
Io penso, o almeno mi pare, poiché il cogito non determina il mio essere. Sento e mi rifiuto di farlo. Soffro ma me ne vergogno. Scavo solo grazie alla forza di gravità, e neppure peso molto. Non vado mai lontano, se non altro perché penso di non aver ancora esaurito le possibilità dell’hic et nunc. Eppoi l’Altro, che non esiste. Se non come minaccia, ma comunque si tratta solo ed esclusivamente della mia rappresentazione della minaccia. Il labirinto più indistricabile si sviluppa dentro di me: una linea retta che con violenza unisce la bocca allo sfintere, sicché tutto ciò che entra esce a una velocità tale che non riesco a trattenerne nulla.
Ho tanta paura che il mio Io mi tradisca, così tanta che a volte fingo che esistano anche gli altri. Faccio tanto di cappello e comunico con la sorpresa che mi crea la semplice supposizione della loro esistenza. Come comunico? Oh, non pensiate…mi renda ostico…o Dio sa cosa…concetti semplici, essenziali, figure primordiali come l’Arca ed il peccato. Ma le supposizioni non comprendono, vengono a galla come sugheri ignorati dai pesci, nella bonaccia del mio romanticismo rinnegato. Forse perché il semplice fatto che ognuno veda ogni cosa in maniera differente fa sì che io sia l’unico a vedere, e tutto il resto un’ipotesi di sguardo.
L’Uomo del Sottosuolo mi fa un baffo: un manichino d’altri tempi che trascorre l’esistenza in una dialettica necessaria con quel piano di sopra che io rifiuto da tempo immemore…anzi, non rifiuto neppure perché non c’è davvero nulla da rifiutare. Io mi rifiuto, ecco piuttosto questo sì. Mi rifiuto di, un giochetto che mi consente di, tralasciando il fatto che…dentro e fuori non c’è. Maddio la rabbia e la paura…cosa succede? Semplice che più semplice non può essere: temo la rabbia, mia; e mi dà noia la paura, mia. Ogni qualvolta il mondo mi si apre davanti succede che il sangue sgorghi dalle mie ferite.
Come quel cibo che si autoalimenta trapassando il mio organismo, sento di dover compiere un viaggio; sì perché non si nasce immobili e inerti, si nasce in movimento e ogni passo riavvicina a sé. Monade. Mi capitò di confondere Leibniz e Spinoza, perché al Liceo me li chiesi lo stesso giorno e mi diedi un pessimo voto. Così ho un’etica, sì, persino io, un’etica che rifiuta la mia violenza, danna e condanna quel profondo desiderio che mi pervade di mettermi in discussione annientando, così, il cosmo. Però…onesto sì…da me dipende la mia sorte. Non lo scordo mai e me lo rammento ogni notte nei miei sogni. Sono una persona responsabile, io.

Poi c’è quell’altra questione…la storia…anzi, la Storia. Ontogenesi e filogenesi si scambiano simbioticamente esponenti fino a farmi impazzire. Recupero delle possibilità del “narrare”, l’altra etica…ma se io sono l’Uomo posso solo raccontare alla mia rappresentazione dello specchio come io ho vissuto il matrimonio tra silicio e nitrato d’argento, celebrato dallo ieratico sfogo ammoniacale dell’acido tartarico. Lo stadio dello specchio, già, come se prima ci fosse Altro, come se ci fosse un dopo. Eppoi questo assurdo, ossimorico Narciso, che pensò di essere altro da sé. Ovviamente pagò il fio della propria malafede, sì perché Romanticismo è solo malafede.
E dunque quale Storia se non quella della paralisi? Quella del cubo in cui si inscrive il mio corpo? Quella degli attentati con cui la mia fisiologia insidia il primato della mia percezione? Quella di quelle ombre che…ma quali ombre? Forse che la mia vista si annebbia col trascorrere dei lustri? Forse che lo specchio mi scatena contro invisibili sfaccettature? Ombre? Di certo una disfunzione, non ne posso essere responsabile. Chi altri per me? Nessuno se non il fato. Mi scopro fatalista, con stoica abnegazione. Ecco la Storia! Il rincorrersi di ombre in cui intravedere l’ipotesi di una logica, il Nero attraverso il quale la circolazione sanguigna del globo oculare intesse ipnotiche scene di vita vissuta. Attraverso quello stesso cangiante Nero che ne costituisce lo sfondo.
Ombre di Nero, endiade necessitante di una taostica dialettica, estranea alla verità della monade. Ma no, perché? Forse che in me non vi è bene o male? E allora Nero sia, laddove la luce del mio pensiero riflette sé stesso all’infinito. E danzanti ombre si levino al cospetto del mio stesso sguardo che s’imbizzarisce sulle forme del mio corpo. Persino nell’Uno vi è un che di attivo e di passivo. Che ne completa la granitica impenetrabilità. Sempre che vi sia alcunché in grado di penetrare me. Io cemento l’amalgama dei doni di Dio. Io vivo nell’attesa della non-vita. Io, unico vivente, io, unica possibilità della morte. Che mi deve qualcosa, sorella morte, morte che alberghi in me, promessa, destino, sanzione definitiva dell’eccezione che sono.
Fumo e bevo, bevo e fumo, mi accoppio persino con quanto di me riesco a vomitarmi sul pene. Poiché vivo, più vivo della vita. E volo nei cieli delle possibilità che mi consento. Sono Nero di luce, sgretolato come il muro che resiste a mille assalti senza mai cedere. Rotolo nella ruota del buio privo di dimensioni o direzioni o deiezioni. Nel buio perfetto. Mi oriento facilmente, perché sono il polo magnetico. Non precipito mai, possedendo il senso dell’inizio e della fine racchiuso nel segreto dell’oblio dell’Altro. Mi eccito, sì, mi eccito. E come non farlo quando amarsi comporta il possesso del desiderio. Se la smetto ora non riprenderò mai più. La mia Storia, che inizia e finisce un attimo prima di iniziare.
Eppoi aprirono le gabbie. Essi. Loro. Quelli. Altri. Già, mi sbagliavo. Pensavo di esserci solo io. Mi hanno colto di sorpresa, barbari dissennati distruttori. Io non ho voluto uscire, così hanno preso a rintuzzarmi con le loro armi: suoni articolati nel disgusto, un’infrazione al Silenzio in cui ero vissuto ed ero morto infinite volte. La musica…la musica…armonie perverse che frantumano ora e sempre il coraggio del mio solipsismo. L’Armonia è fuori di qui, più forte di me, ed io un errore madornale che ho compiuto sulle tracce della forza eterna. Quando i loro occhi mi si posarono addosso riconobbi la ragione dell’abominio, e lo specchio si ruppe, il Nero s’infranse, la turpitudine dell’ovvietà annientò l’onnipotenza dell’abisso.

