Postato da: ministroodio - mercoledì, 30 gennaio 2008 - 08:57
Ensor

Mi fate schifo perché

Perché ci siete

E vi vedo e vi annuso.

 

Mi fanno schifo le orecchie da mercante

Intarsiate con perle di cerume

E orecchini di paura,

I capelli tirati a lustro dal grasso del bisogno,

I nasi forati per rimettere muco

E ingratitudine.

 

Mi fa schifo che l’epica

Sia un valore da fascisti

E sciovinisti mentre i “giusti”

Si arrabattano nella giustizia inerme.

 

Mi fate schifo con i vostri cenacoli

Di vergini lese e marionette imbellettate d’antrace,

Mi fa schifo come scodinzolate

All’idea di uno zuccherino al veleno.

 

Malati di conferme,

Mi schifano le vostre piaghe.

 

Mi fa schifo chi vuole comandare su un mondo di eguali,

Chi carezza la diversità con la mano guantata,

Mi fate schifo voi tutti

Che proponete soluzioni sagge a insani problemi

Mettendovi in ginocchio, umiliandovi

Di fronte alla vostra supponenza.

 

Mi fanno schifo i vostri genitali

Segnati dai codici a barre,

Conclamati ma criptati genitali,

Umidi gli uni degli altri ma sempre assetati

Plastificati, incipriati, ben oliati.

 

Mi fanno schifo tutte le idee

Asservite alla vostra grottesca ricerca

Di un’identità condivisibile,

Mi fa schifo il vostro bisogno di confondervi

Nel mare nero delle altrui opinioni.

 

Mi fa schifo il vostro impersonale Paradiso,

La vostra opportunistica dannazione

E quel Purgatorio in cui naviga

L’oscenità del perdono che concedete a voi stessi.

 

Mi fa schifo la vostra eterna giovinezza

Così inadeguata a questo pianeta stremato

A questa civiltà imbalsamata

A questo divenire rinnegato.

 

Mi faccio schifo quando l’Odio china il capo

Di fronte allo schifo.

Perché lo schifo mi accomuna a voi

Che vi schifate di me

Invece di Odiare

E combattere.

 

Non cercate nemici al di fuori di voi

Cercate sicari

Complici del complotto

Asserviti alla causa

Della vostra fine.

Nella categoria : poesie
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Postato da: ministroodio - lunedì, 28 gennaio 2008 - 07:46

Interrompendo una consolidata abitudine, posto questo mio monologo, data la sua lunghezza, nel file in allegato.

Pandora

Pandora

Nella categoria : novelle
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Postato da: ministroodio - venerdì, 25 gennaio 2008 - 11:03

Vorrei proporre un contributo redatto da una carissima amica, Debora Ardilli, appartenente a un collettivo studentesco universitario di Trieste ("La Scintilla") le cui idee di riferimento solo parzialmente coincidono con le mie; tuttavia lo posto per l'eloquenza e l'esaustività che lo connotano.

 

ratzinger

Quando si ha buon senso, si riprende il proprio regno dalle mani del papa

 

Voltaire, Il grido delle nazioni

 

 

La catastrofe è che tutto continui come prima

 

Walter Benjamin, Parco centrale

 

 

Un episodio «increscioso», «intollerante», «violento»; «un gravissimo errore che l’università non dovrà ripetere mai più»; «una sconfitta della cultura liberale»: questo il monotono ritornello che ci accompagna, per bocca dei tanti che in questi giorni si spendono a esaltare la libertà come accordo polifonico di voci, da quando Benedetto XVI ha fatto sapere di rinunciare «suo malgrado» a presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico all’università “La Sapienza”. Dolorosa e tormentata rinuncia, indotta dalla presenza di manifestazioni autorizzate da chi, in seguito, ha zelantemente provveduto a condannarle, oltre che tenute a debita distanza dal luogo delle celebrazioni da un cordone militare che all’università non si vedeva da anni.

Il pietoso rimpallo di responsabilità tra il Vaticano e il Ministero degli Interni a cui abbiamo assistito nelle ultime ore altro non fa che rendere ancora più evidenti le reali motivazioni della ritirata papale. L’insubordinazione studentesca non poteva che risultare sgradita, e forse addirittura incomprensibile, a chi è abituato a intendere il rispetto come silenziosa obbedienza e a squalificare come delitto di lesa maestà la richiesta di sottoporsi all’onere della discussione quando ci si rivolge a una platea più ampia di quella dei fedeli. Più in generale, l’intraprendenza degli studenti romani deve essere apparsa intollerabile a chi coltiva inconfessabili nostalgie per piazze e per aule ricolme di individui disciplinatamente plaudenti. Circostanza del resto puntualmente sottolineata da monsignor Bagnasco in un’intervista rilasciata a La Repubblica. Secondo il presidente della Conferenza Episcopale, che in ciò non sembra distinguersi troppo dalla quasi totalità dell’arco parlamentare e dagli intellettuali che hanno fatto pesare un ‘disinteressato’ parere a favore della teologia ratzingeriana, «il diritto di dissenso e di critica deve sempre accompagnarsi all’assoluto rispetto per la dignità dell’altro. Senza offese e schiamazzi che impediscano la libera circolazione delle idee». Naturalmente, non è dato sapere in che cosa consista la libera circolazione delle idee e come debbano manifestarsi opinioni che, in base al rispettoso giudizio del capo dei vescovi e della nutrita schiera di politici che ha prontamente risposto alla chiamata alle armi del cardinal Ruini, hanno una dignità pari a quella di un fastidioso rumore di fondo.

