Prendo spunto da uno degli ultimi commenti apparsi sul blog, quello che accostava al termine “inconscio politico” il punto interrogativo. Beh…rispondo subito con tre punti esclamativi. L’espressione non è, ahimè, farina del mio sacco, ne sarei addirittura fiero, ma è il titolo di un libro di Fredric Jameson del 1981; siccome sono provato dalle mie recenti fatiche ne darò un’idea citando un estratto da www.filosofico.net :
Sicuramente una delle idee più originali di Jameson è quella di inconscio politico: richiamandosi a Freud, il nostro autore sostiene che non esistono fenomeni immediati e che ogni fenomeno va ricondotto alla rete relazionale di cui fa parte. Così facendo, si scopre l’esistenza di un “inconscio sociale” – già esplorato da Althusser e da Lacan – che si identifica con la storia; quest’ultima sfugge alla presa della ragione e, soprattutto, della coscienza, con la conseguenza che per noi è possibile indagare soltanto sulle tracce che la storia lascia nel suo procedere incessante. In questo senso, il marxismo non dev’essere letto come risposta a tutte le domande della storia (come credeva Popper, che s’era schierato assai duramente contro Marx), ma piuttosto come problematizzazione del presente. Come già aveva avuto modo di rilevare Althusser, lo scrivere e il narrare del testo letterario sono un “atto simbolico”. Soffermandosi, a tal proposito, sul concetto di ermeneutica, il nostro autore ne individua due distinti momenti: a) la critica delle ideologie; b) il ritrovamento – sulla scia di Ernst Bloch – nei testi stessi di un’inconscia tensione utopica. Tale vocazione utopica può essere spiegata tanto tramite lo strumentario concettuale di Bloch, quanto tramite quello di Adorno o di Benjamin. Ben si capisce allora perché Jameson legga i testi letterari armato della filosofia della storia marxiana, presa a servizio dall’ermeneutica: se infatti non si presupponesse una filosofia della storia unitaria (quale è quella marxiana), allora i testi del passato resterebbero muti per noi. I due grandi “nuclei dogmatici” del marxismo sono da Jameson ravvisati nella dialettica tra apparenza e realtà e in una filosofia della storia unitaria (“l’avventura umana è una”, ripete quasi ossessivamente il pensatore americano). L’idea generale a cui egli fa riferimento – in sintonia con Bloch e Benjamin – è che soltanto il marxismo sia in grado di rendere conto del passato. Contro Bloch, tuttavia, Jameson sostiene che il marxismo non ha due correnti (una “fredda” e una “calda”), ma che piuttosto è una sola corrente comprendente il momento scientifico e quello utopico, nella misura in cui smaschera scientificamente le ideologia e precorre utopicamente l’avvenire. Il nostro autore insiste molto su come, così intesa, l’ermeneutica trapassi in politica. Sono state soprattutto due tesi di Jameson a destare scandalo: 1) tutte le ideologie (anche quelle delle classi dominanti) hanno carattere utopico, proiettando nel futuro le loro speranze; 2) perfino quella che Adorno chiamava “industria culturale” racchiude in sé elementi utopici (tema sul quale già Bloch aveva insistito parlando dei “paradisi a prezzo scontato”).
È evidente la distinzione tra “inconscio sociale” o “politico” e “inconscio
collettivo”, cioè quel miscuglio di esoterismo maldigerito e complesso d’invidia del pene paterno partorito da Jung e tanto caro ai fascistelli postmoderni desiderosi di crearsi un Olimpo su misura. Beh, comunque questa digressione introduttiva mi si incastra perfettamente nell’ottica di fare una bella dichiarazione d’intenti sulle linee programmatiche del prossimo periodo del Teatro dell’Odio, questo strano Laboratorio dedito alla causa del recupero consapevole di una tradizione inesistente. La tradizione, si sa, o si dovrebbe sapere, è ideologia. Nient’altro. Con la tradizione si può giocare, per smascherare l’Ideologia. Questo è quanto. Se si riesce ad esasperare la logica da gioco di ruolo della società contemporanea potrebbe persino capitare che la gente inizi a riflettere sulle regole, e quando la gente riflette sulle regole inizia la fine del gioco, bello fin che dura poco, appunto. L’inconscio politico rappresenta un ottimo punto di partenza; se Freud, padre inconsapevole, e quindi colpevole, delle rivoluzioni del Novecento, ci ha capito qualcosa, e di questo ne sono pressoché certo, l’ha fatto nel momento in cui ha individuato nella libido l’energia di attivazione di ogni dinamica, psichica e sociale. Ne ha parlato con lucidità disarmante Marcuse in Eros e civiltà, ma come dimenticare la Storia dell’erotismo di Bataille o La funzione dell’orgasmo di Reich? Non c’è scampo: se si vuole ri-fondare o ri-funzionalizzare una tradizione si deve partire dal sesso o dalla sua forclusione. Primo buon proposito: parlare di sesso.