Poi, riflettendo, ripiegandomi nel tepore creato dalle mie ginocchia, approssimandomi alla prenatalità del mio sesso, compresi la ragione di tutto questo. Ero io, sempre io. Io, solo io. Che dovevo raccontare una storia, oltre quella universale già da tempo esaurita. Per vivere ancora mi inventai il dolore, e gli diedi un nome e una forma, quella dell’Altro. L’autoconservazione rappresenta l’ultima frontiera: un passo oltre e sogghigna la sconfitta della perpetuazione. No, non andrò oltre: mentre le mie creature dilaniano gli angeli dell’autismo a colpi di promesse oscene, demolisco pezzo dopo pezzo le fondamenta del Paradiso, quel posto buio e nero dove il silenzio si pasce di sé rendendomi infinito.
Exsurge Domine, Dite Pater:
tibei commendo uti semper ego odio sim
hominum generi.
(Antica evocazione pagana)

Io sono il “Diavolo”, per quello che significa. Diciamo che, a quanto mi risulta, in qualunque punto del pianeta sono noto con questo nome o, meglio, con il suo corrispettivo anglosassone, “Devil”, più vincolato all’ineludibile implicito “evil” che alla filologicamente solida derivazione greco-antica. Miracoli della globalizzazione…Ho indossato infinite maschere, ed esistono molti più diavoli che capelli. Sono stato associato, iconograficamente, alle peggiori visioni reperibili nel limitato e ingenuo immaginario umano; tutto quanto, nelle diverse epoche e civiltà, vi era di ripugnante, pauroso, inammissibile o deleterio è stato accostato nel nobile sforzo di costruirmi una maschera adeguata. Culti emergenti mi hanno ricoperto dei panni di religioni decadute, sicché a tuttoggi le vesti che mi sono proprie si rifanno a una tradizione scomparsa: gli zoccoli di Pan, il tridente di Nettuno, le corna di Dioniso…come se anche la tradizione classica fosse univoca e univocamente codificata…ma si sa, la pigrizia delle umane facoltà è tale da rendere il mondo intero, in tutta la sua complessità, come un disegno ragionevolmente prossimo alla percezione antropica della realtà. Se di una cosa vado fiero, è l’innumerevole quantità di nomi, soprannomi, cognomi, nomignoli ed epiteti che mi sono stati affibbiati. L’uno più suggestivo dell’altro. “In principio era il lògos”…recita una delle tante Scritture a disposizione dell’incredulità umana, ma la “parola” è il mio regno, e mi compiaccio di quante parole siano state coniate in onore della mia “persona”, non ultime quelle che andate leggendo. Mi pasco di questa ambiguità, grazie alla quale mi posso celare dietro ai discorsi, mentre Dio, detto l’Indubitabile, vacilla incerto dietro al Silenzio del Dogma. Nessuno osa parlare di Dio, solo delle sue leggi. Ma tutti parlano di me, che non giudico mai nessuno. Perché? Perché gli dei, soli o male accompagnati, sono solo risposte irrazionali a bisogni concreti. E io sono il Male, cioè il bisogno. Ne deriva che io esisto, e di me si può parlare all’infinito. Dio, la risposta, è un’illusione, come tutte le risposte. Ed è meglio non discuterne troppo. Io, forse, farò le pentole senza coperchi, ma i coperchi inventati non fermeranno la zuppa che trabocca sui fuochi delle vostre cucine sino a spegnerli. Sì, perché la gente prega Dio, ma evoca me…Io non ho paura di mostrare la mia faccia, perché io una faccia ce l’ho. La vostra.
Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.
E io sono nato anche prima. Quando avete iniziato ad avere paura. Quando la posizione eretta vi ha reso giustizia, mostrandovi l’immensità che vi circondava, e capiste quanto eravate minuscoli. E tutto vi faceva paura. Come adesso.
Allora guardaste in alto. Il fulmine che vi diede il primo fuoco. La pioggia che vi dissetava, e nutriva ciò di cui vi nutrivate. Gli uccelli che cacciavate. Là poneste il vostro Dio, il Sole. E quella dea che vi consolava materna dalle minacce delle tenebre:
Il primo potere che conosceste proveniva da Dio, e i sacrifici servirono a placarlo. Demoni gli avversari di tale potere, potenti perché sconosciuti: se avessero potuto spiegare le loro ragioni, avrebbero cessato di essere malvagi, e il vostro potere avrebbe cessato di esistere. Ridotti al silenzio, i demoni perdurarono, e perdurano nell’odio e nell’ostilità.
Demoniaco era lo straniero, il barbaro, e demoni i suoi dei. E demoni i vostri per lui. Ogni guerra si fece uno scontro tra Dio e Diavolo, e tutti combattevano dalla parte di Dio. Come adesso.
Poi arrivò il Dio unico, e con lui l’unico pensiero. Il Dio lògos e la sua inoppugnabile ragione. Nel segreto l’Avversario si pasceva dei vostri errori. Finchè la ragione divenne il vero Nemico, e ancora oggi meglio non pensare, meglio non parlare, meglio dire ciò che dicono tutti, che dire dell’Altro è dire di Me.
Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.
Accadde un giorno, neppure tanto tempo fa, che divenni il Principe di Questo Mondo. Il Male l’unica regola, il Bene l’unica risposta. E ogni potere comportò il trionfo nominale del Bene, il perdurare silenzioso del Male. Silenzio, Buio, Mistero, Segreto, Alterità, Indicibile Bestemmia, Rimozione, codesto il mio Regno; voi pensiate sia una prigione, ma di qui io tendo i miei tranelli, e non ho ancora incontrato qualcuno in grado di sfuggirvi. Voi pensiate il nomarmi sia un insulto al vostro Dio, e non capite che il nome di Dio paralizza
Chiesa ed eresie, più di un millennio di Storia, la vostra Storia. E le vostre parole mi hanno fatto dominare su entrambi i fronti, con Dio sempre più remoto, cacciato dalla violenza delle vostre inumane vendette. E le fedi di oggi, secolarizzate come un tempo, come un tempo asservite ai più disparati poteri, pensando di combattermi si limitano a combattersi tra loro. Perché io ho mille nomi, e Dio uno soltanto. Ponete il Male fuori da ciascuno di Voi, negli Altri, e gli Altri fanno lo stesso con voi. Per me non cambia nulla: io sono ovunque. E Dio sempre più una parola vuota, una risposta taciuta, il vero Silenzio. Disse un mio vecchio amico: “la più bella astuzia del diavolo è convincervi che lui non esiste!”. Certo, e così agire indisturbato. Ne consegue che la più grande idiozia di Dio è voler a tutti i costi convincervi della sua forza, costringervi ad abdicare a voi stessi rimettendovi alla Sua forza. Ma se io non esisto mi rafforzo, mentre lui, come me sostanziato della vostra fede, perde smalto ad ogni preghiera. Io sono
Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.
Eppoi…i miei adepti, quanti dichiarano non tanto di credere in me, quanto di confidare in me,
di adorare me, di perseguire il mio nome. Ce ne sono di svariate razze. Come cani, alcuni sono lupi, altri botoli col fiocchetto. E avanzano organizzati in una perfetta struttura piramidale.
La massa di coloro che agiscono sotto le mie bandiere, la base, è costituita da una masnada di inguaribili, disgustosi romantici, discepoli di Milton e della sua tragedia per adolescenti. Gente che mi evoca perché ha perduto il Paradiso…già, come se per loro ce ne fosse mai stato uno. I Ribelli…sciocchi, sventati, ritardati. In perfetta dialettica con quanti li condannano, vivono di condanne, si pascono di pregiudizi, esaltano quegli stessi attributi per i quali i loro “avversari” maledicono la mia memoria. Trogloditi, ascoltano e suonano musica per trogloditi, e come trogloditi si vestono. Affermano così la loro ipocrita diversità, come se servisse travestirsi da clown per stravolgere una predestinazione genetica. Le sette, i ritrovi giovanili, i balletti di femmine desnude nei boschi, le evocazioni nei castelli diroccati…tutta una congerie di tradizioni mal digerite, poco approfondite e tratte in gran parte da fonti contaminate.
Poco sopra si collocano i propagandisti, quei divertenti giocattoloni che rimescolano ad arte simboli e messaggi con il chiaro intento di pascere le numerose bestie del primo gruppo. Penso ad esempio ai miei amici massoni, e a chi, come loro, pur senza credere in me, alimenta il calderone dei segni dandomi forza e compattando i miei eserciti. O a quanti, esperti operatori di marketing, lavorano a livello subliminale per minare le fondamenta del pensiero unico, diffondendo menzogne antagoniste rispetto alle menzogne ufficiali, saturando le coscienze di dubbio, e quindi di inerzia, e quindi di fiamma pura, incorrotta. Di questi sottoufficiali molti sono scrittori, musicisti, attori, politici, pittori…insomma, operatori culturali. La ricombinazione di elementi della tradizione asservita all’incremento dell’ambiguità, il carisma individuale orientato a oscurare la luce accecante dell’opportunismo dominante, il genio del distruttore di certezze, l’unico possibile. A tutti costoro spetta il compito più lieto: diffondere a manciate l’idea ossessiva che vi sia un Mistero su cui riflettere.

