere eterno
Rigurgita la voglia di popoli ottusi
Dalla tua bocca ingorda.
Sei una pozza di onnipotenza
Nel mare di violenza che ti vomito che ti affoga.
Sei tu la regina che io depongo
Uovo gigante partorito dal niente
Nella tua straziante vagina.
Consumati contro gli alberi
Aprendoti, dilatandoti, rivendicando
La tua inestinguibile fame.
La tua lucida pelle è il Libro
Scritto dal Profeta
Che io interpreto parola per parola
Per rivelare al Figlio dell’Uomo
L’odore della Donna.
È primavera, la frutta non ancora matura,
il delitto è nell’aria
pisciami addosso.

I comizi dell’oltreuomo
Da balconi sospesi su echi di applausi
Evocano parate struggenti,
miliziani di gesso frantumano sogni:
non più uomini ma falangi.
Dure e compatte, onde di carne
Che sublime travolge macerie
Inneggiando al florido potere.
Lo amo, amo le univoche grida
Di pedine gagliarde nelle mani
Di antichi dei celti, amo la guerra
E lo sterminio delle razze: è tutto
Come rilucente, come glaciale sguardo
Di un dio-esteta su ciò che fermenta.
Amo la perfezione infranta degli eserciti
Ma io contemplo, e non combatto,
Poiché amo la morte e morto infine
Non potrei (credo) amarla. Amo
Lo sfascio dell’ente in rivoli neri
Di frenetiche pulci affamate. Amo
Dio e la mano multiforme che
Sempre plasma creature difformi
Lasciando per sé la perfezione. Amo
Essere un dio e abbattere i templi
Dormendo puro di cuore
Fra le scarne braccia e i caldi sguardi
Di chi infinitamente amo.

Mi fate schifo perché
Perché ci siete
E vi vedo e vi annuso.
Mi fanno schifo le orecchie da mercante
Intarsiate con perle di cerume
E orecchini di paura,
I capelli tirati a lustro dal grasso del bisogno,
I nasi forati per rimettere muco
E ingratitudine.
Mi fa schifo che l’epica
Sia un valore da fascisti
E sciovinisti mentre i “giusti”
Si arrabattano nella giustizia inerme.
Mi fate schifo con i vostri cenacoli
Di vergini lese e marionette imbellettate d’antrace,
Mi fa schifo come scodinzolate
All’idea di uno zuccherino al veleno.
Malati di conferme,
Mi schifano le vostre piaghe.
Mi fa schifo chi vuole comandare su un mondo di eguali,
Chi carezza la diversità con la mano guantata,
Mi fate schifo voi tutti
Che proponete soluzioni sagge a insani problemi
Mettendovi in ginocchio, umiliandovi
Di fronte alla vostra supponenza.
Mi fanno schifo i vostri genitali
Segnati dai codici a barre,
Conclamati ma criptati genitali,
Umidi gli uni degli altri ma sempre assetati
Plastificati, incipriati, ben oliati.
Mi fanno schifo tutte le idee
Asservite alla vostra grottesca ricerca
Di un’identità condivisibile,
Mi fa schifo il vostro bisogno di confondervi
Nel mare nero delle altrui opinioni.
Mi fa schifo il vostro impersonale Paradiso,
La vostra opportunistica dannazione
E quel Purgatorio in cui naviga
L’oscenità del perdono che concedete a voi stessi.
Mi fa schifo la vostra eterna giovinezza
Così inadeguata a questo pianeta stremato
A questa civiltà imbalsamata
A questo divenire rinnegato.
Mi faccio schifo quando l’Odio china il capo
Di fronte allo schifo.
Perché lo schifo mi accomuna a voi
Che vi schifate di me
Invece di Odiare
E combattere.
Non cercate nemici al di fuori di voi
Cercate sicari
Complici del complotto
Asserviti alla causa
Della vostra fine.

