Postato da: ministroodio - sabato, 29 marzo 2008 - 07:09

Exsurge Domine, Dite Pater:

tibei commendo uti semper ego odio sim

hominum generi.

 

(Antica evocazione pagana)

 

 

 Diavolo-1

 

 

Io sono il “Diavolo”, per quello che significa. Diciamo che, a quanto mi risulta, in qualunque punto del pianeta sono noto con questo nome o, meglio, con il suo corrispettivo anglosassone, “Devil”, più vincolato all’ineludibile implicito “evil” che alla filologicamente solida derivazione greco-antica. Miracoli della globalizzazione…Ho indossato infinite maschere, ed esistono molti più diavoli che capelli. Sono stato associato, iconograficamente, alle peggiori visioni reperibili nel limitato e ingenuo immaginario umano; tutto quanto, nelle diverse epoche e civiltà, vi era di ripugnante, pauroso, inammissibile o deleterio è stato accostato nel nobile sforzo di costruirmi una maschera adeguata. Culti emergenti mi hanno ricoperto dei panni di religioni decadute, sicché a tuttoggi le vesti che mi sono proprie si rifanno a una tradizione scomparsa: gli zoccoli di Pan, il tridente di Nettuno, le corna di Dioniso…come se anche la tradizione classica fosse univoca e univocamente codificata…ma si sa, la pigrizia delle umane facoltà è tale da rendere il mondo intero, in tutta la sua complessità, come un disegno ragionevolmente prossimo alla percezione antropica della realtà. Se di una cosa vado fiero, è l’innumerevole quantità di nomi, soprannomi, cognomi, nomignoli ed epiteti che mi sono stati affibbiati. L’uno più suggestivo dell’altro. “In principio era il lògos”…recita una delle tante Scritture a disposizione dell’incredulità umana, ma la “parola” è il mio regno, e mi compiaccio di quante parole siano state coniate in onore della mia “persona”, non ultime quelle che andate leggendo. Mi pasco di questa ambiguità, grazie alla quale mi posso celare dietro ai discorsi, mentre Dio, detto l’Indubitabile, vacilla incerto dietro al Silenzio del Dogma. Nessuno osa parlare di Dio, solo delle sue leggi. Ma tutti parlano di me, che non giudico mai nessuno. Perché? Perché gli dei, soli o male accompagnati, sono solo risposte irrazionali a bisogni concreti. E io sono il Male, cioè il bisogno. Ne deriva che io esisto, e di me si può parlare all’infinito. Dio, la risposta, è un’illusione, come tutte le risposte. Ed è meglio non discuterne troppo. Io, forse, farò le pentole senza coperchi, ma i coperchi inventati non fermeranno la zuppa che trabocca sui fuochi delle vostre cucine sino a spegnerli. Sì, perché la gente prega Dio, ma evoca me…Io non ho paura di mostrare la mia faccia, perché io una faccia ce l’ho. La vostra.

 

Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.

 

diavoloE io sono nato anche prima. Quando avete iniziato ad avere paura. Quando la posizione eretta vi ha reso giustizia, mostrandovi l’immensità che vi circondava, e capiste quanto eravate minuscoli. E tutto vi faceva paura. Come adesso.

Allora guardaste in alto. Il fulmine che vi diede il primo fuoco. La pioggia che vi dissetava, e nutriva ciò di cui vi nutrivate. Gli uccelli che cacciavate. Là poneste il vostro Dio, il Sole. E quella dea che vi consolava materna dalle minacce delle tenebre: la Luna. Io giacevo nascosto, la minaccia imprevista di una serpe, di una fiera in agguato, di un male inguaribile…i nemici delle tribù rivali, demoni, mascherati da demoni per farvi ancora più paura. E da demoni vi mascheraste anche voi, perché ogni guerra porta la maschera del demonio. Non avete ancora cessato di combattere, e di chiamare “diavoli” i vostri nemici.

Il primo potere che conosceste proveniva da Dio, e i sacrifici servirono a placarlo. Demoni gli avversari di tale potere, potenti perché sconosciuti: se avessero potuto spiegare le loro ragioni, avrebbero cessato di essere malvagi, e il vostro potere avrebbe cessato di esistere. Ridotti al silenzio, i demoni perdurarono, e perdurano nell’odio e nell’ostilità.

Demoniaco era lo straniero, il barbaro, e demoni i suoi dei. E demoni i vostri per lui. Ogni guerra si fece uno scontro tra Dio e Diavolo, e tutti combattevano dalla parte di Dio. Come adesso.

Poi arrivò il Dio unico, e con lui l’unico pensiero. Il Dio lògos e la sua inoppugnabile ragione. Nel segreto l’Avversario si pasceva dei vostri errori. Finchè la ragione divenne il vero Nemico, e ancora oggi meglio non pensare, meglio non parlare, meglio dire ciò che dicono tutti, che dire dell’Altro è dire di Me.

 

Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.