Secondo spunto programmatico: il colore. Già, perché una tradizione è soprattutto immaginario, e l’immaginario è immagine, quindi colore. Il nero, l’apologia del nero, l’adorazione del nero. Non la notte, non il lattex mortificante delle ninfette post-goth, non i capelli della Bellucci, non la bandiera anarchica o quella fascista…il Nero. Una condizione esistenziale, un abito sensoriale, una sinestesia paralizzante, il colore del Teatro dell’Odio.
Strappare il sesso all’inconscio, depredare la contemporaneità del suo nero sporco, credo che mi concentrerò su questo. Per un po’.

Intanto (perché no?), continuare a diffondere il contagio con qualche sprazzo bibliografico. A questo proposito, andate pure su www.teatrodellodio.splinder.com, e troverete il solito regalino.
L’alta letteratura richiederebbe un’introduzione solenne, consona alle aspettative. Ma vi siete mai levati la soddisfazione di trattare la donna che amate come una puttana? Freudianamente è risolutivo. Ecco, farò lo stesso con il Paradise Lost di Milton. Domattina vi sveglierete con i postumi, come me. Aprite il file, accendetevi una sigaretta, e leggete tutti i dodici libri del poema urlando a squarciagola. Al termine di questa pratica il mal di testa sarà insostenibile, ma vi assicuro che la vostra anima starà meglio. Al solito, Milton su www.teatrodellodio.splinder.com.
Non potete immaginare quanto io senta lontane da me le cose che mi trovo costretto a fare in questo periodo (il fatto stesso che io selezioni lemmi come “fare” e “cose” dimostra il mio indiscriminato disprezzo per le mie recenti attività). Ma tant’è…ubi maior…Comunque trovo un’operazione catartica e salvifica, in assenza della lucidità necessaria per postare dei contributi originali, creare mano a mano il corpus della tradizione del Teatro dell’Odio. Sono, oltretutto, in attesa di integrazioni da parte del caro Ministro della Dialettica tra Epifania e Mitopoiesi, quindi il processo in atto avrà uno sviluppo piuttosto dilatato nel tempo. Oggi vorrei proporvi, con l’idea di rendere omaggio al mio e al vostro fine settimana, uno dei racconti che ho riletto più volte, il capolavoro di poetica di Poe; non parlo de Il gatto nero, dell’ultra-antologizzata La maschera della Morte Rossa o di tutte quelle perle da cui, negli anni Sessanta, quel “mostro” di Vincent Price trasse lo spunto per le sue memorabili pellicole. Mi riferisco a Re Peste, apparentemente poco più di un divertissmant, in realtà una costruzione perfetta, la congiunzione tra delirio e allegoria (come l’autore tiene a specificare, con raffinata ironia, nel sottotitolo). Ricordo che da adolescente consideravo il delirio come la “struttura della speranza”, né oggi ho più di tanto abbandonato questa ipotesi. Qui, signori, c’è l’essenza del grottesco, si tratta della formulazione chiave del genere, di fronte alla quale persino il buon Rebelais appare come un corollario, per quanto necessario. Il “grottesco” è quel contesto, quell’ambito estetico, quel modus operandi in cui il riso sprofonda nella sua stessa visceralità, per divenire, citando Herzen, davvero “rivoluzionario”. Ecco…delirio, allegoria, grottesco, rivoluzione…una costellazione semiologica in cui inserire il ghigno di Poe. Lo troverete, al solito, su www.teatrodellodio.splinder.com.