Non potete opporre resistenza
All’edera che riconquista la città
Ai vestiti che vi si sciolgono addosso
Ai borbottii che sommergono le parole
Al sonno che vi riporta indietro
Alle culle che odorano di pelle
Al cielo che stanco vi si accascia sulla testa
Al vomere che non scalda più le zolle
Alle tempeste che ridono di sé stesse
Alle finestre che si aprono sui rovi
Ai vecchi che non puzzano più
Al bosco che si spoglia per morire di pioggia
Ai fiumi e al tempo che si fermano
Ai cavalli montati a pelo dal fuoco
Ai branchi di lupi romiti tra le rovine
Ai vulcani di malattie
Alle maree di bende usate
Alle risacche sazie dei doni del mare
Alle vergini appassite
Alle puttane piangenti
Ai vacillanti eserciti dei precari del nulla
Ai bambini con gli occhi grandi e senza luce
Ai denti neri
Alle preghiere sputacchiate
Alle mani che tremano sui banconi tarlati
Ai muschi, alle muffe
Alle fenditure sui muri inutili.

Quale casa
Quale cibo daremo
A chi non ha più fame?
I fuochi dei roghi riscalderanno i sopravvissuti.
Il respiro dei morti
È la bruma sospesa sui campi
E la fuliggine che acceca
Cade un pezzo alla volta facendo notte prima del tempo.
Ogni animale, piccolo o grande
Ogni pianta e ogni arbusto
Si rintanano nel più lungo dei letarghi.
Sventurato colui che attenderà un nuovo Sole
Sotto un cielo che non c’è più.