 

Accadde un giorno, neppure tanto tempo fa, che divenni il Principe di Questo Mondo. Il Male l’unica regola, il Bene l’unica risposta. E ogni potere comportò il trionfo nominale del Bene, il perdurare silenzioso del Male. Silenzio, Buio, Mistero, Segreto, Alterità, Indicibile Bestemmia, Rimozione, codesto il mio Regno; voi pensiate sia una prigione, ma di qui io tendo i miei tranelli, e non ho ancora incontrato qualcuno in grado di sfuggirvi. Voi pensiate il nomarmi sia un insulto al vostro Dio, e non capite che il nome di Dio paralizza la Sua stessa azione riconducendola al potere della Parola, che è il mio.

eclisseChiesa ed eresie, più di un millennio di Storia, la vostra Storia. E le vostre parole mi hanno fatto dominare su entrambi i fronti, con Dio sempre più remoto, cacciato dalla violenza delle vostre inumane vendette. E le fedi di oggi, secolarizzate come un tempo, come un tempo asservite ai più disparati poteri, pensando di combattermi si limitano a combattersi tra loro. Perché io ho mille nomi, e Dio uno soltanto. Ponete il Male fuori da ciascuno di Voi, negli Altri, e gli Altri fanno lo stesso con voi. Per me non cambia nulla: io sono ovunque. E Dio sempre più una parola vuota, una risposta taciuta, il vero Silenzio. Disse un mio vecchio amico: “la più bella astuzia del diavolo è convincervi che lui non esiste!”. Certo, e così agire indisturbato. Ne consegue che la più grande idiozia di Dio è voler a tutti i costi convincervi della sua forza, costringervi ad abdicare a voi stessi rimettendovi alla Sua forza. Ma se io non esisto mi rafforzo, mentre lui, come me sostanziato della vostra fede, perde smalto ad ogni preghiera. Io sono la Responsabilità, la Conoscenza, il Potere, e giaccio sornione nella Tenebra. Lui, abbagliante nel suo candore, illuminato artificialmente come una puttana sotto a un lampione, resta al di là delle vetrine, sogno irrealizzabile delle vostre anime indifese.

 

Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.

 

Eppoi…i miei adepti, quanti dichiarano non tanto di credere in me, quanto di confidare in me,massoneria di adorare me, di perseguire il mio nome. Ce ne sono di svariate razze. Come cani, alcuni sono lupi, altri botoli col fiocchetto. E avanzano organizzati in una perfetta struttura piramidale.

La massa di coloro che agiscono sotto le mie bandiere, la base, è costituita da una masnada di inguaribili, disgustosi romantici, discepoli di Milton e della sua tragedia per adolescenti. Gente che mi evoca perché ha perduto il Paradiso…già, come se per loro ce ne fosse mai stato uno. I Ribelli…sciocchi, sventati, ritardati. In perfetta dialettica con quanti li condannano, vivono di condanne, si pascono di pregiudizi, esaltano quegli stessi attributi per i quali i loro “avversari” maledicono la mia memoria. Trogloditi, ascoltano e suonano musica per trogloditi, e come trogloditi si vestono. Affermano così la loro ipocrita diversità, come se servisse travestirsi da clown per stravolgere una predestinazione genetica. Le sette, i ritrovi giovanili, i balletti di femmine desnude nei boschi, le evocazioni nei castelli diroccati…tutta una congerie di tradizioni mal digerite, poco approfondite e tratte in gran parte da fonti contaminate.

Poco sopra si collocano i propagandisti, quei divertenti giocattoloni che rimescolano ad arte simboli e messaggi con il chiaro intento di pascere le numerose bestie del primo gruppo. Penso ad esempio ai miei amici massoni, e a chi, come loro, pur senza credere in me, alimenta il calderone dei segni dandomi forza e compattando i miei eserciti. O a quanti, esperti operatori di marketing, lavorano a livello subliminale per minare le fondamenta del pensiero unico, diffondendo menzogne antagoniste rispetto alle menzogne ufficiali, saturando le coscienze di dubbio, e quindi di inerzia, e quindi di fiamma pura, incorrotta. Di questi sottoufficiali molti sono scrittori, musicisti, attori, politici, pittori…insomma, operatori culturali. La ricombinazione di elementi della tradizione asservita all’incremento dell’ambiguità, il carisma individuale orientato a oscurare la luce accecante dell’opportunismo dominante, il genio del distruttore di certezze, l’unico possibile. A tutti costoro spetta il compito più lieto: diffondere a manciate l’idea ossessiva che vi sia un Mistero su cui riflettere.

setta

Eppoi al vertice gli ultimi, ossia i Primi, i Burattinai. Quanti hanno capito. Quanti sanno. Il loro sapere è naturalmente esoterico. Non scrivono, non parlano. Il loro sapere li ha portati all’afasia. Sanno. Sanno che qualsiasi loro azione è mia, sanno che io albergo in loro. Sanno che la mia verità è l’unica possibile, credibile, attuabile. Il loro Silenzio emana potere, che si riflette sui loro sottoposti. Sono i serbatoi della mia vocazione. Il loro Odio è talmente distillato da bruciare ogni pensiero, ma a loro pensare non serve: privi di identità, sono i miei occhi sul mondo, occhi fatti più per illuminare che per guardare.