giordano bruno

Sta di fatto che davanti alla prospettiva di un’accoglienza non esattamente in sintonia con lo spirito delle giornate della gioventù, un’invidiabile intelligenza politica ha suggerito al Papa di risparmiare al mondo l’immagine di una Chiesa che, proprio nel cortile di casa, non raccoglie la desiderata unanimità dei consensi e, per altro verso, di avvantaggiarsi dell’opportunità di potersi presentare come vittima designata di un’insolente campagna laicista. La cui supposta virulenza, in ogni caso, non ha impedito la pubblica lettura di un discorso finalizzato a ribadire, al di fuori di qualsiasi contraddittorio, le non inedite opinioni del Pontefice sul rapporto tra fede e ragione. Ridotto all’essenziale, l’intervento di Benedetto XVI verteva sul carattere universalmente vincolante della dipendenza della ragione dalla fede religiosa. La ricerca della verità che coinvolge i cattolici, gli aderenti ad altre confessioni e gli atei, di conseguenza, dovrebbe convergere intorno alla subordinazione dell’indagine scientifica intorno a un principio d’autorità custodito dal capo della ChiesaGalileo_Galilei cattolica. Dopodiché, a quanto pare, hic sunt leones. Stando così le cose, lascia a dir poco sconcertati la totale assenza di senso del ridicolo esibita da quanti si sono affrettati a tacciare di ignavia intellettuale e a commentare con sdegno una censura che, di fatto, non ha mai avuto luogo. Che qualcuno in vena di funambolismi non abbia resistito alla tentazione del paragone con la cacciata di Lama nel 1977 (Rocco Buttiglione), e che qualcun altro, più smaccatamente incline a un revisionismo storico da bocciofila, abbia ritenuto di dover equiparare la lettera dei 67 docenti al famigerato discorso con cui, nel 1933, il filosofo Martin Heidegger sanciva l’allineamento dell’università tedesca ai demoni pagani del nazionalsocialismo (Giuliano Ferrara), è una significativa testimonianza dell’incapacità di imbastire una discussione anche soltanto vagamente presentabile su ciò che realmente è successo.

Tuttavia, malgrado la pochezza delle argomentazioni in campo e la stucchevole rappresentazione di un capo di Stato messo sotto assedio dalla diabolica perfidia di un pugno di rivoluzionari di professione (a forza di essere ripetuta, la bugia potrebbe anche avverarsi: nel qual caso, non saremo certo noi a dolercene), non possiamo nasconderci il successo con cui l’ondata filo-clericale, attraverso il supporto di organi di informazione scandalosamente compiacenti, si afferma e tende a colonizzare il senso comune, a insediarsi nelle maglie del quotidiano, a impregnare di sé i linguaggi fino a capovolgere il senso delle parole, piegandole all’esercizio di una particolarità sorretta da nient’altro che dalla mera capacità muscolare di affermare se stessa. La composizione del demos dipende anche dal vocabolario, dalle logiche e dalle finalità che orientano l’esercizio del kratos.

Per questa spettacolare avanzata oscurantista nel cuore del demos possiamo ringraziare, anzitutto, il costante arretramento delle forze che (se non in nome del ‘vetero-marxismo’ evocato con orrore, almeno in quello della carta costituzionale a cui si proclamano fedeli) dovrebbero essere invece un punto di riferimento per una coerente battaglia contro l’aggressività delle ingerenze ecclesiastiche. Sbaglia chi si meraviglia, attribuendolo a un’infelice congiuntura, del tono coralmente intimidatorio che ha portato le più alte cariche politiche a dichiarare semplicemente inammissibile la protesta suscitata dalla decisione di trasformare in vetrina mediatica l’inaugurazione dell’anno accademico dell’ateneo romano. Da molto tempo, ancorché senza il beneficio di tanti riflettori puntati addosso, l’università contro-riformata sotto la parola d’ordine dell’autonomia offre lo spettacolo di una penosa eteronomia, producendosi a ogni livello in esercizi adibiti a riprodurre la sostanziale subalternità dei nostri atenei a condizionamenti di ogni genere e ad alimentare un’insulsa politica dell’immagine confezionata a misura dei clienti-investitori di turno. Nessuno stupore, dunque, che le contraddizioni guadagnino terreno a spese dell’elementare verità dei fatti, esasperandosi fino al punto da rovesciare una legittima divergenza di merito in un problema di ordine pubblico da regalare in pasto a un immaginario sociale avido più che mai di un ordine purchessia. L’episodio di Roma segna un’accelerazione ideologica in una direzione già ampiamente tracciata. Costellata da appelli strumentali al dialogo e, negli ultimi giorni, decorata con tragicomiche citazioni da un Voltaire miracolosamente assunto all’empireo neoguelfo, la via crucis dell’università verso la perdita della propria dignità intreccia e riflette una pericolosa propensione al trasformismo profondamente radicata in altri settori della vita pubblica e nelle forme decadenti della nostra democrazia.