Loro non hanno freddo non hanno fame né sete
Loro strappano i petali degli arachidi
E non spiacciono loro gli implacabili “non m’ama”
Loro non si dispiacciono a loro piace
Tutto.
Loro non sanno del due dopo l’uno
E non si devono accontentare perché sono
Quello che loro hanno.
Loro nascono sepolti, loro nutrono gli altri,
Loro sorridono perché sono fatti così
Per loro tutto è nuovo
A loro non succede mai nulla.
Il fuoco è una scintilla, la notte una stella,
Una rondine fa primavera e uno sci inverno.
Loro brancolano in branco girando in tondo
Loro vanno per la loro strada.
La loro strada è stretta ma lastricata d’oro
La loro strada non prevede incroci
Né semafori neanche dossi solo soste
Il traguardo è sempre dietro l’angolo
Loro camminano in cerchio.
Loro non sanno che dietro al vetro
Fanno la fila per ridere di loro.
Loro ridono perché ridere ritarda la comparsa delle rughe.
Loro piangono solo se qualcuno li guarda.
Loro cacano ma non hanno il culo.
Loro danzano con le motoseghe
Ebbri del frastuono.
Loro sanno che il Paradiso li attende
E può attendere in eterno.
Loro crescono loro invecchiano
Loro prolificano loro muoiono
E sanno che non c’è mai stato nessuno
Né c’è né mai ci sarà qualcuno
Come loro.
Frastornati!
Ricordi? Quel giorno dovevi fare pipì
Pioveva: ti accovacciasti
Nuda e luccicavi
Partoristi nel fango
E il sangue disegnava nella pozzanghera
Tessiture sbagliate, arabeschi
Petrolchimici.
Terribili ere
Conigli e re
Cannibali deposti
Ma verrà
Ogni giorno è Parusia
La strategia della tensione
Nuclei armati rivoluzionari
Hanno minato i cancelli
Del Paradiso. San Pietro con gli antenati
Fanno appello alle autorità competenti.
Dio è morto
Al suo terzo mandato
I candidati alla successione (un industriale un intellettuale e un inattuale)
Si scontrano su temi di scottante attualità.
Nel clima di riconciliazione
Del post-caduta-del-muro
Vinceranno tutti e tre.
Solve et Coagula.
L’Oro, il Sole abbattuti nelle piazze
Simboli del regime sconfitto
Si riorganizzano in cellule armate.
Milioni di giovani invidiano al Papa
Il suo vestito.
Un sondaggio rivela che il 98% degli esseri viventi
Pensa di morire
Un giorno.
Il restante 2% non esprime un’opinione.
Gufi bianchi
Imperatori del bosco
Rami vibranti
Acque che scintillano
Rituali da batteri Irti seni irti
Foglie morte, putridi stecchi Piatti ventri piedi tesi
Ballano sotto la neve LO SAI
Sporca. CIO’ CHE VUOI? Lunghe gambe
TRAFITTO
TRAFIGGO Labbra
Lebbra sessuale
Masse seriche
Sul tuo culo.
Carne nel fango
Il mito del sangue e della terra
Alle radici il Dio delle Paludi
I cani ubriachi della rivolta a cazzo duro
Si perdono tra gli echi umidi del sottobosco.
Voce I Voce II
Certi cibi hanno il sapore della fretta
Ho fame di rospi
L’odore del fango asciutto
E ragnatele di zucchero filato
Il problema dell’alba e dell’ombra
Ho fame di semi e di aborti
Tutto è discrezione
Il mio sorriso si è ghiacciato
Le corone di fuoco spandono buio
Si è liquefatto
Sui rovi muffiti
Lo porto storto, contratto
Con la bocca chiusa, a braccia aperte
È un peso tra i flutti
In ginocchio, è la luce che manca!
Una croce di latta
Il Sole è mio nemico perché mi parla
Ho rotto la sedia in testa al prete
Ho ubriacato un neonato
Le stelle sono inutili
Ho violato un intero gregge
La notte è scialba
E di tutti i sapori resta un ghigno
Le nuvole hanno perduto le forme
Un po’ di rame e di sangue
La foresta di simboli brucia nel torpore
L’odore dei funghi, dei fumi
Quando gli odori restano odori
Su tutta la pelle erba fresca
Se niente parla più
Che mi schiaccia
Non c’è più niente di cui parlare
Mi stringe
Solo fremiti, rari fremiti
Ho la bocca piena di erba
E segnali di panico sbilenchi nel cosmo del “già detto”
Non riesco a gridare
E nonostante tutto
Sorrido
Allo sguardo di un cane per strada
Al vecchio che s’incazza
A un bambino che si rialza.
Sorrido dell’assurdo e della gioia scomposta
Sorrido delle lacrime degli altri
Sorrido di un ubriaco che piscia
Sorrido dei colori nei bidoni sventrati.
Sorrido per il freddo che intirizzisce
E del caldo che sbuffa sudato
Di starmene steso nel mezzo della festa
Mi piace il sole tra le nubi
E la pioggia che evapora senza bagnare
Sono felice delle rappresentazioni del cielo
E delle feste di paese.
Mi piace piacere e ciò che mi piace
Fiori e cacche nei giornali
Colori sparati a cazzo sui muri
Cittadine industriali vestite a nozze
Sorrido sorrido sorrido della paresi
Che ogni tanto mi scopre gaio
Come un teschio di lebbroso.
Non è questo – dicevo – che volevo dire
Parlavo ai corvi e al ghiaccio
Parlavo tacendo.
Mi perdo nel mio potere di essere fermo
E zitto e muto e silenzio e silenzio.
Il mio potere di restare senza parole
Potere che inebria e sazia
Che lascia ai suoni la furia
La boria la storia
Potere che muore sugli allori di ogni istante.
Dare nomi non mi piace, sogno
Parole che rendano vuoto il vaso
Pronto all’uso.
Non so come vi chiamate – dicevo –
E uccidevo. Non so. E sapevo.
Mia la gioia, mio il dolore. Mio il mondo.
E nel deserto morivano inutili fiori
Senza frutto. Peccato perché peccare
È inutile. Peccare è la vita. Amo
Le immagini che non so più dire.
Immaginate – dicevo – di immaginare,
di tornare a sognare. Ma io sognavo. Io vedo.
Dicevo – guardate!
Oltre al bene e al male, al vecchio e al nuovo,
oltre alla terra e al cielo, all’acqua e al fuoco,
oltre me e te, oltre l’altro che non c’è,
oltre la realtà. Oltre l’ostacolo. Oltre la guerra.
Oltretutto c’è il Tutto. Intangibile
Come l’imene di una suora-bambina.
Amici, amanti, amori, sodali, salariati, sfruttati,
defraudati, vilipesi, maniacali, celebrolesi,
profondi alcolisti della nuova era, ottusi idoli,
padri fottetevi! Intangibile
come la gioia di un paramecio in formalina.
È lì, non vedete? – dicevo – non sentite?
Non volete sapere ANCORA? No. Non volevano.
E nel mio deserto di parole fioriva la carne.
Non volete? - dicevo – La verità?
Sì. Raccontacela.
E tacevo.