 

Giacché io sono l’Avversario, ma voi non sapete da che parte stare.

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Postato da: ministroodio - giovedì, 27 marzo 2008 - 10:11

barbone      Alcuni consigli per la domenica mattina: se i postumi sono troppo violenti per rincominciare a bere subito, fatevi un’abbondante spremuta d’arance, possibilmente aspra e senza zucchero. Vi sentirete subito meglio. Vi verrà fame, e qualsiasi sbobba farà al caso vostro. Esagerando col condimento, facilmente vomiterete. Alché vi direte: “Ora finalmente mi sento bene”. Sull’onda dell’entusiasmo vi convincerete a uscire. Una doccia catartica. Se la mano non trema, anche farvi la barba o tagliarvi le unghie dei piedi incrementerà il coefficiente di ottimismo. Sulla porta di casa pregusterete la sensazione di farvi cullare dalla debolezza sulle ali di un sogno metropolitano. Così vi dirigerete alla stazione ferroviaria. Trovare della bellezza a buon prezzo è privilegio dei penitenti della sbronza! La buona sorte potrà condurvi a spettacoli di insperata luminosità, come uno stormo di passerotti intento a saziarsi nella multicolore pozzanghera di vomito di un barbone. passeri

A questo punto non vi resta molto da fare: o contribuite anche voi all’ecosistema della meta del vostro peregrinare rimettendo a vostra volta quanto in voi resta di umano, o tornate a rifugiarvi in casa. Consiglio un film da guardare distesi, possibilmente una pellicola dai ritmi lentissimi e priva di qualsivoglia riferimento culturale. Meglio se mancano anche i dialoghi. Caldeggio, in questo senso, un paio di lavori di Annaud, “L’orso” o “La guerra del fuoco”. Ecco, chiudete a chiave la porta, tenete a poca distanza da voi un secchio e una bottiglia d’acqua, abbassate le luci, tirate le tende e mettetevi sotto alle coperte. Servono, anche se fa caldo. Staccate il telefono e spegnete il cellulare: ogni comunicazione può risultarvi fatale. Di tanto in tanto, se non vi addormentate, provate ad accendervi una sigaretta. Se riuscite a finirla siete pronti a ricominciare a bere. Altrimenti…abbiate solo un po’ di pazienza.

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Postato da: ministroodio - martedì, 25 marzo 2008 - 10:20

Lo scandalo è unanime! L’Impero del Male, prestigioso titolo ereditato dalla Cina dopo il crollo dell’Unione Sovietica, si accanisce con inusitata violenza contro l’inerme popolo tibetano che, con la forza dei Giusti, chiede il riconoscimento della propria autonomia. Stampa e televisione si prodigano a sensibilizzare l’opinione pubblica contro questa immonda carneficina e le masse, al solito, rispondono levando il loro grido belante ma deciso nella condanna. Persino Antonella Clerici, famosa politologa, dal trespolo variopinto del suo quotidiano varietà di aggiornamento per casalinghe, che mi voglio immaginare devastate dall’alcol (mi riferisco a “La Prova del Cuoco”), leva i suoi accorati lai rintuzzando un ospite cinese, che peraltro parrebbe un po’ tonto, e invitando le autorità dello Stato a intervenire. Se si mobilita Antonella Clerici il problema deve essere davvero grosso…

scontri 2

CAZZATE! L’ennesima cazzata. Allora…un po’ di storia, prima.

Olimpiadi di Monaco del 1972: un commando di terroristi palestinesi assalta il villaggio olimpico, presso la sede degli atleti israeliani, ne uccide due e ne rapisce nove. Interviene la polizia tedesca: una strage; morti tutti gli ostaggi e i terroristi. Unanime la condanna contro i terroristi palestinesi, emuli peraltro, nelle loro giuste rivendicazioni, di quegli israeliani che per primi, con Ben Gurion, affilarono le armi del terrorismo moderno.

Olimpiadi di Mosca del 1980: Stati Uniti, Canada, Germania, Norvegia, Cina e altri paesi dell’America Latina boicottano l’evento per condannare l’intervento sovietico in Afghanistan, contro quegli stessi talebani, all’epoca finanziati dagli States e persino alleati di Rambo nel terzo episodio della saga, contro cui poi l’intero Occidente si leverà nel 2001, 22 anni dopo.

Olimpiadi di Los Angeles del 1984: i paesi del blocco sovietico ricambiano il piacere e non impiegano negli States i loro pompatissimi atleti.