Eppoi al vertice gli ultimi, ossia i Primi, i Burattinai. Quanti hanno capito. Quanti sanno. Il loro sapere è naturalmente esoterico. Non scrivono, non parlano. Il loro sapere li ha portati all’afasia. Sanno. Sanno che qualsiasi loro azione è mia, sanno che io albergo in loro. Sanno che la mia verità è l’unica possibile, credibile, attuabile. Il loro Silenzio emana potere, che si riflette sui loro sottoposti. Sono i serbatoi della mia vocazione. Il loro Odio è talmente distillato da bruciare ogni pensiero, ma a loro pensare non serve: privi di identità, sono i miei occhi sul mondo, occhi fatti più per illuminare che per guardare.
Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.

La prima cosa che notai, al mio arrivo, fu l’incredibile magrezza degli abitanti. Emaciati, i volti contratti, gli occhi fuori dalle orbite, con il loro incedere a gambe aperte parevano spettri, e lenzuola le loro vesti, rigonfie intorno alla vita. Era come se tutti fossero vestiti con sacchi pieni di terra, né era il loro corpo a riempire quegli assurdi sudari, giacché la testa, smunta e rinsecchita, sbucava troppo esile dagli enfi fardelli.
Ero giunto a ***** per assistere alle nozze di un’ignota cugina, unica superstite di un ramo tronco della mia famiglia. Essendo ella orfana e priva di parenti più prossimi, era mio preciso dovere condurla all’altare. Poco o nulla sapevo del suo futuro consorte, se non che si trattava di un notabile di quel remoto paese.
Allontanandomi dalla banchina del porto, dopo il mio approdo, la prima cosa che mi colpì fu l’estrema pulizia delle strade e dei marciapiedi: era tutto così lindo da parere uno sfondo teatrale. I passanti non sembravano particolarmente entusiasti, piuttosto macilenti e spossati sotto il peso dei loro abiti. Dopo pochi passi un mendicante mi tese la mano. Cavai dalla bisaccia qualche spicciolo e glielo porsi; parve offendersi, né io capivo cosa volesse da me. Mi cacciò con un gesto brusco. “Di certo non patirà la fame”, pensai tra me e me considerando il suo corpo grasso e lustro, nonché nudo dalla cintola in giù. Mi affrettai verso la locanda presso cui avrei alloggiato, con la speranza di poter rivolgere all’oste qualche domanda circa le usanze locali, giacché mi parve così strano incontrare un mendicante palesemente obeso nella torma dei passanti smunti e dinoccolati.
Il mio albergatore era un uomo prossimo alla sessantina, esageratamente magro, più ancora dei suoi compaesani, o almeno di quelli che avevo incontrato fino a quel momento. Un capino che ricordava fin troppo le parvenze d’un teschio, anche grazie alla totale assenza di capelli o barba, sembrava incastrato a forza sopra un ampio abito che si allargava come una campana, per raggiungere la massima ampiezza tutt’attorno ai fianchi. “Come intende pagare?” mi chiese dopo alcuni frettolosi convenevoli. Mi affrettai a rassicurarlo circa le mie possibilità. “Non si direbbe; – replicò flebilmente ma con sicurezza il mio ospite – Vossignoria appare grassoccio e in forze…”. Non comprendendo per nulla il senso di quell’osservazione (peraltro la mia stazza è decisamente al di sotto della media, almeno nel mio paese d’origine) sorrisi allusivo, pur senza alludere a nulla in particolare, e mi diressi verso la mia stanza. Vi entrai, poggiai i pochi bagagli, mi stesi su di un comodissimo pagliericcio e mi addormentai di sasso. L’indomani avrebbero avuto luogo le nozze.

