
I comizi dell’oltreuomo
Da balconi sospesi su echi di applausi
Evocano parate struggenti,
miliziani di gesso frantumano sogni:
non più uomini ma falangi.
Dure e compatte, onde di carne
Che sublime travolge macerie
Inneggiando al florido potere.
Lo amo, amo le univoche grida
Di pedine gagliarde nelle mani
Di antichi dei celti, amo la guerra
E lo sterminio delle razze: è tutto
Come rilucente, come glaciale sguardo
Di un dio-esteta su ciò che fermenta.
Amo la perfezione infranta degli eserciti
Ma io contemplo, e non combatto,
Poiché amo la morte e morto infine
Non potrei (credo) amarla. Amo
Lo sfascio dell’ente in rivoli neri
Di frenetiche pulci affamate. Amo
Dio e la mano multiforme che
Sempre plasma creature difformi
Lasciando per sé la perfezione. Amo
Essere un dio e abbattere i templi
Dormendo puro di cuore
Fra le scarne braccia e i caldi sguardi
Di chi infinitamente amo.

Poi rinvenni, un istante prima di morire, per spalancare porte e finestre; mi spogliai e il fiume di uomini liberi si arrestò. Tutti mi videro entrare in una porzione di quell’enorme fiamma che arroventava la città intera, con il suo cielo drogato; e in essa mi adagiai, ed essa mi condusse fuori, e io divenni lei. Come folle d’amore precipitai in mezzo alla mandria di uomini, e li amai tutti – stritolandoli in un abbraccio incandescente; le loro urla mi dannavano, ma di volta in volta divoravo le loro anime e quella gente fu in me. Divenni un gigante, di fuoco, e quando tutto fu distrutto, il cielo accartocciato su sé stesso a mostrare il resto, la città incantata dalla vitalità di ceneri agitate dal respiro troppo affannoso di quel nuovo mondo, gli uomini ridotti a informi pozzanghere di nebulosi, indistinti pensieri, me ne andai. Raggiunsi i miei fratelli e tutti insieme tornammo nel nostro amato paese; ma la minaccia degli dei pesava su di noi; eravamo malvagi, e dovevamo espiare il debito al sacro equilibrio che regge le sorti dell’universo. Il cosmo reclamava impaziente ciò di cui l’avevamo privato, e volle ingoiarci in sé e fummo fatui tanto da non essere più. Né più fummo, ma, lacerati dal cancro dell’inconsistenza, scaturimmo da noi stessi come implacabili fiumi di niente; fu così che, fuggiti dal cosmo, fummo ancora, e questa volta per sempre. Disorientati da una libertà mai sperimentata ci stringemmo gli uni agli altri, e né più eravamo uomini né più eravamo donne e danzavamo in principio tutti in cerchio, sbandierando nel vuoto attorno a noi lembi di spirito che nessuno aveva mai visto. La paura scomparve, fu musica ovunque, la nostra danza a essa donava la consistenza necessaria a creare; ma nulla fu creato eccetto un’onda di purezza che attanagliava ogni nostro gesto. E ci sfiorammo per poi prenderci per mano e ancora una volta stringerci gli uni agli altri ed essere Uno. Noi, privati di tutto, volevamo dell’altro; andati indietro fino a lasciarci alle spalle l’inizio stesso, volevamo dell’altro. Allora volli creare, almeno tornare indietro di quel tanto sufficiente a salvare qualche cosa; mi ritrovai uomo tra gli uomini a domandare: È DI QUESTO MONDO
La folla ruggì, voi tutti imprecavate contro di me; ebbi a dire, quando ero un capo tra i capi, che non vi era pace se non tra due guerre, che non vi era pace se non nella morte. E tutti voi volevate sapere che cosa fare di questo mondo, volevate sapere se ce n’era un altro; non potevo saperlo: io, di certo, non ero di questo mondo (né lo sono ora), ma non ne conoscevo altri. Risposi:
“Un tempo combattevate, non avevate motivi per farlo. Odiavate la pace che regnava sui vostri campi abbandonati, sulle vostre famiglie massacrate, su terre lontane abitate dai fantasmi del pensiero. Un tempo voi uomini combattevate e gli dei giocavano; ora che fate? Guardate in voi stessi e non vedendo nulla volete essere voi stessi; cercate di andare lontano, dove vi porta un cuore che da tempo si è fermato; pensate che gli attimi crescano sugli alberi, e li cogliete già saturi della vostra volontà. Il passato non vi ha lasciato nulla, né voi potete creare; gli dei dormono da tempo, annoiati dalla mediocrità che si guarda allo specchio. È finito il tempo delle rivoluzioni, nulla più può essere fatto, nulla è stato fatto; non siete potuti fuggire dalle leggi che avete creato: potevate solo demolirle. Molti di voi lo hanno fatto, si sono ribellati, hanno negato, hanno bruciato le città e sé stessi. - Brucerò! – gridavano; e sono morti. Che cos’è un mondo senza che la volontà possa plasmarlo a proprio piacimento? È questo che vedete: cenere. Io vengo a portare ancora fuoco! Ma voi siete solo cenere; per questo io vi dono il fuoco eterno, la fiamma che non divora né distrugge ma in sé vive e crea. Siete vuoti come carcasse nel deserto; tali resterete, ma avrete paura; sarete terrorizzati da ciò che non conoscete: avete voluto eliminare il ventaglio delle possibilità, negare la vostra sopravvivenza; ma un’altra vita è spuntata, su voi ha messo radici…ne siete solo l’inizio! Tutte le vostre chimere, le rappresentazioni filmate e montate con così tanta cura sono andate perdute negli incendi; ora tutto ciò che siete è fuggito dalle vostre coscienze, e voi siete niente, suonate come vuoti!”
L’intera sala si svuotò all’istante, come se gli occupanti, assaliti dal rimorso di non essere, cercassero altrove i propri corpi.

La “non-violenza” è una parola d’ordine, uno slogan apotropaico. Per due ragioni fondamentali. Da un lato, infatti, è un modo per comunicare che la proprio opinione, a prescindere dalla condivisibiltà, non può che rimanere un’innocua affermazione egoica, da difendere in quanto implicitamente ( e illusoriamente) costruttiva. Dall’altro perché getta un ponte tra il pensiero di chi la afferma e chiunque altro che, pur non condividendone la teoria, ne condivide la prassi. Un ponte che nessuno attraversa.
In realtà resta pura retorica. Strategicamente utile in condizioni di inferiorità, diviene controproducente, in quanto innaturale, qualora sia possibile affrontare il nemico ad armi pari. La “non-violenza” non solo è estranea all’uomo in quanto specie, ma all’intero contesto in cui agiscono le regole della biosfera. La sublimazione della violenza in quanto istinto primordiale conduce a raffinate forme di violenza “culturalizzata”, come quelle fondate sul senso di colpa. Il senso di colpa può essere facilmente respinto, conducendo l’individuo a varcare limiti etici che sarebbe meglio restassero indiscutibili; e anche qualora divenisse una condizione paralizzante, proprio in quanto tale non costituisce un progresso in alcuna direzione. La violenza rimossa si tramuta in temibile arbitrio. Più consona a una psiche che si vorrebbe intelligente sarebbe la capacità di esercitare la violenza in un ambito controllato, funzionalizzato e strutturato volontaristicamente. Reprimere la violenza insita in noi è come imporre un tappo al proprio sfintere: ritengo inopportuno che la merda esca dalle orecchie.
La violenza, verbale o fisica, rappresenta la manifestazione evidente di una causa latente. Qualcuno reagisce violentemente a stimoli fisici; più spesso il condizionamento è di carattere psichico. “Violenza chiama violenza”, si dice. Tuttavia un atteggiamento remissivo aizza il violento: la vittima eccita i furori del carnefice. Così il disagio, l’handicap, la diversità. Alcuni nobili soggetti sublimano la propria rabbia tramutandola in indignazione, e imbracciano le armi per contrastare l’ingiustizia, ovunque riescano a immaginarla. In ogni caso la violenza rappresenta una reazione rispetto a un condizionamento intollerabile.
Io non tollero provare tenerezza per alcunché. Io sono violento con ciò che mi intenerisce. Io mi difendo: la tenerezza è il più orribile dei mostri. Mi intenerisco facilmente.
Dio non voglia che l’oggetto della mia tenerezza divenga per regola il bersaglio della mia violenza. Anche perché proprio Lui è quanto di più tenero io riesca a concepire.