Veniamo ai giorni nostri. La Cina, partner economico ineludibile di tutto l’Occidente. Deve ripulirsi l’immagine. Sicchè l’Occidente le affida il compito di ospitare la XXIX olimpiade dell’era moderna. Lo sforzo della Cina è immane, sul piano delle strutture e della sicurezza. Una mobilitazione di massa, più o meno coatta, atta a garantire il regolare svolgimento delle gare: è una questione d’immagine, importantissima, tesa a gettare un ponte tra Occidente e Oriente, non tanto per ragioni culturali quanto, ovviamente, nell’ottica di rinsaldare le logiche del mercato globale. Ecco che, per l’ennesima volta, un’Olimpiade diventa una vetrina politica. E i Tibetani ne approfittano con un’insurrezione organizzata a regola d’arte. Con tanto di provocazioni violente condannate in primis dallo stesso Dalai Lama, notoriamente alfiere della non-violenza. La repressione non si fa attendere. Ovviamente. E cosa doveva succedere? Se gli indiani nativi americani si rimettessero a uccidere qualche grasso petroliere di passaggio, come reagirebbe la democrazia statunitense?

Come hanno reagito a Genova i nostri politici di fronte alle proteste contro il G8? Sospendendo le regole della democrazia, imponendo una sorta di legge marziale, picchiando indiscriminatamente, torturando, censurando e limitando la libertà di informazione, insabbiando i processi (che risbucano solo in campagna elettorale…).

Eppoi…da che pulpito questa condanna di tutto l’Occidente…noi che abbiamo invaso un paese, noi che in barba alla Convenzione di Ginevra arrestiamo i prigionieri di guerra, li recludiamo a Guantanamo, li torturiamo nelle maniere più efferate, li priviamo di ogni assistenza, sanitaria o legale che sia, e impediamo a qualsiasi organo internazionale, persino alla Croce Rossa (si badi bene, la Croce Rossa, non Emergency o Medici Senza Frontiere…) di entrare a vedere cosa succede…

Scontri

Ma andate a cagare! Voi e la vostra acritica capacità di scandalizzarvi per ogni gattino ucciso o cucciolo di foca ferito! Voi, tutti persuasi dalla santità di una tonaca rossa! Voi, pervasi di buonismo New Age! Voi, incapaci di relazionare fatti o eventi a una prospettiva anche solo un po’ più ampia del teleschermo con cui siete così bravi a dialogare!

Nell’ottica del Teatro dell’Odio dovrei incitare le autorità cinesi al massacro dei monaci tibetani, ma non lo farò, perché odio di più voi e la vostra ipocrisia.

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Postato da: ministroodio - mercoledì, 19 marzo 2008 - 09:28

Scorrendo i commenti relativi al mio penultimo post, quello, per intenderci, relativo all’aborto, è stato chiamato in causa, per alcuni a proposito, per altri meno, il Diavolo o, per meglio dire, Satana, la sua “versione” ebraica. Sul suo conto credo che le parole più argute le abbia spese colui che può essere considerato il maggior scrittore, e forse pensatore, del nostro tempo (questa considerazione implica che “il nostro tempo” non si sia ancora concluso). È quindi con piacere che vi propongo questo brano, a mio parere illuminante, sul quale mi riprometto di tornare a breve con alcune considerazioni personali.

baudelaire

Da Lo Spleen di Parigi

XXIX • IL GIOCATORE GENEROSO

Ieri, in mezzo alla folla del boulevard, mi sono sentito sfiorare da un essere misterioso che avevo sempre desiderato conoscere, e che riconobbi immediatamente senza avere mai visto. C'era senza dubbio, da parte sua, un desiderio analogo nei miei confronti, perché mi fece, passando, una significativa strizzatina d'occhio, alla quale mi affrettai a rispondere. Lo seguii con attenzione, e poco dopo discesi dietro di lui in una sotterranea, abbagliante dimora, nella quale risplendeva un lusso che nessuna delle abitazioni superiori di Parigi poteva lontanamente eguagliare. Mi sembrò strano di essere potuto passare così spesso accanto a questo prestigioso rifugio senza indovinarne l'ingresso. Vi regnava un'atmosfera squisita, anche se frastornante, che faceva dimenticare quasi istantaneamente tutti i fastidiosi orrori della vita; vi si respirava una cupa beatitudine, analoga a quella che dovettero provare i mangiatori di loto quando, sbarcando su un'isola incantata, illuminata dal chiarore di un eterno mezzogiorno, sentirono nascere in sé, al suono cullante di melodiose cascate, il desiderio di non rivedere più i loro penati, le loro mogli, i loro figli e di non tornare mai più a solcare le onde del mare. C'erano là strani volti di uomini e di donne, segnati da una bellezza fatale, che mi sembrava di avere già visti in epoche e in paesi di cui non riuscivo a ricordarmi esattamente, e che mi ispiravano piuttosto una simpatia fraterna che il timore che nasce di solito al cospetto dell'ignoto. Se volessi provare a definire in qualche modo l'espressione singolare dei loro sguardi, direi che mai ho visto occhi più energicamente animati dall'orrore della noia e dal desiderio immortale di sentirsi vivere.