Mi svegliai poco dopo l’alba. La frescura che accompagna la nascita del nuovo giorno mise in moto assai rapidamente il mio intestino: defecai nel vaso da notte, e poi lo svuotai scaraventandone il contenuto dalla finestra, come sono sempre stato abituato a fare. Subito dopo un vociare dalla strada mi spinse a riaffacciarmi sull’esterno: guardando verso il basso, vidi un certo numero di persone avventarsi sulle mie feci, ghermirle con bramosia, disputarsele e quindi infilarsele all’interno degli abiti. Un sospetto che allora mi parve assurdo mi balenò in capo, ma lo scacciai repentinamente.
Vestito di tutto punto, mi recai alla cerimonia. La sposa era scheletrica, e l’abito suo bianco pareva una gigantesca torta alla panna su cui fosse stata posata una ciliegia avvizzita. Né lo sposo era da meno.
Trasecolai ma lasciai correre, rimandano a più tardi la conferma definitiva delle mie ipotesi. La cerimonia venne celebrata secondo crismi più o meno tradizionali, fino al momento dell’Eucarestia. Infatti ai fedeli in fila il sacerdote non porgeva una particola bagnata nel vin santo, bensì il proprio dito, di volta in volta pucciato ieraticamente nel deretano dell’assistente. I devoti suggevano le falangi insozzate del prete con dedizione, allontanandosi quindi dall’altare contriti e meditativi. Pensai che, tutto sommato, non era un gran male, date le circostanze, non essermi mai comunicato, né quella pareva l’occasione più propizia per principiare. Me ne rimasi seduto, in solitudine e meditabondo, fino al momento delle offerte. Tutti i presenti, allora, si sollevarono le vesti rigonfie e defecarono nel bacile davanti ai loro piedi, svuotandolo poi nel grande navazzo trascinato dall’assistente del sacerdote. Chi non riusciva a donare le proprie feci fresche, ne traeva a manate dalle sacche cucite dentro le vesti, le cui dimensioni, alla fine, mi apparvero giustificate. Ma le stranezza non finivano qui. L’incenso non venne mai diffuso nell’ambiente, bensì di tanto in tanto un fedele seduto sugli scranni del coro si alzava e petava rumorosamente e, aggiungerei, assai fetidamente. Gli sposi, invece che le fedi, si scambiarono feroci e repentine ditate nello sfintere. All’uscita furono accolti da un fitto lancio di feci canine, feline e caprine. E poi si giunse al pranzo…
Fummo ingozzati come oche di prugne, kiwi, yogurt acido, uva, frutta acerba, purea di patate, pasticci grondanti di besciamella, carni frollate fino a divenire guaste, molluschi di dubbia provenienza, il tutto accompagnato da birre assai poco filtrate e vini liquorosi e pastosi. Per dessert ci vennero servite immense coppe di gelato e panna, che i commensali divorarono avidamente e con una furia suicida. E poi il digestivo: l’enteroclisma. Nel giro di pochi minuti la festa si tramutò in un vischioso merdaio, ma non una sola goccia andò sprecata, bensì raccolta con cura e depositata nel bacile destinato ai doni di nozze. Né, lo ammetto, questa volta mi sottrassi dal contribuire con una generosa offerta.
Tornai all’albergo a tarda notte, stordito e completamente svuotato. L’indomani me ne sarei dovuto tornare a casa.
Mi svegliai tardi e, cosa assai prevedibile, questa volta non riuscii a defecare assolutamente nulla. Scesi per pagare il conto all’oste. “Fanno 24 once…” disse. Mi parve una richiesta piuttosto esosa, ma avevo fretta di tornare dai miei cari, sicchè depositai sul bancone sei monete d’oro e feci per andarmene. “Dannato stitico, torna qui!” Vista la mala parata, fuggii a gambe levate, ma fui presto bloccato da un drappello di guardie, di ronda nelle vicinanze.
Il giudice mi fece pagare assai cara l’insolvenza: per sette giorni fui purgato quasi a morte, e costretto a divorare le mie feci. Un contrappasso diabolico, che peraltro lesionò gravemente il mio apparato digestivo. Cosicché ora sono ancora qui, in questo posto maledetto, sulla banchina del porto. Aspetto giorno e notte che qualche pietoso passante mi getti addosso una manciata di merda, con cui poter comperare del cibo che però non riesco più a defecare.
Poi rinvenni, un istante prima di morire, per spalancare porte e finestre; mi spogliai e il fiume di uomini liberi si arrestò. Tutti mi videro entrare in una porzione di quell’enorme fiamma che arroventava la città intera, con il suo cielo drogato; e in essa mi adagiai, ed essa mi condusse fuori, e io divenni lei. Come folle d’amore precipitai in mezzo alla mandria di uomini, e li amai tutti – stritolandoli in un abbraccio incandescente; le loro urla mi dannavano, ma di volta in volta divoravo le loro anime e quella gente fu in me. Divenni un gigante, di fuoco, e quando tutto fu distrutto, il cielo accartocciato su sé stesso a mostrare il resto, la città incantata dalla vitalità di ceneri agitate dal respiro troppo affannoso di quel nuovo mondo, gli uomini ridotti a informi pozzanghere di nebulosi, indistinti pensieri, me ne andai. Raggiunsi i miei fratelli e tutti insieme tornammo nel nostro amato paese; ma la minaccia degli dei pesava su di noi; eravamo malvagi, e dovevamo espiare il debito al sacro equilibrio che regge le sorti dell’universo. Il cosmo reclamava impaziente ciò di cui l’avevamo privato, e volle ingoiarci in sé e fummo fatui tanto da non essere più. Né più fummo, ma, lacerati dal cancro dell’inconsistenza, scaturimmo da noi stessi come implacabili fiumi di niente; fu così che, fuggiti dal cosmo, fummo ancora, e questa volta per sempre. Disorientati da una libertà mai sperimentata ci stringemmo gli uni agli altri, e né più eravamo uomini né più eravamo donne e danzavamo in principio tutti in cerchio, sbandierando nel vuoto attorno a noi lembi di spirito che nessuno aveva mai visto. La paura scomparve, fu musica ovunque, la nostra danza a essa donava la consistenza necessaria a creare; ma nulla fu creato eccetto un’onda di purezza che attanagliava ogni nostro gesto. E ci sfiorammo per poi prenderci per mano e ancora una volta stringerci gli uni agli altri ed essere Uno. Noi, privati di tutto, volevamo dell’altro; andati indietro fino a lasciarci alle spalle l’inizio stesso, volevamo dell’altro. Allora volli creare, almeno tornare indietro di quel tanto sufficiente a salvare qualche cosa; mi ritrovai uomo tra gli uomini a domandare: È DI QUESTO MONDO
La folla ruggì, voi tutti imprecavate contro di me; ebbi a dire, quando ero un capo tra i capi, che non vi era pace se non tra due guerre, che non vi era pace se non nella morte. E tutti voi volevate sapere che cosa fare di questo mondo, volevate sapere se ce n’era un altro; non potevo saperlo: io, di certo, non ero di questo mondo (né lo sono ora), ma non ne conoscevo altri. Risposi:
“Un tempo combattevate, non avevate motivi per farlo. Odiavate la pace che regnava sui vostri campi abbandonati, sulle vostre famiglie massacrate, su terre lontane abitate dai fantasmi del pensiero. Un tempo voi uomini combattevate e gli dei giocavano; ora che fate? Guardate in voi stessi e non vedendo nulla volete essere voi stessi; cercate di andare lontano, dove vi porta un cuore che da tempo si è fermato; pensate che gli attimi crescano sugli alberi, e li cogliete già saturi della vostra volontà. Il passato non vi ha lasciato nulla, né voi potete creare; gli dei dormono da tempo, annoiati dalla mediocrità che si guarda allo specchio. È finito il tempo delle rivoluzioni, nulla più può essere fatto, nulla è stato fatto; non siete potuti fuggire dalle leggi che avete creato: potevate solo demolirle. Molti di voi lo hanno fatto, si sono ribellati, hanno negato, hanno bruciato le città e sé stessi. - Brucerò! – gridavano; e sono morti. Che cos’è un mondo senza che la volontà possa plasmarlo a proprio piacimento? È questo che vedete: cenere. Io vengo a portare ancora fuoco! Ma voi siete solo cenere; per questo io vi dono il fuoco eterno, la fiamma che non divora né distrugge ma in sé vive e crea. Siete vuoti come carcasse nel deserto; tali resterete, ma avrete paura; sarete terrorizzati da ciò che non conoscete: avete voluto eliminare il ventaglio delle possibilità, negare la vostra sopravvivenza; ma un’altra vita è spuntata, su voi ha messo radici…ne siete solo l’inizio! Tutte le vostre chimere, le rappresentazioni filmate e montate con così tanta cura sono andate perdute negli incendi; ora tutto ciò che siete è fuggito dalle vostre coscienze, e voi siete niente, suonate come vuoti!”
L’intera sala si svuotò all’istante, come se gli occupanti, assaliti dal rimorso di non essere, cercassero altrove i propri corpi.
Mi sono impiccato per i coglioni.
Ma è solo l’ultima delle mie prodezze.
Iniziai, rebelaisianamente, col partorirmi da solo. Sicché nacqui androgino, e la prima cosa che sbucò dalla mia fessa ipostatizzata fu proprio il pipino, con gran sorpresa dei presenti, di cui, però, non ricordo i volti.
Crebbi rinchiuso nel mio esoscheletro, che non escludeva la presenza di un normale sistema osseo interno: andavano molto d’accordo, l’eso con l’endo.
A lungo mi nutrii delle mie feci, l’alimento più adatto, per consistenza e contenuti nutritivi, al sostentamento del mio immaturo organismo. Conobbi poi il piacere salmastro del sudore e, approssimandomi all’adolescenza, scoprii il sottile piacere di inondare la mie papille gustative col fluire copioso del mio proprio smegma.
Non appena gli ormoni presero a richiamarmi ai miei doveri biologici, mi abituai a suggere il mio stesso seme, in una perpetua fellatio auto-indotta ottima al fine di fecondarmi le tonsille. Il moltiplicarsi inarrestabile di aggregati psichici all’interno di un esofago sempre più dilatato mi impose la pericolosa scelta di aprire un varco verso l’esterno, infrangendo il sigillo della mia vecchia corazza. Fortunatamente la pressione interna era tale che il getto esistenziale proiettato al di fuori di essa ricadeva a una distanza sufficiente da permettermi di disinteressarmi completamente del suo destino. Tuttavia…giunsi a una conclusione che modificò la mia visione del cosmo: la dialettica tra esteriorità e interiorità non poteva essere neutra, giacché un organismo vivente si trovava, per sua stessa natura, costretto a interagire, in un qualche modo, con lo spazio circostante. Capii di non essere e di non poter diventare una pietra. Capii che il tessuto che mi proteggeva era vivo e poroso, in relazione osmotica col contesto che lo ospitava. Con enorme sforzo ammisi un “fuori”. Di pari passo con tale resa all’evidenza il mio esoscheletro prese a creparsi progressivamente, fino a crollarmi di dosso. Mi elevai, per la prima volta, in una forma compiutamente umana, né i miei sensi ci misero molto ad adattarsi alla nuova condizione. Vidi, annusai, gustai, tastai, ascoltai. Fu la novità dell’interazione a irretirmi, più che i nuovi dati acquisiti, di per sé assolutamente insignificanti. Ci doveva essere di più. Mi mossi. Mossi i primi passi. Mi trascinai lontano dal mio guscio, o da quanto di esso rimaneva. Misi alla prova ogni organo motorio a mia disposizione: agitai le gambe, grattai il suolo con le unghie delle mani, morsi le radici degli alberi muovendomi attraverso le contrazioni del collo, strisciai danzando col costato come avevo visto fare alle serpi e ai vermi, sfruttai le rare erezioni per fare leva su di un glande sempre più calloso e sozzo, condussi allo spasimo improvviso ogni muscolo e ogni articolazione del mio corpo per avanzare a balzelli…e quant’altro.
Per quanto, spostandomi di continuo, più volte esaurii lo spazio esperibile, l’emozione di sentire rimase sempre incommensurabilmente maggiore della realtà sensibile in sé.
Decisi di porre un termine a tale squilibrio imponendomi l’impossibilità di riprodurmi ulteriormente. Sicché…