Ripropongo oggi un vecchio intervento, introduzione quanto mai opportuna e necessaria al testo scaricabile da ora su www.teatrodellodio.splinder.com, ovverosia Amleto.

Amleto è il teatro. Il Teatro dell’Odio è odio. Si impone una rilettura integrale della pièce shakespereiana, in quanto contenente animi, simboli, strutture, contesti e parole in grado di costituire, opportunamente reinterpretati, la summa delle istanze del Teatro dell’Odio. Non si vuole attribuire al Guglielmo elisabettiano nessuna profetica dote di precursore; estranee all’opera di riuso saranno ogni sorta di contestualizzazione storica, psicologica o filologica del testo di partenza. Il testo è dato. Ricrearlo lasciandolo immutato, novelli Pierre Menard, è il compito che ci prefiggiamo. Abbandonata come inutile puttana l’allegoria, lasciata ai sacerdoti dello status quo l’anagogia, l’approccio figurale consacra il Principe di Danimarca come mascotte della nostra Sacra Rappresentazione, il Cristo perduto, il più umano che divino, l’Uomo totale che lascia a Dio l’Altro.
Per sommi capi:
1) Amleto crea la magia dell’odio, riducendo la propria intera esistenza a elemento di dissacrazione, sospetto, derisione, contraddizione, morte. In una progressiva discesa negli inferi della finzione, la sua follia assurge a santità nella messa in scena dell’omicidio paterno, laddove il Teatro dell’Odio aspira a un palcoscenico in cui si narri del delitto che ogni spettatore ha commesso contro sé stesso.
2) Amleto incarna l’ideale aristocratico e antistorico che lo conduce a assumersi pienamente la responsabilità del suo disegno catartico.
3) Del “tutto il resto è silenzio” si pasce l’esaurimento del Male.
4) Del “c’è del marcio” si pasce l’aspirazione al Bene.
5) Il fantasma…spirito benigno o maligno…nessuno lo sa. È solo il richiamo a qualcosa che non essendo più non è mai stato, e quindi va vendicato, o ri-vendicato.
6) La madre, la vita stessa, la condicio sine qua non, colei che si ama con testa, gola, cuore, stomaco e cazzo. Colei che tradisce ciò che non è perché pure deve essere. Il valore apparentemente assoluto da relativizzare con l’Odio. L’oggetto privilegiato di un amore impossibile. Ciò che si vuole ma non si può avere, l’energia di attivazione dell’Odio, il limine tra desiderio e dannazione, l’Edipo perfettamente totale. Con buona pace di Sofocle.
7) Claudio, la storia, tradotta nel presente. Il potere che si nutre del terrore. La rappresentazione del Bene cui la vita accondiscende, cui la vita si dà.
8) Ofelia, l’amore. La verità incarnata che va scuoiata della propria voce. Così vera da reificare la finzione dell’odio e restarne incinta. Galleggia sul panta rei a promettere il proprio trionfo nel mare dell’indefinita aspirazione. Il suo regno non è di questo mondo. Tardò a capirlo, e imparò la lingua della dannazione scordando di essere l’unica benedizione possibile. Fino in fondo ha interpretato la propria unità con la morte. Non essendo morte ma immortalità.
9) Orazio, il testimone.
10) Rosencrantz e Guildersten, il Gatto e
11) Polonio, o “della comunicazione”. Ucciso come scambiato per un topo nella speranza di essere un re. La comunicazione, ciò che si vuole reale ma che è sempre altro da sé.
12) Laerte. Giuda. La vittima necessaria. L’ombra di Amleto. Amleto senza il “cedelmarcio”. Partito speranzoso verso la vita, crede a un padre che lo vuole morto, dubita di un fratello che vorrebbe solo che lui continuasse a credere, ama una sorella che viene condannata pur di non essere deflorata.