Sacro_Speco_diavolo

Il mio ospite e io, sedendoci, ci sentivamo già perfettamente a nostro agio come due vecchi amici. Mangiammo, bevemmo oltre misura ogni sorta di vini straordinari e, cosa non meno straordinaria, dopo parecchie ore non eravamo affatto ubriachi. Il gioco, tuttavia, questo piacere sovrumano, aveva interrotto a più riprese le nostre frequenti libagioni, e devo dire che, in una serie di partite, avevo scommesso e perduto la mia anima con una noncuranza e una leggerezza eroiche. L'anima è una cosa così impalpabile, così spesso inutile e qualche volta così imbarazzante che per questa perdita provavo meno emozione che se avessi smarrito, andandomene a passeggio, il mio biglietto da visita. Fumammo a lungo qualche sigaro il cui sapore e profumo incomparabili davano all'anima la nostalgia di paesi e di felicità sconosciute, e inebriato da tutte queste delizie, in un accesso di familiarità che non sembrò dispiacergli, osai esclamare, afferrando una coppa colma fino all'orlo: «Alla vostra immortale salute, vecchio Becco!».

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Discutemmo anche dell'universo, della sua creazione e della sua futura distruzione; della grande idea del secolo, cioè del progresso e della perfettibilità, e in generale di tutte le forme dell'infatuazione umana. Su questo tema Sua Altezza non era mai a corto di battute scherzose e irrefutabili, e si esprimeva con una soavità di eloquio e con una spassosa tranquillità che non ho trovato in nessun altro celebrato conversatore. Mi spiegò l'assurdità delle differenti filosofie che avevano fino ad oggi preso possesso del cervello umano, e si degnò anche di confidarmi alcuni principi fondamentali di cui non mi conviene spartire il possesso e i benefici con chicchessia. Non si lamentò affatto della cattiva reputazione che lo circonda in tutte le parti del mondo, mi assicurò di essere la persona più interessata che si può immaginare alla distruzione della superstizione, e mi confessò di aver temuto, per il proprio potere, una sola volta: il giorno in cui aveva sentito un predicatore, più sottile dei suoi confratelli, esclamare dal pulpito: «Miei cari fratelli, quando sentirete vantare il progresso dei lumi, non dimenticate mai che la più bella astuzia del diavolo è convincervi che lui non esiste!».

alpacino

Il ricordo di questo celebre oratore ci condusse naturalmente verso il tema delle accademie; e il mio strano commensale mi dichiarò che non disdegnava, in molti casi, di ispirare la penna, la parola e la coscienza dei pedagoghi, e che assisteva quasi sempre di persona, benché invisibile, a tutte le sedute accademiche. Incoraggiato da tanta bontà, gli chiesi notizie di Dio, e se lo avesse visto recentemente. Mi rispose, con una noncuranza venata di una certa tristezza: «Ci salutiamo, quando ci incontriamo; ma come due vecchi gentiluomini, in cui una innata cortesia non riesce a spegnere del tutto il ricordo di antichi rancori». È dubbio che Sua Altezza abbia mai concesso una così lunga udienza a un semplice mortale, e io temevo di abusarne. Alla fine, quando l'alba rabbrividendo sbiancava i vetri, questo celebre personaggio, cantato da tanti poeti e servito da tanti filosofi che lavorano per la sua gloria senza saperlo, mi disse: «Voglio che conserviate di me un buon ricordo, e vi darò la prova che Io, sebbene si dica di me tanto male, sono a volte un buon diavolo, per usare una delle vostre locuzioni volgari. Al fine di compensare la perdita irrimediabile, che avete subito, della vostra anima, vi regalo la posta in gioco che avreste guadagnato se la sorte vi fosse stata propizia: la possibilità, cioè, di alleviare e di vincere nel corso di tutta la vostra vita quella bizzarra malattia che è la Noia, fonte di tutti i vostri mali e di tutti i vostri miserabili progressi. In voi non prenderà mai forma un solo desiderio senza che io vi aiuti a realizzarlo; regnerete sui vostri volgari simili; sarete ben fornito di gente che vi lusinga e perfino che vi adora; l'argento, l'oro, i diamanti, i palazzi favolosi, verranno a cercarvi e vi pregheranno di essere accettati senza che abbiate fatto nessuno sforzo per guadagnarveli; cambierete patria e contrada tutte le volte che la vostra fantasia lo comanderà; vi sazierete di voluttà, ma senza stanchezza, in paesi incantevoli nei quali fa sempre caldo e dove le donne hanno l'odore buono dei fiori - eccetera, eccetera...», aggiunse alzandosi in piedi e congedandomi con un sorriso buono.

durer

Se non fosse stato per il timore di umiliarmi davanti a una così larga assemblea, volentieri mi sarei buttato ai piedi di questo giocatore generoso per ringraziarlo della sua inaudita munificenza. Ma a poco a poco, dopo che lo ebbi lasciato, la sfiducia incurabile rientrò nel mio petto. Non osavo più credere ad una felicità così prodigiosa, e andando a dormire, mentre dicevo le mie preghiere ubbidendo ancora alla vecchia abitudine come un imbecille, ripetevo mezzo addormentato: «Dio mio! Mio Signore Iddio! Fate che il Diavolo non mi manchi di parola!».