Mi sono impiccato per i coglioni.
Procedetti così: fissai una corda sottile ma robusta alla base dello scroto, in maniera da porre i testicoli nella condizione di reggere il mio peso. Poi mi vestii a puntino (ho sempre amato le formalità) e, tenendo in mano la corda che sbucava dalla patta dei pantaloni, intrapresi la ricerca del posto più idoneo ove portare a compimento il mio proposito. Dopo poche ore di calvario giunsi ai confini di una vastissima landa deserta, spazzata da turbini di vento e polvere, al centro della quale sorgeva una meravigliosa quercia secolare, wotanica, spoglia, incrostata di sabbia, morta. Mi portai ai piedi del titanico scheletro vegetale, mi denudai completamente, lanciai il capo libero della corda al di là di un grosso ramo e presi a tirarlo, finché non rimasi in punta di piedi. A quel punto fissai la cima al tronco e mi lasciai andare, immaginandomi stupidamente a pencolare in posizione più o meno orizzontale, tuttalpiù con la testa e i piedi più bassi rispetto al pube. In realtà, nonostante tutti gli sforzi dei miei addominali, mantenni per breve tempo la posizione orizzontale, per ritrovarmi presto a testa in giù, a causa del peso preponderante del capo e del tronco. Dopo qualche istante dovetti desistere e lasciare che anche le gambe si flettessero verso il suolo. Le mie gambe si aprirono, scoprendo l’ano oscenamente dilatato, mentre lo scroto, che si era già notevolmente allungato, proseguì a sostenermi infilandomisi tra le gambe. Volevo lasciarmi morire d’inedia in questa grottesca posizione. Ma il progressivo allungamento dello scroto fece sì che di lì a qualche giorno le mie mani toccassero il suolo. Compresi che il mio proposito era miseramente fallito: era giunto il momento di liberarsi. Come fare?
Con un sovrano sforzo muscolare mi recisi lo scroto a morsi, garantendomi comunque, in prospettiva, l’agognata sterilità.
La prima cosa di cui mi resi conto crollando al suolo fu di aver perso completamente la sensibilità degli arti inferiori. Forse per questo rimasi di sasso nel veder cadere, assieme a me, un grosso nido di rovi intrecciati che un uccello sconosciuto, ma plausibilmente di grosse dimensioni, doveva aver costruito a mia insaputa in mezzo alle mie natiche.
Le uova custodite dal nido rotolarono beffarde a pochi metri dal mio volto, e non potei che indovinare un barlume di avvenire: la mia carogna dissanguata avrebbe nutrito i neonati. Per quante verità si possano crocefiggere, per quante possibilità si possano sopprimere, per quanti silenzi si possano sostenere, nonostante tutto, ripetono i cieli, la vita continua.
Spirai. Bestemmiando quel Dio malvagio che non mi consegnò le armi per ucciderlo.
Interrompendo una consolidata abitudine, posto questo mio monologo, data la sua lunghezza, nel file in allegato.

Tentar non nuoce…Pencolavo col becco sul bicchiere, oscillando sciocco, né sapevo nulla del moto perpetuo. Rosso rubino il vino rischiava di tracimare, e io cercavo, nella notte afosa, di centrarlo col naso, forse perché volevo bere ma le braccia non le alzavo più. Nella notte afosa, dicevo, tarda inutile notte di movimenti ripetuti al parossismo e ghigni freddi come calcagni di vecchi. Silenzio da strada, dicevo, di quelli che macchine lontane e sacchetti vicini non si distinguono più; e io al sicuro nella stamberga al secondo piano, che aspettavo l’alba e l’ossigeno gonfiandomi lo stomaco di rutti trattenuti.
Poi il boato.