rogo libri

Viene da chiedersi, a questo proposito, se il «gravissimo errore» che il Ministro dell’Università si è sentito in dovere di stigmatizzare come il frutto avvelenato di una cultura a suo dire intollerante e minoritaria, consista nell’impegno a ribadire la vocazione critica e l’agibilità democratica dei luoghi di studio e di ricerca. Si vorrebbe sapere, oltretutto, se l’«inammissibile episodio di intolleranza» che ha spinto il Presidente della Repubblica a prendere carta e penna per porgere scuse formali a Benedetto XVI (per non avergli saputo garantire l’unanimità dei consensi?) coincida con quello che noi abbiamo visto. Vale a dire, un’iniziativa finalizzata a tutelare le istituzioni scientifiche (almeno quelle!) dal potere di interdizione esercitato dalle gerarchie ecclesiastiche sull’attività legislativa ordinaria, come tristemente documentano la legge 40 sulla fecondazione assistita, l’affossamento della pur timidissima iniziativa sui Dico, il cinico tentativo di rimettere in discussione la legge sull’interruzione di gravidanza (assimilando a l’autodeterminazione femminile a un atto omicida), i privilegi fiscali di cui la Chiesa continua a beneficiare e il foraggiamento pubblico della scuola privata in spregio alla dizione «senza oneri per lo Stato» prevista dalla Costituzione. Infine, è impossibile non domandarsi a quali misure, preventive o ritorsive, si riterrà di dover far ricorso per evitare il ripetersi dell’«inammissibile episodio di intolleranza». Se ne colpirà uno per educarne cento, come è effettivamente successo al fisico designato alla dirigenza del Cnr e immediatamente ‘congelato’ per aver firmato l’incriminata lettera che osava definire «incongrua» (addirittura…) la presenza del Papa a “La Sapienza”? Oppure che altro?

inquisizioneSe la battaglia per un’università laica, pubblica e di massa è il «gravissimo errore» a cui il Ministro Mussi si è riferito con toni degni del cardinal Bellarmino, non esitiamo a rivendicarne la bontà e farcene pienamente carico insieme agli studenti romani, ai 67 ‘cattivi maestri’ che si sono uniti alle tempestive rimostranze di Marcello Cini e a tutti gli esponenti del mondo accademico che in questi giorni hanno pubblicamente manifestato la propria solidarietà ai colleghi romani. Una singolare coincidenza vuole che il quarantesimo anniversario del ’68 cominci con una insopportabile criminalizzazione delle ragioni del dissenso da parte di una classe dirigente che alla legittimazione popolare sistematicamente predilige quella ecclesiale, che al confronto con i diretti interessati sui reali problemi dell’università italiana antepone bolse disquisizioni sul principio di tolleranza, che al degrado privatistico e castale della qualità democratica di questo paese risponde ancorando le sorti dell’istruzione e della ricerca a interessi clamorosamente parziali, avvolgendoli con il prestigio di un’autorità confessionale che ci si ostina a definire universale, quando è sotto gli occhi di tutti la sua pretesa di saturare lo spazio pubblico a danno di chi non ne condivide gli indirizzi culturali e l’orientamento etico. Vorremmo che questo anniversario non si svolgesse all’insegna di un copione già scritto, sulla falsariga di un anacronismo fossile coniugato al tempo futuro, da quanti hanno tutto l’interesse a cancellare dalla storia recente e dalla vita quotidiana ogni residua traccia di risveglio democratico e di mobilitazione dal basso. Per questo motivo, la solidarietà con gli studenti e con i docenti romani deve essere l’occasione non rituale per riaffermare ed estendere il nostro impegno a favore di un’università realmente aperta a tutti e libera da condizionamenti religiosi ed economici che nulla hanno a che fare con le finalità universali della ricerca scientifica. Oggi più che mai quest’impegno deve trovare la forza di articolarsi in una risposta di massa contro un’offensiva clericale recepita e incoraggiata da vecchie e nuove élites, ansiose di ricostruire il consenso attraverso la coazione, di selezionare con metodi autoritari le opinioni insignite del privilegio di cittadinanza e di incanalare le risorse disponibili verso la distruzione di un bene – l’istruzione – faticosamente conquistato al pubblico in un tempo non lontanissimo.

Se non ora, quando?

 

Nella categoria : comizi
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Postato da: ministroodio - martedì, 22 gennaio 2008 - 10:28

occhialiDopo un lungo silenzio, dovuto a un profondo desiderio di provare l’esperienza esotica di vivere per un po’ in assenza d’odio, ritorno più saldo di prima nella mia convinzione della necessità di diffondere a tambur battente le ragioni del mia guerra all’esistente.

