Oggi, per la nostra rassegna bibliografica, posterò su www.teatrodellodio.splinder.com un testo cui sono legato sin dall’adolescenza: Le nozze di Erodiade di Mallarmé. L’autore, tra i più noti simbolisti, è conosciuto per liriche ampiamente antologizzate come Brezza Marina, il cui celeberrimo incipit (“La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.”) è divenuto lo slogan preferito degli intellettualini depressi. Altrettanto noto ma meno letto è il poemetto Il pomeriggio di un fauno, che ha il pregio di rappresentare una sorta di enciclopedia dell’immaginario simbolista. Molto meno conosciuto è il frammento che oggi offro alla vostra attenzione; un riuso accorto dell’incompiuto Le nozze di Erodiade conduce direttamente al passaggio, tutto tardonovecentesco, dal simbolo all’allegoria. La condizione del soggetto che rifiuta l’alterità, dilaniato tuttavia dalla sotterranea consapevolezza di essere altro persino a sé stesso, che dialoga con lo specchio dimostrando la propria precarietà ontologica e che giunge a immolare la propria fisiologia sull’altare dell’incorruttibilità…una tentazione che pervade quotidianamente molti contemporanei: l’inedia come rivolta. Io vi leggo il potere del sacrificio in tutta la sua luminosità. Ma è solo un riuso. A Mallarmé interessavano più gli equilibri interni del testo, e le vicende della sua Eroina non fanno che ripetere ossessivamente la sua angoscia di “artista puro” votato alla Musa dell’autoreferenzialità:
“Nutrice:
Come
Pensare mai, ancora più implacabile
E supplicante, se non tra terrori
Oscuri, il dio atteso dallo scrigno
Della vostra bellezza! E per chi dunque,
Divorata d'angosce, conservate
Lo splendore ignorato ed il mistero
Vano del vostro essere?
Erodiade:
Per me.”