Mi sono impiccato per i coglioni.
Ma è solo l’ultima delle mie prodezze.
Iniziai, rebelaisianamente, col partorirmi da solo. Sicché nacqui androgino, e la prima cosa che sbucò dalla mia fessa ipostatizzata fu proprio il pipino, con gran sorpresa dei presenti, di cui, però, non ricordo i volti.
Crebbi rinchiuso nel mio esoscheletro, che non escludeva la presenza di un normale sistema osseo interno: andavano molto d’accordo, l’eso con l’endo.
A lungo mi nutrii delle mie feci, l’alimento più adatto, per consistenza e contenuti nutritivi, al sostentamento del mio immaturo organismo. Conobbi poi il piacere salmastro del sudore e, approssimandomi all’adolescenza, scoprii il sottile piacere di inondare la mie papille gustative col fluire copioso del mio proprio smegma.
Non appena gli ormoni presero a richiamarmi ai miei doveri biologici, mi abituai a suggere il mio stesso seme, in una perpetua fellatio auto-indotta ottima al fine di fecondarmi le tonsille. Il moltiplicarsi inarrestabile di aggregati psichici all’interno di un esofago sempre più dilatato mi impose la pericolosa scelta di aprire un varco verso l’esterno, infrangendo il sigillo della mia vecchia corazza. Fortunatamente la pressione interna era tale che il getto esistenziale proiettato al di fuori di essa ricadeva a una distanza sufficiente da permettermi di disinteressarmi completamente del suo destino. Tuttavia…giunsi a una conclusione che modificò la mia visione del cosmo: la dialettica tra esteriorità e interiorità non poteva essere neutra, giacché un organismo vivente si trovava, per sua stessa natura, costretto a interagire, in un qualche modo, con lo spazio circostante. Capii di non essere e di non poter diventare una pietra. Capii che il tessuto che mi proteggeva era vivo e poroso, in relazione osmotica col contesto che lo ospitava. Con enorme sforzo ammisi un “fuori”. Di pari passo con tale resa all’evidenza il mio esoscheletro prese a creparsi progressivamente, fino a crollarmi di dosso. Mi elevai, per la prima volta, in una forma compiutamente umana, né i miei sensi ci misero molto ad adattarsi alla nuova condizione. Vidi, annusai, gustai, tastai, ascoltai. Fu la novità dell’interazione a irretirmi, più che i nuovi dati acquisiti, di per sé assolutamente insignificanti. Ci doveva essere di più. Mi mossi. Mossi i primi passi. Mi trascinai lontano dal mio guscio, o da quanto di esso rimaneva. Misi alla prova ogni organo motorio a mia disposizione: agitai le gambe, grattai il suolo con le unghie delle mani, morsi le radici degli alberi muovendomi attraverso le contrazioni del collo, strisciai danzando col costato come avevo visto fare alle serpi e ai vermi, sfruttai le rare erezioni per fare leva su di un glande sempre più calloso e sozzo, condussi allo spasimo improvviso ogni muscolo e ogni articolazione del mio corpo per avanzare a balzelli…e quant’altro.
Per quanto, spostandomi di continuo, più volte esaurii lo spazio esperibile, l’emozione di sentire rimase sempre incommensurabilmente maggiore della realtà sensibile in sé.
Decisi di porre un termine a tale squilibrio imponendomi l’impossibilità di riprodurmi ulteriormente. Sicché…

Mi sono impiccato per i coglioni.