Reduce da un onirico periodo di isolamento sociale, mi trovo da poco ricatapultato nella triste realtà in cui opero, quella della scuola e dell’università, ed è per questo che vorrei dedicare il primo intervento di questo nuovo ciclo del Teatro dell’Odio a una categoria di persone con cui condivido buona parte delle mie giornate: gli “intellettuali”, la feccia dell’umanità.

La razza degli intellettuali si suddivide in tre sottocategorie principali: gli “arrivisti”, gli “impegnati” e i peggiori, gli “isolati”.

Gli “arrivisti” sono coloro, di solito di umile estrazione sociale, che a tutti i costi intendono capitalizzare le letture (assai poche) che hanno fatto nel corso degli anni e i titoli di studio ottenuti (in proporzione più consistenti) allo scopo di ritagliarsi un ruolo sociale in grado di emanciparli dal loro status originario. Sono gli “operai” della cultura; specialisti in luoghi comuni, hanno la pessima abitudine di sposare con la massima dedizione teorie particolarmente “mainstream” e opinioni che di poco si elevano rispetto a quelle dominanti. Si caratterizzano spesso per il fatto di essere molto più orgogliosi di quello che fanno rispetto a quello che sono. Solitamente legittimano sé stessi di fronte al mondo sciorinando in muso al malcapitato interlocutore tutte le loro attività: sono la linfa vitale dello status quo culturale; pubblicano articoletti specialistici su riviste specializzate, quelle, per intenderci, utilissime in assenza di carbonella. Amano definirsi attraverso “ismi” che richiamano le loro competenze piuttosto che la loro appartenenza ideologica. Riempiono i quotidiani locali di recensioni a inutili spettacoli teatrali o a rassegne cinematografiche dedicate ai pensionati; si conquistano la visibilità partecipando a tutti i convegni anche solo lontanamente di loro competenza, proponendo comunicazioni solitamente sciatte e inefficaci di cui vanno particolarmente orgogliosi (spesso le rileggono anche per mesi a vicini e parenti, conquistandone il facile e un po’ annoiato plauso che però li riconferma nel loro ruolo). Aspirano con tutta la loro forza a una dignitosa carriera accademica, e spesso sono così volenterosi da farcela, sicché tendono a rappresentare una delle ragioni più plausibili della inarrestabile decadenza del sapere scientifico nel nostro paese. Anche loro, come tutti gli “intellettuali”, sono spesso scontenti; si lamentano con erculea virulenza di ogni loro insuccesso, attribuendone la colpa alla società e al malcostume; in compenso scodinzolano e si bagnano le pudende in maniera ignobile ogni qual volta qualcuna delle loro pelose iniziative giunge a buon fine.

PolPot

Gli intellettuali “impegnati” alternano letture pretesche con missioni fratesche; se la categoria degli “arrivisti” si connotava per l’adozione del luogo comune, gli impegnati sono i profeti del “buon senso”, almeno altrettanto pernicioso. Sociologicamente sono spesso di buona famiglia, e risultano intollerabili ai più perché con consumata dialettica propinano a chicchessia delle grevi prediche intorno alla ragione del loro momentaneo entusiasmo. Sì, perché gli “impegnati” sono poliedrici e assai poco costanti: gettano sempre il cuore oltre l’ostacolo, ma la loro vita è una corsa a ostacoli; per un paio di mesi si infervorano per la liberazione del Tibet, poi si dichiarano disposti a darsi fuoco per evitare un insediamento statunitense; qualche settimana dopo si riducono a pelle e ossa pur di boicottare il mercato alimentare. Sono i sacerdoti del “politically correct”: non offendono mai le persone, solo le loro idee e la loro dignità. Infatti la presunzione degli “impegnati” è insuperabile, e davvero più ingiustificata di tante altre. Molte volte sono assai brutti, e le battaglie che abbracciano rappresentano l’unico spazio moralmente liminale che può consentire loro di infilarsi in un qualche talamo. D’estate non vanno in vacanza, ma si danno al volontariato, anche perché di solito durante il periodo lavorativo non fanno un cazzo di niente, a parte le loro prediche ai famigliari durante i pranzi, agli avventori dei bar dopo la messa e ai propri simili nel corso della manifestazione di turno. Si compiacciono del loro sacro furore, amano discutere e confrontarsi, danno del qualunquista a chiunque non abbia tempo da perdere con loro, magari perché deve lavorare per arrivare a fine mese. Hanno un’opinione su tutto, e sono facilmente riconoscibili perché ostentano per strada i segni della loro appartenenza ideologica, come giornali, spilline, particolari tipi di scarpe o una ricercata sciatteria.

