Postato da: ministroodio - sabato, 21 giugno 2008 - 13:01

Prendo spunto da uno degli ultimi commenti apparsi sul blog, quello che accostava al termine “inconscio politico” il punto interrogativo. Beh…rispondo subito con tre punti esclamativi. L’espressione non è, ahimè, farina del mio sacco, ne sarei addirittura fiero, ma è il titolo di un libro di Fredric Jameson del 1981; siccome sono provato dalle mie recenti fatiche ne darò un’idea citando un estratto da www.filosofico.net :

 

jamesonSicuramente una delle idee più originali di Jameson è quella di inconscio politico: richiamandosi a Freud, il nostro autore sostiene che non esistono fenomeni immediati e che ogni fenomeno va ricondotto alla rete relazionale di cui fa parte. Così facendo, si scopre l’esistenza di un “inconscio sociale” – già esplorato da Althusser e da Lacan – che si identifica con la storia; quest’ultima sfugge alla presa della ragione e, soprattutto, della coscienza, con la conseguenza che per noi è possibile indagare soltanto sulle tracce che la storia lascia nel suo procedere incessante. In questo senso, il marxismo non dev’essere letto come risposta a tutte le domande della storia (come credeva Popper, che s’era schierato assai duramente contro Marx), ma piuttosto come problematizzazione del presente. Come già aveva avuto modo di rilevare Althusser, lo scrivere e il narrare del testo letterario sono un “atto simbolico”. Soffermandosi, a tal proposito, sul concetto di ermeneutica, il nostro autore ne individua due distinti momenti: a) la critica delle ideologie; b) il ritrovamento – sulla scia di Ernst Bloch – nei testi stessi di un’inconscia tensione utopica. Tale vocazione utopica può essere spiegata tanto tramite lo strumentario concettuale di Bloch, quanto tramite quello di Adorno o di Benjamin. Ben si capisce allora perché Jameson legga i testi letterari armato della filosofia della storia marxiana, presa a servizio dall’ermeneutica: se infatti non si presupponesse una filosofia della storia unitaria (quale è quella marxiana), allora i testi del passato resterebbero muti per noi. I due grandi “nuclei dogmatici” del marxismo sono da Jameson ravvisati nella dialettica tra apparenza e realtà e in una filosofia della storia unitaria (“l’avventura umana è una”, ripete quasi ossessivamente il pensatore americano). L’idea generale a cui egli fa riferimento – in sintonia con Bloch e Benjamin – è che soltanto il marxismo sia in grado di rendere conto del passato. Contro Bloch, tuttavia, Jameson sostiene che il marxismo non ha due correnti (una “fredda” e una “calda”), ma che piuttosto è una sola corrente comprendente il momento scientifico e quello utopico, nella misura in cui smaschera scientificamente le ideologia e precorre utopicamente l’avvenire. Il nostro autore insiste molto su come, così intesa, l’ermeneutica trapassi in politica. Sono state soprattutto due tesi di Jameson a destare scandalo: 1) tutte le ideologie (anche quelle delle classi dominanti) hanno carattere utopico, proiettando nel futuro le loro speranze; 2) perfino quella che Adorno chiamava “industria culturale” racchiude in sé elementi utopici (tema sul quale già Bloch aveva insistito parlando dei “paradisi a prezzo scontato”).

 

È evidente la distinzione tra “inconscio sociale” o “politico” e “inconsciojung collettivo”, cioè quel miscuglio di esoterismo maldigerito e complesso d’invidia del pene paterno partorito da Jung e tanto caro ai fascistelli postmoderni desiderosi di crearsi un Olimpo su misura. Beh, comunque questa digressione introduttiva mi si incastra perfettamente nell’ottica di fare una bella dichiarazione d’intenti sulle linee programmatiche del prossimo periodo del Teatro dell’Odio, questo strano Laboratorio dedito alla causa del recupero consapevole di una tradizione inesistente. La tradizione, si sa, o si dovrebbe sapere, è ideologia. Nient’altro. Con la tradizione si può giocare, per smascherare l’Ideologia. Questo è quanto. Se si riesce ad esasperare la logica da gioco di ruolo della società contemporanea potrebbe persino capitare che la gente inizi a riflettere sulle regole, e quando la gente riflette sulle regole inizia la fine del gioco, bello fin che dura poco, appunto. L’inconscio politico rappresenta un ottimo punto di partenza; se Freud, padre inconsapevole, e quindi colpevole, delle rivoluzioni del Novecento, ci ha capito qualcosa, e di questo ne sono pressoché certo, l’ha fatto nel momento in cui ha individuato nella libido l’energia di attivazione di ogni dinamica, psichica e sociale. Ne ha parlato con lucidità disarmante Marcuse in Eros e civiltà, ma come dimenticare la Storia dell’erotismo di Bataille o La funzione dell’orgasmo di Reich? Non c’è scampo: se si vuole ri-fondare o ri-funzionalizzare una tradizione si deve partire dal sesso o dalla sua forclusione. Primo buon proposito: parlare di sesso.

amorepsichevert

Secondo spunto programmatico: il colore. Già, perché una tradizione è soprattutto immaginario, e l’immaginario è immagine, quindi colore. Il nero, l’apologia del nero, l’adorazione del nero. Non la notte, non il lattex mortificante delle ninfette post-goth, non i capelli della Bellucci, non la bandiera anarchica o quella fascista…il Nero. Una condizione esistenziale, un abito sensoriale, una sinestesia paralizzante, il colore del Teatro dell’Odio.

Strappare il sesso all’inconscio, depredare la contemporaneità del suo nero sporco, credo che mi concentrerò su questo. Per un po’.

malevich

Intanto (perché no?), continuare a diffondere il contagio con qualche sprazzo bibliografico. A questo proposito, andate pure su www.teatrodellodio.splinder.com, e troverete il solito regalino.


Postato da: ministroodio - domenica, 20 aprile 2008 - 08:03

Condominio

L’entusiasmo è una condizione rara, di questi tempi. È compatibile con una dimensione privata e quotidiana, ma alquanto refrattaria alle dinamiche che stanno subito oltre la porta della mia adorata mansarda. Danilo Soscia, il mio Virgilio nell’Inferno delle Lettere, mi ha ridonato il piacere di guardare fuori dagli abbaini incrostati di guano. È appena uscito il suo libro, Condomino. Non esito a definirlo irrinunciabile. Grido al capolavoro, e vorrei avere più voce. Ho avuto, a suo tempo, l’onore di scorrerne le bozze, e lo dico solo per il merito che ciò mi procura. Mi danno a cercare le parole per rendere l’idea di quanto c’è dentro. Partirò da Danilo; è in gran parte dalla mia dialettica con lui che è nato il Teatro dell’Odio, e la sua isterica delicatezza ne ha determinato alcune connotazioni imprescindibili, come la proiezione verso il futuro, la claustrofobia del presente, l’amore per l’allegoria, il fascino delle macerie. Tutto questo c’è, in Condomino, strutturato in un percorso sospeso e gravoso, obbligato; la condizione di un soggetto sempre frainteso riflessa sulla lama della Spada di Damocle, sul cui filo corre scalzo l’autore. Questo è quanto. Compratelo.

 

http://www.365bookmark.it/scheda_libro.lasso?codice_prodotto=20080404125304582402&-session=bookmark365:7B4852AA3D98E473A7BCABB2F7A3767A

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