13) Jorick, il grottesco dell’ubi sunt. Potente poiché finito, dall’ipotesi delle sue labbra scaturisce il siero pestilenziale di una verità non più pronunciabile e forse mai pronunciata. Una scatola cranica su cui il paleontologo Amleto ricostruisce la propria ipotesi di legittimazione. Un passato che forse non è mai stato, ma muto di fronte alla condanna di profetizzare la distruzione.
14) “Essere o non essere”; il problema non esiste. Esiste il dubbio se essere nell’essere o nel non è.
15) Resta solo un dubbio: Amleto è? O solo incarna. Amleto è ciò che non incarna, il Teatro dell’Odio vuole ciò che non dice. Cristo è immortale solo se muore, onnisciente solo se tace, onnipotente solo se soccombe, onnipresente solo se inesistente.

Oggi, per la nostra rassegna bibliografica, posterò su www.teatrodellodio.splinder.com un testo cui sono legato sin dall’adolescenza: Le nozze di Erodiade di Mallarmé. L’autore, tra i più noti simbolisti, è conosciuto per liriche ampiamente antologizzate come Brezza Marina, il cui celeberrimo incipit (“La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.”) è divenuto lo slogan preferito degli intellettualini depressi. Altrettanto noto ma meno letto è il poemetto Il pomeriggio di un fauno, che ha il pregio di rappresentare una sorta di enciclopedia dell’immaginario simbolista. Molto meno conosciuto è il frammento che oggi offro alla vostra attenzione; un riuso accorto dell’incompiuto Le nozze di Erodiade conduce direttamente al passaggio, tutto tardonovecentesco, dal simbolo all’allegoria. La condizione del soggetto che rifiuta l’alterità, dilaniato tuttavia dalla sotterranea consapevolezza di essere altro persino a sé stesso, che dialoga con lo specchio dimostrando la propria precarietà ontologica e che giunge a immolare la propria fisiologia sull’altare dell’incorruttibilità…una tentazione che pervade quotidianamente molti contemporanei: l’inedia come rivolta. Io vi leggo il potere del sacrificio in tutta la sua luminosità. Ma è solo un riuso. A Mallarmé interessavano più gli equilibri interni del testo, e le vicende della sua Eroina non fanno che ripetere ossessivamente la sua angoscia di “artista puro” votato alla Musa dell’autoreferenzialità:
“Nutrice:
Come
Pensare mai, ancora più implacabile
E supplicante, se non tra terrori
Oscuri, il dio atteso dallo scrigno
Della vostra bellezza! E per chi dunque,
Divorata d'angosce, conservate
Lo splendore ignorato ed il mistero
Vano del vostro essere?
Erodiade:
Per me.”
Non è questo un periodo in cui riesco più di tanto, a causa di altri impegni, e di un umore decisamente nero, a lavorare con la dovuta dedizione al blog. Ne approfitto quindi per continuare a postare, su www.teatrodellodio.splinder.com, alcuni dei libri inseriti nella bibliografia minima.
È giunto il turno di Adorno. Ricordo che una decina di anni fa andai a Francoforte. L’Università non mi rese la sensazione della grandezza dei pensatori che aveva ospitato. La solennità del cimitero sì. Mi fumai una dolcissima sigaretta di fronte alla lapide del buon Theodor, e lo ringraziai della sua dialettica negativa, come si conviene a un padre generoso. Oggi vi propongo i suoi Minima Moralia, un documento umano struggente, in cui il pensiero critico si confonde con l’esistenza determinando una simbiosi indissolubile. Sono quei libri che danno l’esempio, libri che sono martìri. È l’unico testo che davvero tengo sul comodino accanto al letto, anche se di solito serve per reggere il posacenere. Gustatevelo in intimità. La sua struttura, peraltro, si presta alla lettura sulla tazza del cesso. Non sottovalutate questa gustosa ipotesi. Non mi soffermo oltre, se non per denunciare con sdegno l’abuso che del titolo di questo Testo Sacro ha fatto quell’osceno personaggio che risponde al nome di Battiato, un individuo così brutto, esteticamente e moralmente, da non riuscire a essere neppure demoniaco, falso fino nel midollo, ma inutilmente, giacché crede nella propria menzogna.