mao

Ma veniamo ora alla mia categoria preferita, gli intellettuali “isolati”. Di loro nulla si può, in teoria, dire, data la natura esoterica che li connota. Parlano per enigmi e compiaciuti doppi sensi, lamentandosi dell’incomunicabilità nella società contemporanea. Sono i compiaciuti abitanti di torri d’avorio costruite sulle fondamenta del relativismo. Si concedono qualsiasi cosa lasciando intendere di avere un’alta motivazione per i loro comportamenti, motivazione per altro mai esplicitata. Ritengono volgare tutto ciò che è esplicito, covando probabilmente in sé fantasie morbose e pensieri criminali (ma questa è solo una supposizione). A differenza degli “impegnati”, che disprezzano profondamente (ma il disprezzo fra intellettuali, anche della stessa categoria, è la norma), non hanno mai opinioni; in compenso amano profondamente disorientare l’interlocutore con frasi a effetto apparentemente illuminanti ma profondamente vuote di significato. Quasi sempre coltivano passioni di nicchia, come l’amore per cineasti sconosciuti o particolari aspetti del quotidiano dietro ai quali dichiarano di leggere profondi significati, ovviamente incomunicabili. Socialmente mendicano attenzione con atteggiamenti apparentemente scostanti; questo si evidenzia anche nel loro modo di vestire: anonimo ma sempre reso peculiare dall’adozione di particolari vezzi, solitamente connessi a semi-sconosciute esperienze culturali o politiche del passato. Vanno in brodo di giuggiole quando qualcuno chiede loro:”Ma perché indossi quello strano cappellino?”, e possono rispondere arrossendo dal piacere facendo riferimento a quell’attore indimenticabile ma dimenticato che in quella particolare scena di quel particolare, indimenticabile ma dimenticato, film del 1954 stringeva convulsamente tra le mani un berretto simile, mentre osservava una capinera morente precipitare da una grondaia intasata dalla mediocrità dell’uomo moderno. Trattano con sufficienza qualsiasi iniziativa altrui, e non prendono mai l’iniziativa in nulla. Sono affetti da diverse turbe sentimentali e, ovviamente, se ne compiacciono ergendole a manifesto della loro diversità. Hanno paura di tutto, diventano spesso sfuggenti, ma anche questo contribuisce a esaltare l’epica di sé stessi. Si ritengono più impegnati degli “impegnati”, ma rifiutano gli oneri della prassi ritenendola inattuale e inadeguata; in compenso offrono chiavi di lettura inedite del presente, inutili ma estremamente accattivanti. Odiano tutti, ma per paura, e soprattutto odiano chi li definisce “intellettuali”, forse perché un minimo consapevoli delle responsabilità che storicamente questo ruolo sociale ha comportato.

Credo di aver offerto un quadro sufficientemente esaustivo del fenomeno “intellettuali”. Una riflessione a margine: la “casta” (e io non ho nulla contro la società divisa in caste, qualora ciascuna compia il proprio dovere) degli intellettuali è tradizionalmente connessa a istanze di emancipazione culturale e spirituale. In realtà appare del tutto evidente che, a partire dagli anni Sessanta, lo sguardo di chi si nutre di tanto, forse troppo sapere è rivolto lontano dal presente, nel passato o, peggio, nell’inesistente. Sono accomunati dal disprezzo (si badi bene, il disprezzo non è “odio”, ne è solo la versione secolarizzata), per loro stessi e per chi non è come loro; fanno molta sterile autocritica, non approdando a nulla. In compenso sono così facilmente connotabili e individuabili che contribuiscono non poco ad alimentare il mercato; infatti tanti prodotti vengono creati appositamente per loro, su target ben definiti, rendendoli schiavi più di coloro che dovrebbero contribuire a emancipare. Sulla base di queste riflessioni facilmente mi verrebbe da esaltare l’esperienza della Cina maoista o della Cambogia di Pol Pot, se non fosse per un particolare: un’eventuale rivoluzione contadina porterebbe al potere una categoria forse altrettanto aberrante e vuota rispetto a quella che mi sono divertito or ora a descrivere, gli uomini semplici, la cui ferocia è condiviso patrimonio della storia dell’umanità.     

Nella categoria : riflessioni
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Postato da: ministroodio - giovedì, 03 gennaio 2008 - 08:05

Tentar non nuoce…Pencolavo col becco sul bicchiere, oscillando sciocco, né sapevo nulla del moto perpetuo. Rosso rubino il vino rischiava di tracimare, e io cercavo, nella notte afosa, di centrarlo col naso, forse perché volevo bere ma le braccia non le alzavo più. Nella notte afosa, dicevo, tarda inutile notte di movimenti ripetuti al parossismo e ghigni freddi come calcagni di vecchi. Silenzio da strada, dicevo, di quelli che macchine lontane e sacchetti vicini non si distinguono più; e io al sicuro nella stamberga al secondo piano, che aspettavo l’alba e l’ossigeno gonfiandomi lo stomaco di rutti trattenuti.

Poi il boato.