Qualcuno ha sparato. Capita…Anzi no, ma non è questa la notte per pensare all’insolito. Forse un gatto obeso è precipitato sul cofano di un’auto di lamiera coreana. Forse Dio ha cagato su un negozio di ferramenta. Forse c’è stato un grave fallo in una partita a calcio tra lavastoviglie. Forse…non me ne frega un cazzo. Ripreso dal torpore striscio verso una sigaretta, biascico una preghiera all’accendino che poi c’ho messo almeno una dozzina di minuti a trovarlo. Funziona. Accendo il filtro, aspiro la modernità sputacchiando tabacco. Una fitta al cranio e l’afa mi stendono sul divano sudato.
Poi il boato.

E che cazzo! L’Ispettore Callaghan non gira in questi cessi di paesi, in queste cessose notti che poi non è ancora estate e già si respira con le bombole. Chi spara? Qualcuno spara? Ma poi gli spari non fanno “UACHOO”? Ah, no: quelli sono i Winchester nei film western tra il 50 e il 70. “TUSH TUSH TUSH”? Neppure per sogno, rincoglionito: sono i Kalashnikov dei dannati Charlie…tu che la guerra l’hai fatta…Platoon…è un inferno, sergente, è un dannato inferno laggiù. Vabbè, ma uno sparo non fa così. Sembra più…Dio che caca un gatto obeso sul fallo di una lavastoviglie…Doccia! Ci vuole una doccia! Non riesco a spogliarmi, m’incazzo e mi strappo la maglietta…Uhff! Finite le energie. E chi ce la fa a strappare ‘sti jeans che neanche le rumene sotto casa ci sono riuscite mai? Via, testa sotto al lavandino! L’acqua scorre…gelida sulla nuca gelida…sbavo un pochino, ma è solo l’effetto dell’improvviso piacere. Sì, insomma, sborro un tantino dalle labbra, con gli occhi chiusi e posso non veder nulla.
Poi il boato!
Ma vai sul porc…! Mi levo di scatto…sì, di due centimetri, che poi la testa mi si impianta sul rubinetto…e mi sembra che mi si apra tutto…stelle nella notte afosa del cesso cessoso…No, non c’è sangue, però cazzo ora basta! Chi rompe i coglioni a quest’ora? Di solito sono io, ma ‘sta notte proprio no! Quindi…corro a fare la vecchietta curiosa e un po’ scandalizzata sul terrazzo…Ah, la vista sulla notte d’estate! Un palazzo davanti, talmente alto che mi fa sentire così basso che non oso neanche cercare di rubare un po’ di occhiate suine al pelo delle dirimpettaie. Talmente alto che quando tirano l’acqua dall’attico le tubature rischiano di esplodere per l’accelerazione raggiunta dagli stronzi, che secondo me, se l’altimetria non è un’opinione, sono pure ghiacciati. Come il culo degli yak che li cacano. Ok, non facciamo del classismo da Titanic che quelli sotto sono morti prima. Guardiamo ai nostri piedi. No, non “i” nostri piedi, con le unghie nere, i taglietti e le botte da calcio al muro perché la lattina l’ho mancata. Più sotto, ragazzo! Oltre la ringhiera! Ecco, come abbasso lo sguardo mi perdo nell’ipotesi del suicidio. L’abisso che mi guarda…“Pascal avait son gouffre, avec lui se mouvant. / - Hèlas! Tout est abîme, - action, dèsir, rêve, / Parole! et sur mon poil qui droit se relève / Mainte fois de
Poi il boato!

Cazzo! Cazzo! Cazzo! Che cazzo è? Sul terrazzo sembra ancora più tenebroso questo fragore assordante (eh sì, sia mai che il “fragore” non si accompagni all’“assordantitudine”!) . Mi spavento, come no. E lo spavento fa scemare lo stordimento, come sanno tutti quelli che. Si spaventano ancora. Non sono più stordito: voglio una spiegazione! Come capita sotto a un temporale, quando l’incoscienza panica lascia spazio al terrore per la sfiga d’essere fulminati, profezie mai pronunciate mi sovvengono. E sì che lo sapevi! Coglione che non te lo sei mai voluto dire con chiarezza! Che l’Arcangelo avrebbe brandito la spada percuotendola contro lo scudo prima di inspiedinarti dal culo in su! Che i Quattro Cavalieri sarebbero caracollati l’uno sull’altro per la foga di raggiungere lo scopo! Che là dove Loki avesse solcato i mari con la sua nave di unghie e speranze sarebbero stati tramutati i mari medesimi dai fulmini di Wotan in stridente metallo! Non fare il fesso! La fine non arriva in silenzio! E questa è la fine.
Poi il boato!
No, aspetta. Sei un mediocre, il tuo Evo è mediocre, non conosci un Santo o un Dannato che legittimi oggi
Poi il boato!

Ok, ora basta! Devo capire. L’ho sentito, chiaramente. Non ha nulla di sovrumano, anzi! Nel mio dialetto si direbbe “a l’è propite un gran tòn!”. E se si può dire nel mio dialetto, non c’è nulla di sacro in questo amplesso fonico scomposto in un ritmo dilatato tanto quanto la notte. Guarda bene, che qualcosa c’è! Proviene da sotto, è chiaro, dai garage. Guarda bene! Nella penombra. Vedo. Figure rilassate, direi dormienti. Quattro rimesse più in là, rispetto al mio terrazzo. Un vecchio. Malvissuto caronteo vecchio, di antico pelo e di giovine appeal. Jeans più scuri dei miei, forse marroni, forse no. Ma spessi e coriacei come la sporcizia che li impregna. Dal cavallo in su una fitta coltre di peli grigi che, col permesso del sudiciume, forse si sarebbero svelati nel loro candore. Il torso unto mal ricoperto da un gilèt di pellame sorcino che amerei definire arancione. Ma non ne sono certo. Qualche tendine rugoso prima del volto, ma il volto, probabilmente inopinatamente peloso, non c’era, oscurato dal cappello. Hai presente quei copricapi di supposto cammello che dei generici vu cumprà da riviera ti propinano assieme all’illusione che il bigobbato in questione sia stato vittima di una delle loro esotiche scorribande venatorie? Ecco, uno di quei capelli lì. Il vecchio sulla seggiola bianca da giardino giaceva dormiente con il capo poggiato sul portone del garage, le gambe belle aperte e fiduciose, e tutt’attorno sembrava, pur nella notte, aleggiare un’aria folk per armonica a bocca. Giaceva ai suoi piedi un’enorme gatto in calzoni di fustagno e canotta a righe blu e gialle. Un gigantesco gatto nero. Anzi, un negro. Steso in terra, accartocciato sul cemento con la testa incollata al suddetto portone del suddetto garage. Parea tramortito, lievemente innaturale parea la sua postura. I due picareschi figuri riposavano nell’umidità serotina all’ombra di un oggetto ignoto. Ripercorro l’oscurità più scura della notte per ricostruire l’origine remota (eh sì, sia mai che l’“origine” non si accompagni alla “remotaggine”!) di quella consistente riduzione delle facoltà visive, e mi soffermo su un’anomala struttura, tipo una gigantesca gru lignea incombente sui dormienti. Ferma lì, e nulla più. La causa evidente, eppure non riconoscibile, metri di minaccia in rovere immobile e sorniona. Levo lo sguardo dal quadretto metropolitano insolito ma non troppo. Levo lo sguardo verso un nulla di nebulosa calura albeggiante che mi conciliasse la rielaborazione dei dati. Dunque…vecchio…negro…gru…ergo…sum…esse…est…
Poi il boato!