DIVENTA ANCHE TU ESEGETA!
Oggi, su www.teatrodellodio.splinder.com, in omaggio per voi
Propongo ai lettori del blog una bibliografia minima da cui ricavare i riferimenti teorici e culturali del Teatro dell'Odio. Di tanto in tanto, sul "sito-madre" (www.teatrodellodio.splinder.com) verrà postata integralmente una delle opere contemplate dalla bibliografia che segue.
Bibliografia minima del Teatro dell’Odio
AA.VV. –
Adorno, Theodor Ludwig Wiesengrund – Minima moralia
Artaud, Antonin – Ci-gît
Bachtin, Michail Michajlovič – L’opera di Rebelais e la cultura popolare
Barthes, Roland - Sade, Fourier, Loyola. La scrittura come eccesso
Bataille, Georges – La parte maledetta
Baudelaire, Charles – Lo spleen di Parigi
Baudrillard, Jean - Il patto di lucidità o l’intelligenza del male
Beckett, Samuel – L’innominabile
Benjamin, Walter - I 'passages' di Parigi
Blake, William – Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno
Borges, Jorge Luis – Finzioni
Bradbury, Ray – Fahrenheit 451
Büchner, Georg – Morte di Danton
Burroughs, Wiliam – Il pasto nudo
Camus, Albert – L’uomo in rivolta
Céline, Louis-Ferdinand – Viaggio al termine della notte
Cioran, Emile – La caduta dal tempo
Crowley, Aleister – Magick
Debord, Guy Ernest – La società dello spettacolo
Deleuze, Gilles e Guattari, Felix – L’anti-Edipo
Dostoevskij, Fedor Michajlovic – I demoni
Eliot, Thomas Stearns – La terra desolata
Eraclito – Frammenti
Eschilo – Prometeo incatenato
Evola, Julius – Rivolta contro il mondo moderno
Foucault, Michel – Le parole e le cose
Freud, Sigmund – Al di là del principio del piacere
Fromm, Erich – Avere o essere?
Genet, Jean – I negri
Ghelderode, Michel de – La ballata del Gran Macabro
Goethe, Johann Wolfang von – Faust
Houellebecq, Michel – La possibilità di un’isola
Huxley, Aldous – Il mondo nuovo
Huysmans, Joris Karl – Controcorrente
Jarry, Alfred – Ubu Re
Jünger, Ernst – Il trattato del ribelle
Kafka, Franz – Racconti
Kane, Sarah - Febbre
Kierkegaard, Soren – Il concetto di angoscia
Lautrèamont, Isidore Lucien Ducasse – I canti di Maldoror
Lovecraft, Howard Philips – Storia del Necronomicon
Lucrezio, Tito Caro – De rerum natura
Lyotard, Jean-François – La condizione postmoderna
Mallarmé, Stéphane – Le nozze di Erodiade
Marcuse, Herbert – Eros e civiltà
McLuhan, Herbert Marshall – Gli strumenti del comunicare
Michelet, Jules – La strega
Miller, Henry – Primavera nera
Milton, John – Paradiso Perduto
Nietzsche, Friedrich Wilhelm – La volontà di potenza
Pareyson, Luigi – Dostoevskij
Pasolini, Pier Paolo – Scritti corsari
Poe, Edgar Allan – Re Peste
Praz, Mario – La carne, la morte e il Diavolo
Rebelais, François – Gargantua e Pantagruele
Rimbaud, Arthur – Una stagione all’Inferno
Sade, Donatien Alphonse François de – Le 120 giornate di Sodoma
Sartre, Jean-Paul – Il muro
Schreber, Daniel Paul – Memorie di un malato di nervi
Shakespeare, William - Amleto
Stirner, Max – L’Unico e la sua proprietà
Tolkien, John Ronald Reuel – Il Silmarillion
Vigny, Alfred de – Poemi
Volponi, Paolo – Le mosche del capitale
Wirth, Oswald – I tarocchi