Drunk Rabbit

Qualcuno ha sparato. Capita…Anzi no, ma non è questa la notte per pensare all’insolito. Forse un gatto obeso è precipitato sul cofano di un’auto di lamiera coreana. Forse Dio ha cagato su un negozio di ferramenta. Forse c’è stato un grave fallo in una partita a calcio tra lavastoviglie. Forse…non me ne frega un cazzo. Ripreso dal torpore striscio verso una sigaretta, biascico una preghiera all’accendino che poi c’ho messo almeno una dozzina di minuti a trovarlo. Funziona. Accendo il filtro, aspiro la modernità sputacchiando tabacco. Una fitta al cranio e l’afa mi stendono sul divano sudato.

Poi il boato.

piranesi

E che cazzo! L’Ispettore Callaghan non gira in questi cessi di paesi, in queste cessose notti che poi non è ancora estate e già si respira con le bombole. Chi spara? Qualcuno spara? Ma poi gli spari non fanno “UACHOO”? Ah, no: quelli sono i Winchester nei film western tra il 50 e il 70. “TUSH TUSH TUSH”? Neppure per sogno, rincoglionito: sono i Kalashnikov dei dannati Charlie…tu che la guerra l’hai fatta…Platoon…è un inferno, sergente, è un dannato inferno laggiù. Vabbè, ma uno sparo non fa così. Sembra più…Dio che caca un gatto obeso sul fallo di una lavastoviglie…Doccia! Ci vuole una doccia! Non riesco a spogliarmi, m’incazzo e mi strappo la maglietta…Uhff! Finite le energie. E chi ce la fa a strappare ‘sti jeans che neanche le rumene sotto casa ci sono riuscite mai? Via, testa sotto al lavandino! L’acqua scorre…gelida sulla nuca gelida…sbavo un pochino, ma è solo l’effetto dell’improvviso piacere. Sì, insomma, sborro un tantino dalle labbra, con gli occhi chiusi e posso non veder nulla.

Poi il boato!

Ma vai sul porc…! Mi levo di scatto…sì, di due centimetri, che poi la testa mi si impianta sul rubinetto…e mi sembra che mi si apra tutto…stelle nella notte afosa del cesso cessoso…No, non c’è sangue, però cazzo ora basta! Chi rompe i coglioni a quest’ora? Di solito sono io, ma ‘sta notte proprio no! Quindi…corro a fare la vecchietta curiosa e un po’ scandalizzata sul terrazzo…Ah, la vista sulla notte d’estate! Un palazzo davanti, talmente alto che mi fa sentire così basso che non oso neanche cercare di rubare un po’ di occhiate suine al pelo delle dirimpettaie. Talmente alto che quando tirano l’acqua dall’attico le tubature rischiano di esplodere per l’accelerazione raggiunta dagli stronzi, che secondo me, se l’altimetria non è un’opinione, sono pure ghiacciati. Come il culo degli yak che li cacano. Ok, non facciamo del classismo da Titanic che quelli sotto sono morti prima. Guardiamo ai nostri piedi. No, non “i” nostri piedi, con le unghie nere, i taglietti e le botte da calcio al muro perché la lattina l’ho mancata. Più sotto, ragazzo! Oltre la ringhiera! Ecco, come abbasso lo sguardo mi perdo nell’ipotesi del suicidio. L’abisso che mi guarda…“Pascal avait son gouffre, avec lui se mouvant. / - Hèlas! Tout est abîme, - action, dèsir, rêve, /  Parole! et sur mon poil qui droit se relève / Mainte fois de la Peur je sent passer le vent” e cazzate varie ed eventuali. Ma…cazzate a parte…quand’ero bambino volevo aprire altre porte volevo aprire le porte della percezione sfasciandomi la fontanella tramite l’impatto col pavimento sotto al box, e ‘sta cosa mi è rimasta, per anni. Persino le scarpe con la suola un po’ alta rappresentavano un invito a precipitare, motivo per cui tendevo a camminare scalzo. E non vi dico di quando stavo sopra una donna… “Adesso mi butto! Mi butto ti dico!” – “Sì, buttati, buttati tutto…ma che cazzo fai?”. Con l’acquietarsi degli ormoni tutto ciò è scemato maaa…che cazzo, con  un bicchiere di più in corpo, l’abisso torna a essere me e io a essere…

Poi il boato!

gru

Cazzo! Cazzo! Cazzo! Che cazzo è? Sul terrazzo sembra ancora più tenebroso questo fragore assordante (eh sì, sia mai che il “fragore” non si accompagni all’“assordantitudine”!) . Mi spavento, come no. E lo spavento fa scemare lo stordimento, come sanno tutti quelli che. Si spaventano ancora. Non sono più stordito: voglio una spiegazione! Come capita sotto a un  temporale, quando l’incoscienza panica lascia spazio al terrore per la sfiga d’essere fulminati, profezie mai pronunciate mi sovvengono. E sì che lo sapevi! Coglione che non te lo sei mai voluto dire con chiarezza! Che l’Arcangelo avrebbe brandito la spada percuotendola contro lo scudo prima di inspiedinarti dal culo in su! Che i Quattro Cavalieri sarebbero caracollati l’uno sull’altro per la foga di raggiungere lo scopo! Che là dove Loki avesse solcato i mari con la sua nave di unghie e speranze sarebbero stati tramutati i mari medesimi dai fulmini di Wotan in stridente metallo!  Non fare il fesso! La fine non arriva in silenzio! E questa è la fine.