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Postato da: ministroodio - lunedì, 17 marzo 2008 - 07:14

mappamondo_antico

La prima cosa che notai, al mio arrivo, fu l’incredibile magrezza degli abitanti. Emaciati, i volti contratti, gli occhi fuori dalle orbite, con il loro incedere a gambe aperte parevano spettri, e lenzuola le loro vesti, rigonfie intorno alla vita. Era come se tutti fossero vestiti con sacchi pieni di terra, né era il loro corpo a riempire quegli assurdi sudari, giacché la testa, smunta e rinsecchita, sbucava troppo esile dagli enfi fardelli.

Ero giunto a ***** per assistere alle nozze di un’ignota cugina, unica superstite di un ramo tronco della mia famiglia. Essendo ella orfana e priva di parenti più prossimi, era mio preciso dovere condurla all’altare. Poco o nulla sapevo del suo futuro consorte, se non che si trattava di un notabile di quel remoto paese.

Allontanandomi dalla banchina del porto, dopo il mio approdo, la prima cosa che mi colpì fu l’estrema pulizia delle strade e dei marciapiedi: era tutto così lindo da parere uno sfondo teatrale. I passanti non sembravano particolarmente entusiasti, piuttosto macilenti e spossati sotto il peso dei loro abiti. Dopo pochi passi un mendicante mi tese la mano. Cavai dalla bisaccia qualche spicciolo e glielo porsi; parve offendersi, né io capivo cosa volesse da me. Mi cacciò con un gesto brusco. “Di certo non patirà la fame”, pensai tra me e me considerando il suo corpo grasso e lustro, nonché nudo dalla cintola in giù. Mi affrettai verso la locanda presso cui avrei alloggiato, con la speranza di poter rivolgere all’oste qualche domanda circa le usanze locali, giacché mi parve così strano incontrare un mendicante palesemente obeso nella torma dei passanti smunti e dinoccolati.

Il mio albergatore era un uomo prossimo alla sessantina, esageratamente magro, più ancora dei suoi compaesani, o almeno di quelli che avevo incontrato fino a quel momento. Un capino che ricordava fin troppo le parvenze d’un teschio, anche grazie alla totale assenza di capelli o barba, sembrava incastrato a forza sopra un ampio abito che si allargava come una campana, per raggiungere la massima ampiezza tutt’attorno ai fianchi. “Come intende pagare?” mi chiese dopo alcuni frettolosi convenevoli. Mi affrettai a rassicurarlo circa le mie possibilità. “Non si direbbe; – replicò flebilmente ma con sicurezza il mio ospite – Vossignoria appare grassoccio e in forze…”. Non comprendendo per nulla il senso di quell’osservazione (peraltro la mia stazza è decisamente al di sotto della media, almeno nel mio paese d’origine) sorrisi allusivo, pur senza alludere a nulla in particolare, e mi diressi verso la mia stanza. Vi entrai, poggiai i pochi bagagli, mi stesi su di un comodissimo pagliericcio e mi addormentai di sasso. L’indomani avrebbero avuto luogo le nozze.

matrimoniochiesa

Mi svegliai poco dopo l’alba. La frescura che accompagna la nascita del nuovo giorno mise in moto assai rapidamente il mio intestino: defecai nel vaso da notte, e poi lo svuotai scaraventandone il contenuto dalla finestra, come sono sempre stato abituato a fare. Subito dopo un vociare dalla strada mi spinse a riaffacciarmi sull’esterno: guardando verso il basso, vidi un certo numero di persone avventarsi sulle mie feci, ghermirle con bramosia, disputarsele e quindi infilarsele all’interno degli abiti. Un sospetto che allora mi parve assurdo mi balenò in capo, ma lo scacciai repentinamente.

Vestito di tutto punto, mi recai alla cerimonia. La sposa era scheletrica, e l’abito suo bianco pareva una gigantesca torta alla panna su cui fosse stata posata una ciliegia avvizzita. Né lo sposo era da meno. La Chiesa era spoglia e lugubre; il sospetto concepito poco dopo il risveglio e subito ricacciato nell’oblio assunse nuovo vigore alla luce di quanto vidi all’interno dell’edificio: le pareti erano insozzate di escrementi, dai battiscopa al soffitto; ai piedi di ogni inginocchiatoio troneggiava un vaso da notte; sull’altare maggiore era collocato un enorme navazzo stercorario…