Eccolo! Mi volto e lo vedo. Vedo la quiescenza, muscoli che si rilassano dopo l’orgasmo. Vedo l’istante dopo il tutto che si compie. Vedo come chi vede l’inizio un attimo prima. Vedo il volto dell’Ebreo dopo la “scoperta” di Auschwitz. Vedo l’applauso, il grido, l’ovazione, la reazione. L’agente infiltrato sfugge con tutti i suoi dossier top secret. Vedo la quiete dopo la tempesta, quando il diluvio è ormai stato e il re pare morto. Come il vecchio, come il negro, come la gru. Sento pervadermi la stanchezza di una sega che non mi sono mai fatto, con i postumi precoci di una lunga bevuta incompleta. Quand’ecco che un’ombra si muove…lenta, progressiva, maestosa come un esercito di Unni con le emorroidi che solo pervasi dell’afrore del sangue del nemico paiono dimenticarsi del proprio (afrore o sangue) avanzando via via più rapidi e sapidi e voraci. L’ombra si allunga, sul vecchio, sul negro, la gru si abbatte. Il moto perpetuo: ora comprendo. In scala ridotta li conobbi al cinema: film americani anni Ottanta in cui oziosi manager e investigatori perspicaci tenevano sulla scrivania ingombra di mitiche “scartoffie” di questi aggeggi…picchi. Ricordate? Picchi di legno su trespoli di legno, in equilibrio sul bordo di un bicchiere, solitamente triste poiché pieno d’acqua, pura, insignificante, clorea acqua…il muso intriso nella tensione superficiale dell’H2O, da essa respinto, trasmetteva il moto al corpo, quindi alla coda, che si abbassava per effetto della spinta fin quasi a toccare la superficie del desco, ingrommato di caccole di gomma per cancellare e turaccioli di grafite. Alchè, non appena i principi delle leve avessero imposto le proprie silenziose ma inoppugnabili leggi, l’uccello inerte, schiavo di un fato scientista, tornava ad accingersi alla propria opera: scavarsi una tana nell’acqua. Su e giù, di dietro e per davanti, un coito solitario tra atmosfere compiacenti rivali di un mare in potenza. Sì, insomma, un passatempo, un memento mori installato sull’eternità commisurata al coefficiente di evaporazione. O, più semplicemente, un’ipnotica danza praticata da un corpo inerte inesorabile, una danza che crea il vuoto nella mente di qualche presuntuoso che concepisce l’ipotesi di riflettere su alcunché.

Vabbè, ci siamo capiti: non so come cazzo si chiama, ma il picchietto sul bicchiere tutti lo conoscono. Il classico regalo di compleanno di chi cerca un’idea originale per qualcuno che originale non sarà mai. Ecco, immaginatevelo, immane, enorme, come un’edile gru di un olimpico cantiere. Che fende l’aria protendendo il becco verso i garage. Verso il fondo dei garage. Verso il vecchio. Verso il basso materiale corporeo del vecchio. Verso i coglioni del vecchio.
Poi il boato!
Risvegliato dal violento impatto il vecchio si scompone. “Che cazzo?” grida all’unisono con me, ma provando un dolore, credo, infinitamente più vero. Vi hanno mai sferrato un brutale calcio nelle palle? Che fate voi, di solito, in queste occasioni fortuite (eh sì, sia mai che l’“occasione” non si accompagni alla “fortuità”!)? Vi infliggete un dolore ancora maggiore, di solito, portando le mani a repentina copertura della parte lesa con una verve tale da replicare l’impatto originale. Ecco: il vecchio fu più furbo! Ovvero, come se l’avesse colpito l’oracolo delfico in persona, scagliando i raggi apollinei ad abbrustolire le sue ragadi putrescenti, si chinò verso il negro accucciato apparentemente inerte alla sua mercè, con istintiva grazia ne afferrò la nuca riccioluta, e ne scagliò il voluminoso capo con inusitata violenza sul portone metallico del garage. Anzi…mi correggo…e passo consapevolmente dal passato al presente…come già in precedenza ebbe ad accadere…: afferratolo (il negro) per la collottola, come una cagna affettuosa al pari che incazzata, lo brandisce in aria per qualche istante, scaricando il proprio dolore in una percussione col metallo che... “SQUAWASWODAWN! – DAWN! – DAWN!”. Che se avesse urlato avrei sofferto di meno. Ma a lui giovò, credo. Poiché, tramortito il negro, cessata l’ambascia, mollata la presa, si riappisolò nella posizione precedente, cedendo al sonno come colui che, conquistato un impero, ne temesse la decadenza; mentre, sibilando appagata, la gru dal becco molesto, lenta e maestosa, tornava a innalzarsi nella notte.
Poi il silenzio.
Che, ora che so, forse dormo. E se no, un bicchiere ancora e il giorno si avvicina. Un bicchiere ancora e poi si nanna. Un bicchiere ancora, magari una sigaretta, che di negri ce ne son tanti, tanti sono gli ariani portoni in attesa d’esser incrinati, e altrettanti i vecchi che, non sapendo perché il picchio picchi sui loro vetusti, rispettabili coglioni, picchiano i negri. E fintanto che l’ecosistema si reggerà e le bottiglie saranno piene, che le mie notti risuonino di ciò che credono.
E poi il boato!
Come spesso capita, c’era una volta un re. Il suo regno non era felice. I barbari premevano sulla grande muraglia che suo padre aveva fatto costruire a difesa dei confini del proprio dominio. I barbari erano grandi e brutti, e i loro costumi erano barbari. I barbari pensavano che il re fosse piccolo e brutto, e i suoi sudditi una massa di incivili. L’inverno era stato lungo, più di cinque anni. Implacabile il freddo aveva imbalsamato le colture, le scorte di cibo si assottigliavano, i mendicanti si ammassavano ai bordi delle strade, i mercanti non avevano di che fare la carità. La carestia premeva sulla grande muraglia che suo padre aveva fatto costruire a difesa dei confini del proprio dominio. Infuriava la pestilenza, un morbo che non era mai apparso prima, orrendo: i primi sintomi si manifestavano sotto forma di irrefrenabili attacchi di riso; i muscoli della faccia si irrigidivano in un ghigno; l’appestato non riusciva a smettere di ridere, il suo diaframma si dilatava e si contraeva fino a implodere, e infine insorgeva una convulsa asfissia. La pestilenza si propagava con un ritmo incalzante, giacché non vi è nulla di più contagioso di una risata. Il re stesso non godeva di ottima salute: le preoccupazioni, le ansie per le sorti del proprio regno gravavano impietose sul suo sistema digerente, procurandogli tremebonde flatulenze, stipsi cronica e rigurgiti esofagei.
Il popolo tollerava paziente, sentendosi al sicuro dietro la grande muraglia, al riparo della quale vivere o morire era comunque una prassi civile.