Poi il boato!

No, aspetta. Sei un mediocre, il tuo Evo è mediocre, non conosci un Santo o un Dannato che legittimi oggi la Fine. E forse proprio per questo…no! La fine non è così capziosa. La fine è epica e rispetta l’etica dell’epica. E che cazzo! La Commedia col sorriso, la Tragedia con l’urlo, non s’è mai vista una fine celebrarsi all’ombra d’un ghigno ebete e bavoso. Non oggi, oggi la spada dell’Arcangelo arrugginisce lieta in un mare di polluzioni omosessuali, e Loki ha il mal di mare psicosomatico. Ovvio, no? Una causa razionale. Cercala. Guarda sotto. Di sotto. L’Abisso. Che non è altro che una teoria di garage seminterrati. Fai due conti: quanto sarà? Otto metri? Uhao! Sì, ci moriresti buttandoti là sotto. O forse il bacino, i femori. Il cranio, buttandoti a testa. Ma non hai mai imparato. Sempre ad altro ti è servito il colpo di reni. Ai calcoli…e a far finta di trombare. Vabbè, limitati, torniamo a Sartre, ricordati di Erostrato, quando stare in alto serviva a prendere le distanze dalle nuche dei passanti prima di farci il tiro a segno con…ma che pistola ha usato Erostrato? Che idea mediocre per uno che ha potuto vincere il Premio Nobel solo perché tutti gli Accademici di Svezia sapevano che lo avrebbe rifiutato! Ok, cerca le nuche…Non ci sono nuche nella penombra. Solo un lungo corridoio, sufficiente a farci passare un piccolo camion, e tanti portoni di tante rimesse di tanti miei coinquilini che di certo avrebbero meritato l’attenzione della mia pistola…ne avessi avuta una.

Poi il boato!

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Ok, ora basta! Devo capire. L’ho sentito, chiaramente. Non ha nulla di sovrumano, anzi! Nel mio dialetto si direbbe “a l’è propite  un gran tòn!”. E se si può dire nel mio dialetto,  non c’è nulla di sacro in questo amplesso fonico scomposto in un ritmo dilatato tanto quanto la notte. Guarda bene, che qualcosa c’è! Proviene da sotto, è chiaro, dai garage. Guarda bene! Nella penombra. Vedo. Figure rilassate, direi dormienti. Quattro rimesse più in là, rispetto al mio terrazzo. Un vecchio. Malvissuto caronteo vecchio, di antico pelo e di giovine appeal. Jeans più scuri dei miei, forse marroni, forse no. Ma spessi e coriacei come la sporcizia che li impregna. Dal cavallo in su una fitta coltre di peli grigi che, col permesso del sudiciume, forse si sarebbero svelati nel loro candore. Il torso unto mal ricoperto da un  gilèt di pellame sorcino che amerei definire arancione. Ma non ne sono certo. Qualche tendine rugoso prima del volto, ma il volto, probabilmente inopinatamente peloso, non c’era, oscurato dal cappello. Hai presente quei copricapi di supposto cammello che dei generici vu cumprà da riviera ti propinano assieme all’illusione che il bigobbato in questione sia stato vittima di una delle loro esotiche scorribande venatorie? Ecco, uno di quei capelli lì. Il vecchio sulla seggiola bianca da giardino giaceva dormiente con il capo poggiato sul portone del garage, le gambe belle aperte e fiduciose, e tutt’attorno sembrava, pur nella notte, aleggiare un’aria folk per armonica a bocca. Giaceva ai suoi piedi un’enorme gatto in calzoni di fustagno e canotta a righe blu e gialle. Un  gigantesco gatto nero. Anzi, un negro. Steso in terra, accartocciato sul cemento con la testa incollata al suddetto portone del suddetto garage. Parea tramortito, lievemente innaturale parea la sua postura. I due picareschi figuri riposavano nell’umidità serotina all’ombra di un oggetto ignoto. Ripercorro l’oscurità più scura della notte per ricostruire l’origine remota (eh sì, sia mai che l’“origine” non si accompagni alla “remotaggine”!) di quella consistente riduzione delle facoltà visive, e mi soffermo su un’anomala struttura, tipo una gigantesca gru lignea incombente sui dormienti. Ferma lì, e nulla più. La causa evidente, eppure non riconoscibile, metri di minaccia in rovere immobile e sorniona. Levo lo sguardo dal quadretto metropolitano insolito ma non troppo. Levo lo sguardo verso un nulla di nebulosa calura albeggiante che mi conciliasse la rielaborazione dei dati. Dunque…vecchio…negro…gru…ergo…sum…esse…est…

Poi il boato!