Trasecolai ma lasciai correre, rimandano a più tardi la conferma definitiva delle mie ipotesi. La cerimonia venne celebrata secondo crismi più o meno tradizionali, fino al momento dell’Eucarestia. Infatti ai fedeli in fila il sacerdote non porgeva una particola bagnata nel vin santo, bensì il proprio dito, di volta in volta pucciato ieraticamente nel deretano dell’assistente. I devoti suggevano le falangi insozzate del prete con dedizione, allontanandosi quindi dall’altare contriti e meditativi. Pensai che, tutto sommato, non era un gran male, date le circostanze, non essermi mai comunicato, né quella pareva l’occasione più propizia per principiare. Me ne rimasi seduto, in solitudine e meditabondo, fino al momento delle offerte. Tutti i presenti, allora, si sollevarono le vesti rigonfie e defecarono nel bacile davanti ai loro piedi, svuotandolo poi nel grande navazzo trascinato dall’assistente del sacerdote. Chi non riusciva a donare le proprie feci fresche, ne traeva a manate dalle sacche cucite dentro le vesti, le cui dimensioni, alla fine, mi apparvero giustificate. Ma le stranezza non finivano qui. L’incenso non venne mai diffuso nell’ambiente, bensì di tanto in tanto un fedele seduto sugli scranni del coro si alzava e petava rumorosamente e, aggiungerei, assai fetidamente. Gli sposi, invece che le fedi, si scambiarono feroci e repentine ditate nello sfintere. All’uscita furono accolti da un fitto lancio di feci canine, feline e caprine. E poi si giunse al pranzo…

Fummo ingozzati come oche di prugne, kiwi, yogurt acido, uva, frutta acerba, purea di patate, pasticci grondanti di besciamella, carni frollate fino a divenire guaste, molluschi di dubbia provenienza, il tutto accompagnato da birre assai poco filtrate e vini liquorosi e pastosi. Per dessert ci vennero servite immense coppe di gelato e panna, che i commensali divorarono avidamente e con una furia suicida. E poi il digestivo: l’enteroclisma. Nel giro di pochi minuti la festa si tramutò in un vischioso merdaio, ma non una sola goccia andò sprecata, bensì raccolta con cura e depositata nel bacile destinato ai doni di nozze. Né, lo ammetto, questa volta mi sottrassi dal contribuire con una generosa offerta.gulliver

Tornai all’albergo a tarda notte, stordito e completamente svuotato. L’indomani me ne sarei dovuto tornare a casa.

Mi svegliai tardi e, cosa assai prevedibile, questa volta non riuscii a defecare assolutamente nulla. Scesi per pagare il conto all’oste. “Fanno 24 once…” disse. Mi parve una richiesta piuttosto esosa, ma avevo fretta di tornare dai miei cari, sicchè depositai sul bancone sei monete d’oro e feci per andarmene. “Dannato stitico, torna qui!” Vista la mala parata, fuggii a gambe levate, ma fui presto bloccato da un drappello di guardie, di ronda nelle vicinanze.

Il giudice mi fece pagare assai cara l’insolvenza: per sette giorni fui purgato quasi a morte, e costretto a divorare le mie feci. Un contrappasso diabolico, che peraltro lesionò gravemente il mio apparato digestivo. Cosicché ora sono ancora qui, in questo posto maledetto, sulla banchina del porto. Aspetto giorno e notte che qualche pietoso passante mi getti addosso una manciata di merda, con cui poter comperare del cibo che però non riesco più a defecare.

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Postato da: ministroodio - venerdì, 14 marzo 2008 - 09:44

Discutere di aborto è tornato di moda. Quello dell’interruzione di gravidanza è un tema cardine nell’eterno conflitto tra coloro che vorrebbero erigere al di sopra dello Stato una sorta di teocrazia (ma poi, Dio dov’è finito?) e quanti, viceversa, in nome di un’idea anacronistica e illuminata di stato laico, pur senza scalfire minimamente il potere dei sacerdoti del nostro tempo, vorrebbero mendicare alcune garanzie per quegli sventurati che non si riconoscono nei valori dominanti.

aborto

La battaglia per la difesa della legge 194 è persa in partenza. La Chiesa fa il suo dovere. Mobilita risorse, scuote l’opinione pubblica con il linguaggio che gli è proprio, quello del dogma, rifiuta un confronto fondato sul buon senso, infiltra i propri emissari in ogni spazio della politica italiana, arma e benedice bellicosi crociati dell’opportunismo (Giuliano Ferrara docet). La Chiesa è all’altezza della situazione. E vincerà la sua battaglia. Se non su di un piano legale, di certo su quello etico. Si moltiplicheranno gli obbiettori di coscienza, abortire clandestinamente tornerà comunque a essere una prassi più comoda ed efficace rispetto alle umilianti trafile che attendono al varco la malcapitata che volesse agire nella legalità. Questo perché…non esiste, per la Chiesa, un avversario preparato al confronto. Non esistono gli abortisti. Non hanno voce. Non parlano. Non si sentono. L’utero non è più di nessuno. strage