Procedetti così: fissai una corda sottile ma robusta alla base dello scroto, in maniera da porre i testicoli nella condizione di reggere il mio peso. Poi mi vestii a puntino (ho sempre amato le formalità) e, tenendo in mano la corda che sbucava dalla patta dei pantaloni, intrapresi la ricerca del posto più idoneo ove portare a compimento il mio proposito. Dopo poche ore di calvario giunsi ai confini di una vastissima landa deserta, spazzata da turbini di vento e polvere, al centro della quale sorgeva una meravigliosa quercia secolare, wotanica, spoglia, incrostata di sabbia, morta. Mi portai ai piedi del titanico scheletro vegetale, mi denudai completamente, lanciai il capo libero della corda al di là di un grosso ramo e presi a tirarlo, finché non rimasi in punta di piedi. A quel punto fissai la cima al tronco e mi lasciai andare, immaginandomi stupidamente a pencolare in posizione più o meno orizzontale, tuttalpiù con la testa e i piedi più bassi rispetto al pube. In realtà, nonostante tutti gli sforzi dei miei addominali, mantenni per breve tempo la posizione orizzontale, per ritrovarmi presto a testa in giù, a causa del peso preponderante del capo e del tronco. Dopo qualche istante dovetti desistere e lasciare che anche le gambe si flettessero verso il suolo. Le mie gambe si aprirono, scoprendo l’ano oscenamente dilatato, mentre lo scroto, che si era già notevolmente allungato, proseguì a sostenermi infilandomisi tra le gambe. Volevo lasciarmi morire d’inedia in questa grottesca posizione. Ma il progressivo allungamento dello scroto fece sì che di lì a qualche giorno le mie mani toccassero il suolo. Compresi che il mio proposito era miseramente fallito: era giunto il momento di liberarsi. Come fare?
Con un sovrano sforzo muscolare mi recisi lo scroto a morsi, garantendomi comunque, in prospettiva, l’agognata sterilità.
La prima cosa di cui mi resi conto crollando al suolo fu di aver perso completamente la sensibilità degli arti inferiori. Forse per questo rimasi di sasso nel veder cadere, assieme a me, un grosso nido di rovi intrecciati che un uccello sconosciuto, ma plausibilmente di grosse dimensioni, doveva aver costruito a mia insaputa in mezzo alle mie natiche.
Le uova custodite dal nido rotolarono beffarde a pochi metri dal mio volto, e non potei che indovinare un barlume di avvenire: la mia carogna dissanguata avrebbe nutrito i neonati. Per quante verità si possano crocefiggere, per quante possibilità si possano sopprimere, per quanti silenzi si possano sostenere, nonostante tutto, ripetono i cieli, la vita continua.
Spirai. Bestemmiando quel Dio malvagio che non mi consegnò le armi per ucciderlo.
Io ho una sorella. Che dice cose che io non so dire. Ci sono cose che le parole non possono dire. Ci sono immagini così vere da restare mute. Ci sono persone che capiscono tutto di altre persone. Ci sono persone che dicono cose che io non so dire. Lei è mia sorella. Ed è un’Artista. Vi invito a conoscerne l’opera.

http://www.ddmagazine.it/2008/numeri2008/numero2-2008/francesca_martinelli/francesca_martinelli.htm
Un mio caro amico, nonché collega, noto purista rispetto a tutto ciò per cui ha ancora un senso essere puri, mi dice che legge i miei interventi sul blog in relazione alla loro brevità. Ben venga. In suo onore posterò un intervento coinciso. E, di conseguenza, apparentemente fatuo.
Ecco la fatuità: vogliono abolire i funghi a gas che consentono a noi poveri fumatori braccati di riunirci come animali colpiti dall’ostracismo fuori dai locali per trovare un minimo di calore ristoratore mentre consumiamo la nostra malsana passione. Eggià…prima la mega-stronzata del fumo passivo…che ha comportato non solo il divieto di fumo nei locali pubblici ma, cosa ben più grave, il divieto di aprire locali per fumatori (come dire, il passaggio da una legge ingenuamente garantista a una dichiaratamente proibizionista). Poi il giochino di parole: “abolito il fumo sui treni”…già…non ho mai fumato in vita mia “sui treni”. L’unica cosa che hanno abolito è stato il vagone fumatori. Altro provvedimento proibizionista. Eppoi…i soldi dei contribuenti spesi per promuovere campagne contro il fumo…i soldi delle scuole spesi per invitare sedicenti “esperti” che spieghino agli adolescenti i danni derivanti dal fumo…le classifiche in cui ogni cancro viene considerato causato dal fumo, attivo o passivo, per cui “ogni anno il fumo fa più vittime degli incidenti stradali”…le leggi liberticide non a caso promulgate nei paesi ispiratori della nostra democrazia, come negli States, dove addirittura determinati film non vengono prodotti se gli attori fumano davanti alle telecamere. Ma proprio ai fumatori dovevano rompere il cazzo? Lo fanno per la nostra salute?