Il re aveva due consiglieri; uno vestiva di bianco, l’altro di nero. Il primo amava i colori, i contrasti, il frastuono, la gioia. Organizzava sontuosi banchetti, concerti e spettacoli di corte. Era solito proporre al re irreali resoconti di miracolose vittorie sui barbari, nuovi ritrovati scientifici o inedite misure igieniche in grado di debellare il morbo che, imperterrito, si diffondeva a macchia d’olio. Il consigliere nero appariva come un lugubre figuro, scheletrico e arcigno. Non partecipava agli intrattenimenti di corte, non rideva mai, anche nel timore di confondersi con gli appestati, amava il silenzio e le sue principali occupazioni consistevano nell’allestire spazi, all’interno del reame, per le sepolture, di cui egli prevedeva l’inarrestabile crescita, o nello stilare elaborati computi delle vittime della carestia o della pestilenza. Aveva anche rilevato cedimenti strutturali lungo il tracciato della grande muraglia, ritenendo inutile ogni intervento, giacché a fronte di un crollo riparato se ne sarebbe immediatamente riaperto un altro. Di tanto in tanto faceva visita al re, aggiornandolo sul declino del suo impero. La salute del re ne risentiva puntualmente; presto il monarca prese ad associare le proprie emissioni acide o di gas alle visite del consigliere nero, sicché costui fu progressivamente allontanato dalla corte. Né egli se ne dispiacque, refrattario com’era a quella stolta benevolenza coatta che dilagava a palazzo siccome la pestilenza nelle strade. Si consolò avvicinandosi agli accampamenti dei barbari, sempre più ansiosi di dare il colpo di grazia al reame vacillante, allo scopo di patteggiare una pace onorevole in vista della prossima inevitabile disfatta. Ai barbari presentava le ragioni e i meriti del re, alla corte quelli dei barbari. Ciò lo rese inviso a entrambe le parti. Un giorno lo trovarono pugnalato a ridosso di un varco della muraglia, né mai si conobbe l’identità dell’omicida. 
I mesi passavano; era sempre inverno; ai lati delle strade si ergevano muraglie di cadaveri ghignanti e smunti. A corte la festa proseguiva, ormai ininterrotta. Nuove tribù barbare si erano aggiunte ai primi assedianti. Quando il re compariva davanti alla folla, dall’alto della sua torre, poteva solo osservare una distesa di volti sorridenti, né gli era dato di sapere se appartenessero a persone realmente felici o solo contagiate. Ma il bianco consigliere fomentava il suo ottimismo, tant’è che in breve i disturbi del monarca scomparvero.
Un giorno i barbari ruppero gli indugi, varcarono la muraglia e sferrarono l’attacco. Non incontrarono resistenza alcuna. Tutti ridevano loro in faccia. Raggiunsero la corte, la presero d’assalto, ma si confusero tra le maschere dei cortigiani. E iniziarono anch’essi a ballare, alcuni a ridere fino a morire, altri fuggirono terrorizzati.
Il broncio del consigliere nero gravava silenzioso sulle macerie della muraglia.
Uomo: La mia esistenza fu così a lungo sterile, vacua e parca di emozioni da rendermi, alle soglie della maturità, un individuo assolutamente insensibile, glaciale, privo di qualsiasi slancio o aspirazione. Avendo postulato il totale rifiuto di tutto ciò che minimamente si scostasse dalla norma e dall’abitudine, trascorrevo le mie giornate consenziente prigioniero del quotidiano. Eppure questa condizione innaturale produsse in me l’acuirsi di determinate facoltà, assolutamente singolari, tali da rendere l’angustia del mio particulare una miniera inesauribile di reconditi significati…insomma, divenni assolutamente, totalmente, inderogabilmente nevrotico, ai limiti dell’autismo. Le mie giornate scivolavano via nella continua interpretazione di quelli che io ritenevo simboli, o quanto meno segnali, avvertimenti. Da ciò traevo un duplice vantaggio: allontanare dalla mia coscienza la fisicità degli oggetti, attribuendo loro un’esistenza estranea alle loro concrete proprietà, nonché rassicurarmi circa il mio destino, che si mostrava così ineluttabilmente ripetitivo nella staticità immutabile di cotali oggetti. In altre parole mi presi a cuore la mantica, la divinazione in ogni sua forma più infima. Da ogni mio gesto, da ogni manifestazione della mia quotidianità traevo oracoli e vaticini. Presi a interpretare tutto ciò che accadeva nella mia casa.
Coro di mosche: domispicina.
Uomo: da ogni mio gesto traevo presagi. Quando tagliavo le cipolle…
Coro di mosche: cromniomanzia.
Uomo: quando affettavo il formaggio…
Coro di mosche: tiromanzia.
Uomo: quando mi specchiavo…
Coro di mosche: catoptromanzia.
Uomo: e mi spazzolavo…
Coro di mosche: pectimanzia.
Uomo: o spazzolavo i vestiti…
Coro di mosche: petchimanzia.
Uomo: se mi ammalavo osservavo i sintomi.
Coro di mosche: iatromantica.
Uomo: se mi cadeva di mano un ago…
Coro di mosche: acutomanzia.
Uomo: o del sale…
Coro di mosche: alomanzia.
Uomo: se spezzavo del pane…
Coro di mosche: alfitomanzia.
Uomo: o magari osservavo la disposizione dei chicchi d’uva sul grappolo.
Coro di mosche: stafilomanzia.
Uomo: in breve, la mia intera esistenza, specie domestica, divenne una sorta di sfera magica. In ogni loro manifestazione la realtà che mi circondava e la mia interazione con essa divenivano, ai miei occhi, presagi. Potete ben immaginare che in breve tempo divenni peritissimo e acutissimo interprete di segni. Né ci voleva poi molto, data la sublime ripetitività con cui si avvicendavano i fatti della mia vita. Ad esempio, se io mi soffiavo il naso, osservando quindi il residuo lasciato sul fazzoletto, inequivocabilmente esso vaticinava: “Leggerai il tuo futuro osservando il muco che lasci sul fazzoletto soffiandoti il naso”. Oppure, qualora decidessi di trarre oracoli dal movimento dell’orologio a pendolo appeso in cucina, con mia somma soddisfazione esso badava a ripetermi: “Leggerai il tuo futuro nel movimento di un orologio a pendolo”. Tutto ciò mi appariva oltremodo rassicurante. Visto che di giorno in giorno ripetevo più o meno le stesse divinazioni, era di gran conforto, per me, sapere che l’indomani l’avrei fatto ancora. Ci sarebbe stato un indomani, e non peggiore dell’oggi. Ma una mantica su tutte mi stava a cuore. Più di ogni altra cosa amavo leggere il destino nelle mie feci.
Coro di mosche: copromanzia.
Uomo:…nel loro colore…
Coro di mosche: cromocopromanzia.
Uomo: …e nella loro forma.