Se i difensori della 194 e i suoi avversari partono da presupposti comuni, è evidente che qualcosa non va. Tutti si appellano al rispetto della vita e della dignità umana, e tutti ritengono che questi due elementi vadano necessariamente a braccetto. Il problema è antico quanto la società e i poteri che la controllano: è il Potere che decide ciò che è bene ed è male, salvo poi determinare le eccezioni a proprio uso e consumo (guerre, alienazione di massa coatta, sfruttamento, ridimensionamento dell’esistenza a pochi imperativi inoppugnabili, negazione di ogni complessità o problematicità….). E soprattutto oggi è sempre il Potere (non quello monolitico del Grande Fratello, bensì quello parcellizzato e diffuso di foucaultiana memoria) a stabilire le regole e i termini di ogni confronto. Nella finta democrazia in cui viviamo si possono dire solo due cose: non è MAI possibile abortire, è TOLLERABILE che in casi particolari qualcuno possa abortire (sempre che il medico sia favorevole a ciò). Non si può dire, e quindi nessuno dice: IO SONO FAVOREVOLE ALL’ABORTO. Eppure un’ampia diffusione di questo principio sarebbe l’unica possibilità di spuntarla sulla spudorata prepotenza ecclesiastica. Il “rispetto della vita” inteso come lo intendono i biechi protagonisti del dibattito sulla 194 è un’istanza grottesca. La prospettiva di tornare a criminalizzare il povero Onan, se ci pensiamo, è davvero tutt’altro che remota.socrate Abbasso le seghe! W l’uranio impoverito! Non mi soffermo neppure un istante, invece, sull’idea di “dignità della persona”, visto che NESSUNO di noi, esseri formati e adulti, a meno di un patologico eccesso di tracotanza, può considerarsi trattato dignitosamente. Da chicchessia. Ma insistere come lemming ubriachi sul principio del rispetto della vita produce un effetto deleterio: anche protette dalla 194, le donne che abortiscono sono condannate a scontare la propria pena, di fronte agli altri e, cosa ben più grave, di fronte a sé stesse, per l’intero corso della loro vita. Parlo per esperienza. Un aborto rovina la vita di una donna. Squilibri ormonali, certo. Ma qui non si tratta di natura: se il diritto alla vita fosse garantito naturalmente la biosfera sarebbe implosa da tempo. Si tratta di cultura, di condizionamento sociale. Qualsiasi donna che interrompa una gravidanza vive la propria scelta come una grave colpa, e questa colpa scava nella sua personalità fino a diventarne un ospite indesiderato quanto ineludibile. Perché la donna nasce per dare la vita. Secondo tutti noi. Anche secondo i difensori della 194. E una donna che si rifiuta di dare la vita si sentirà per sempre una donna a metà. Per compensare la propria deficienza adotterà diverse strategie. Spesso incomincia a darla via a tutti per riaffermare la propria femminilità, o per punirsi ostentando davanti a sé stessa la propria immoralità. Trattata collettivamente come una criminale, da criminale inizierà a comportarsi. O a sentirsi. E invece…

mimosa

Io sono favorevole all’aborto. Indiscriminato. Volontario. Lo incentiverei. Lo premierei. Io sono contrario alla riproduzione umana, specie qualora essa dovesse significare il perpetuarsi della nostra civiltà, e delle sue innumerevole patologie. Già Socrate indicava come scopo supremo dell’essere umano quello di presentarsi sereno di fronte alla morte. Questa serenità rappresenta la sfida di una vita intera. Una sfida inutile e tragica. Spesso fraintesa e tramutata in una deleteria cupio dissolvi. L’unica dignità che riconosco all’essere umano consiste nella sua capacità di elaborare strategie in grado di favorire ed esaltare tale tragedia. Io sono grato alle donne che abortiscono. In un mondo in cui la vita è dialogo con la morte, e la dignità ricerca disperata di verità.

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Postato da: ministroodio - lunedì, 03 marzo 2008 - 14:06

porta2

Fui condotto davanti a una porta.

La porta era bianca, aveva un aspetto massiccio. L’aprii facendo ruotare il pomello, tondo e levigato. Attraversai la soglia, rinchiusi la porta alle mie spalle, piano, con calma, senza far rumore. Davanti a me correva un lungo corridoio dalle pareti bianche; lo percorsi tutto fino ad arrestarmi davanti ad un’altra porta, identica alla prima. L’aprii facendo ruotare il pomello, tondo e levigato. Attraversai al soglia, rinchiusi la porta alle mie spalle, piano, con calma, senza far rumore. Davanti a me correva un lungo corridoio dalle pareti bianche; lo percorsi tutto fino ad arrestarmi davanti ad un’altra porta, identica alla prima. L’aprii facendo ruotare il pomello, tondo e levigato. Attraversai la soglia, rinchiusi la porta alle mie spalle, piano, con calma, senza far rumore. Davanti a me correva un lungo corridoio dalle pareti bianche; lo percorsi tutto fino ad arrestarmi davanti ad un’altra porta, identica alla prima.

Non so quante soglie attraversai, non ricordo quanti corridoi percorsi. Ad un certo punto mi venne in mente che forse sarebbe stato meglio tornare indietro. Mi trattenne la possibilità di aver percorso più corridoi di quanti non me ne rimanessero.

Così, dopo essermi fermato a riflettere davanti all’ennesima porta, identica alla prima, l’aprii facendo ruotare il pomello tondo e levigato. Attraversai la soglia, rinchiusi la porta alle mie spalle, piano, con calma, senza far rumore. Davanti a me correva un lungo corridoio dalle pareti bianche. Lo percorsi tutto fino ad arrestarmi davanti ad un’altra porta, identica alla prima. (…)

porta

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