Cioè per risparmiare i soldi dei contribuenti? E proprio con le sigarette su cui hanno il monopolio dovevano iniziare? Per poi dar vita a quei fenomeni di isteria collettiva per cui la vecchietta fetida di suo, ma resa ancor più fetida da un profumo ammorbante acquistato in un discount, riesce a darti del drogato perché una sua finissima nervatura olfattiva percepisce uno sbuffo della tua sigaretta alla ragguardevole distanza di tre o quattro metri…Innescare una psicosi collettiva contro il fumo di sigaretta, dare inizio a una caccia alle streghe contro i fumatori, favorire le loro bronchiti togliendo i funghi a gas dall’esterno dei locali pubblici, diffamarli…cui prodest? Ma, cazzo, viviamo nel mondo di Kioto, degli OGM, delle macchine che più benzina consumano più il mercato è contento, degli insetticidi, dei pesticidi, del buco dell’ozono, dell’effetto serra, dello scioglimento dei ghiacciai, della diffusione incontrollata di perniciose sostanze radioattive, e devono rompermi le palle proprio sulle sigarette? Ok, da qualche parte bisogna pur iniziare, ma non vi sembra un po’ strano questo incredibile dispendio di risorse, a livello internazionale, per mettere alla gogna un vizio piuttosto veniale e innocuo, specie a confronto con i crimini di massa che quotidianamente vengono perpetrati nel silenzio generale? Personalmente, mi sa di specchietto per le allodole. Vorrei smettere. Ma non posso. Perché? Perché trenta sigarette al giorno per sedici anni mi hanno reso completamente dipendente? No. Perché sono un debole? No. Perché non rispetto me stesso e chi mi sta intorno? No. Non smetto perché mi fa schifo dar ragione a questa pervasiva ipocrisia salutistica, che alimenta non so quale mercato e che va a tutto favore di coloro che nascondono i loro inenarrabili crimini dietro ai peccatucci del prossimo. Così se schiatto di cancro o di ictus sarà colpa loro, non mia. Una sigaretta è di per sé una cosa meravigliosa: rilassa, aiuta a concentrarsi, dona esponenti alla bellezza di un momento, si configura come una liturgia pagana, rappresenta un’interlocuzione necessaria in un confronto dialettico che si vuole approfondito ecc. ecc. Se in più mi vedo costretto a riconoscerle un significato antagonista rispetto all’idiozia dominante…ogni sigaretta diventa più buona, ogni inalazione di nicotina più giusta, ogni colpo di tosse più sacro di ogni menzogna che vogliono raccontarmi. Il fumo passivo…e io dovrei credere che una mia sigaretta, o il fungo sotto al quale cerco calore e riparo, inquinano di più dell’ipocrisia di chi li vuole vietare? Già. Mi spiace per il mio amico, non sono riuscito a essere abbastanza breve neppure su di un argomento fatuo come questo. Peccato se non mi leggerà. Lui non fuma, ma potrebbe iniziare. Vi rivolgo una preghiera: non commentatemi con viscidi autobiografismi del tipo “mia nonna, mia mamma, mia sorella è morta di cancro perché fumava o perché il suo vicino di casa fumava”: la vostra casistica è ininfluente, non solo rispetto ai casi di cancro di non fumatori che potrei citarvi, ma soprattutto a confronto con le vittime civili del conflitto irakeno. Non so a voi, ma a me questo basta.

24 Egli propose loro un'altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che aveva seminato buon seme nel suo campo. 25 Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e seminò le zizzanie in mezzo al grano e se ne andò. 26 Quando l'erba germogliò ed ebbe fatto frutto, allora apparvero anche le zizzanie. 27 E i servi del padrone di casa vennero a dirgli: "Signore, non avevi seminato buon seme nel tuo campo? Come mai, dunque, c'è della zizzania?" 28 Egli disse loro: "Un nemico ha fatto questo". I servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a coglierla?" 29 Ma egli rispose: "No, affinché, cogliendo le zizzanie, non sradichiate insieme con esse il grano. 30 Lasciate che tutti e due crescano insieme fino alla mietitura; e, al tempo della mèsse, dirò ai mietitori: Cogliete prima le zizzanie, e legatele in fasci per bruciarle; ma il grano, raccoglietelo nel mio granaio"». Accadde poi, al tempo delle messe, che le zizzanie soffocarono ogni spiga di grano, e i servi creparono di fame, mordendo le loro falci e bestemmiando il Signore loro.