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Eccolo! Mi volto e lo vedo. Vedo la quiescenza, muscoli che si rilassano dopo l’orgasmo. Vedo l’istante dopo il tutto che si compie. Vedo come chi vede l’inizio un attimo prima. Vedo il volto dell’Ebreo dopo la “scoperta” di Auschwitz. Vedo l’applauso, il grido, l’ovazione, la reazione. L’agente infiltrato sfugge con tutti i suoi dossier top secret. Vedo la quiete dopo la tempesta, quando il diluvio è ormai stato e il re pare morto. Come il vecchio, come il negro, come la gru. Sento pervadermi la stanchezza di una sega che non mi sono mai fatto, con i postumi precoci di una lunga bevuta incompleta. Quand’ecco che un’ombra si muove…lenta, progressiva, maestosa come un esercito di Unni con le emorroidi che solo pervasi dell’afrore del sangue del nemico paiono dimenticarsi del proprio (afrore o sangue) avanzando via via più rapidi e sapidi e voraci. L’ombra si allunga, sul vecchio, sul negro, la gru si abbatte. Il moto perpetuo: ora comprendo. In scala ridotta li conobbi al cinema: film americani anni Ottanta in cui oziosi manager e investigatori perspicaci tenevano sulla scrivania ingombra di mitiche “scartoffie” di questi aggeggi…picchi. Ricordate? Picchi di legno su trespoli di legno, in equilibrio sul bordo di un bicchiere, solitamente triste poiché pieno d’acqua, pura, insignificante, clorea acqua…il muso intriso nella tensione superficiale dell’H2O, da essa respinto, trasmetteva il moto al corpo, quindi alla coda, che si abbassava per effetto della spinta fin quasi a toccare la superficie del desco, ingrommato di caccole di gomma per cancellare e turaccioli di grafite. Alchè,  non appena i principi delle leve avessero imposto le proprie silenziose ma inoppugnabili leggi, l’uccello inerte, schiavo di un fato scientista, tornava ad accingersi alla propria opera: scavarsi una tana nell’acqua. Su e giù, di dietro e per davanti, un coito solitario tra atmosfere compiacenti rivali di un mare in potenza. Sì, insomma, un passatempo, un memento mori installato sull’eternità commisurata al coefficiente di evaporazione. O, più semplicemente, un’ipnotica danza praticata da un corpo inerte inesorabile, una danza che crea il vuoto nella mente di qualche presuntuoso che concepisce l’ipotesi di riflettere su alcunché.

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Vabbè, ci siamo capiti: non so come cazzo si chiama, ma il picchietto sul bicchiere tutti lo conoscono. Il classico regalo di compleanno di chi cerca un’idea originale per qualcuno che originale non sarà mai. Ecco, immaginatevelo, immane, enorme, come un’edile gru di un olimpico cantiere. Che fende l’aria protendendo il becco verso i garage. Verso il fondo dei garage. Verso il vecchio. Verso il basso materiale corporeo del vecchio. Verso i coglioni del vecchio.

Poi il boato!

Risvegliato dal violento impatto il vecchio si scompone. “Che cazzo?” grida all’unisono con me, ma provando un dolore, credo, infinitamente più vero. Vi hanno mai sferrato un brutale calcio nelle palle? Che fate voi, di solito, in queste occasioni fortuite (eh sì, sia mai che l’“occasione” non si accompagni alla “fortuità”!)? Vi infliggete un dolore ancora maggiore, di solito, portando le mani a repentina copertura della parte lesa con una verve tale da replicare l’impatto originale. Ecco: il vecchio fu più furbo! Ovvero, come se l’avesse colpito l’oracolo delfico in persona, scagliando i raggi apollinei ad abbrustolire le sue ragadi putrescenti, si chinò verso il negro accucciato apparentemente inerte alla sua mercè, con istintiva grazia ne afferrò la nuca riccioluta,  e ne scagliò il voluminoso capo con inusitata violenza sul portone metallico del garage. Anzi…mi correggo…e passo consapevolmente dal passato al presente…come già in precedenza ebbe ad accadere…: afferratolo (il negro) per la collottola, come una cagna affettuosa al pari che incazzata, lo brandisce in aria per qualche istante, scaricando il proprio dolore in una percussione col metallo che... “SQUAWASWODAWN! – DAWN! – DAWN!”. Che se avesse urlato avrei sofferto di meno. Ma a lui giovò, credo. Poiché, tramortito il negro, cessata l’ambascia, mollata la presa, si riappisolò nella posizione precedente, cedendo al sonno come colui che, conquistato un impero, ne temesse la decadenza; mentre, sibilando appagata, la gru dal becco molesto, lenta e maestosa, tornava a innalzarsi nella notte.

Poi il silenzio.

Che, ora che so, forse dormo. E se no, un bicchiere ancora e il giorno si avvicina. Un  bicchiere ancora e poi si nanna. Un bicchiere ancora, magari una sigaretta, che di negri ce ne son tanti, tanti sono gli ariani portoni in attesa d’esser incrinati, e altrettanti i vecchi che, non sapendo perché il picchio picchi sui loro vetusti, rispettabili coglioni, picchiano i negri. E fintanto che l’ecosistema si reggerà e le bottiglie saranno piene, che le mie notti risuonino di ciò che credono.

E poi il boato!

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