
L’entusiasmo è una condizione rara, di questi tempi. È compatibile con una dimensione privata e quotidiana, ma alquanto refrattaria alle dinamiche che stanno subito oltre la porta della mia adorata mansarda. Danilo Soscia, il mio Virgilio nell’Inferno delle Lettere, mi ha ridonato il piacere di guardare fuori dagli abbaini incrostati di guano. È appena uscito il suo libro, Condomino. Non esito a definirlo irrinunciabile. Grido al capolavoro, e vorrei avere più voce. Ho avuto, a suo tempo, l’onore di scorrerne le bozze, e lo dico solo per il merito che ciò mi procura. Mi danno a cercare le parole per rendere l’idea di quanto c’è dentro. Partirò da Danilo; è in gran parte dalla mia dialettica con lui che è nato il Teatro dell’Odio, e la sua isterica delicatezza ne ha determinato alcune connotazioni imprescindibili, come la proiezione verso il futuro, la claustrofobia del presente, l’amore per l’allegoria, il fascino delle macerie. Tutto questo c’è, in Condomino, strutturato in un percorso sospeso e gravoso, obbligato; la condizione di un soggetto sempre frainteso riflessa sulla lama della Spada di Damocle, sul cui filo corre scalzo l’autore. Questo è quanto. Compratelo.