
Non potete opporre resistenza
All’edera che riconquista la città
Ai vestiti che vi si sciolgono addosso
Ai borbottii che sommergono le parole
Al sonno che vi riporta indietro
Alle culle che odorano di pelle
Al cielo che stanco vi si accascia sulla testa
Al vomere che non scalda più le zolle
Alle tempeste che ridono di sé stesse
Alle finestre che si aprono sui rovi
Ai vecchi che non puzzano più
Al bosco che si spoglia per morire di pioggia
Ai fiumi e al tempo che si fermano
Ai cavalli montati a pelo dal fuoco
Ai branchi di lupi romiti tra le rovine
Ai vulcani di malattie
Alle maree di bende usate
Alle risacche sazie dei doni del mare
Alle vergini appassite
Alle puttane piangenti
Ai vacillanti eserciti dei precari del nulla
Ai bambini con gli occhi grandi e senza luce
Ai denti neri
Alle preghiere sputacchiate
Alle mani che tremano sui banconi tarlati
Ai muschi, alle muffe
Alle fenditure sui muri inutili.

Quale casa
Quale cibo daremo
A chi non ha più fame?
I fuochi dei roghi riscalderanno i sopravvissuti.
Il respiro dei morti
È la bruma sospesa sui campi
E la fuliggine che acceca
Cade un pezzo alla volta facendo notte prima del tempo.
Ogni animale, piccolo o grande
Ogni pianta e ogni arbusto
Si rintanano nel più lungo dei letarghi.
Sventurato colui che attenderà un nuovo Sole
Sotto un cielo che non c’è più.

Si stima che l’universo sia grande circa 5×10 alla trentaduesima anni luce cubici.
Si stima che l’universo contenga circa 7×10 alla ventiduesima stelle.
Sul pianeta Terra sono presenti circa 1.750.000 specie viventi.
Alle ore 23:52 del 27/12/2007 la popolazione mondiale è costituita da 6.672.108.403 esseri umani.
Ogni secondo nascono in media 4,1 persone.
Ogni secondo muoiono in media 1,8 persone.
Ogni giorno nascono in media 354.240 persone.
Ogni giorno muoiono in media 155.529 persone.
Alcuni giorni ne nascono di più.
Altri di meno.
Alcuni giorni ne muoiono di più.
Che crediate a Babbo Natale

o a Gesù Bambino

buona Festa del Solstizio!

Come spesso capita, c’era una volta un re. Il suo regno non era felice. I barbari premevano sulla grande muraglia che suo padre aveva fatto costruire a difesa dei confini del proprio dominio. I barbari erano grandi e brutti, e i loro costumi erano barbari. I barbari pensavano che il re fosse piccolo e brutto, e i suoi sudditi una massa di incivili. L’inverno era stato lungo, più di cinque anni. Implacabile il freddo aveva imbalsamato le colture, le scorte di cibo si assottigliavano, i mendicanti si ammassavano ai bordi delle strade, i mercanti non avevano di che fare la carità. La carestia premeva sulla grande muraglia che suo padre aveva fatto costruire a difesa dei confini del proprio dominio. Infuriava la pestilenza, un morbo che non era mai apparso prima, orrendo: i primi sintomi si manifestavano sotto forma di irrefrenabili attacchi di riso; i muscoli della faccia si irrigidivano in un ghigno; l’appestato non riusciva a smettere di ridere, il suo diaframma si dilatava e si contraeva fino a implodere, e infine insorgeva una convulsa asfissia. La pestilenza si propagava con un ritmo incalzante, giacché non vi è nulla di più contagioso di una risata. Il re stesso non godeva di ottima salute: le preoccupazioni, le ansie per le sorti del proprio regno gravavano impietose sul suo sistema digerente, procurandogli tremebonde flatulenze, stipsi cronica e rigurgiti esofagei.
Il popolo tollerava paziente, sentendosi al sicuro dietro la grande muraglia, al riparo della quale vivere o morire era comunque una prassi civile.

Il re aveva due consiglieri; uno vestiva di bianco, l’altro di nero. Il primo amava i colori, i contrasti, il frastuono, la gioia. Organizzava sontuosi banchetti, concerti e spettacoli di corte. Era solito proporre al re irreali resoconti di miracolose vittorie sui barbari, nuovi ritrovati scientifici o inedite misure igieniche in grado di debellare il morbo che, imperterrito, si diffondeva a macchia d’olio. Il consigliere nero appariva come un lugubre figuro, scheletrico e arcigno. Non partecipava agli intrattenimenti di corte, non rideva mai, anche nel timore di confondersi con gli appestati, amava il silenzio e le sue principali occupazioni consistevano nell’allestire spazi, all’interno del reame, per le sepolture, di cui egli prevedeva l’inarrestabile crescita, o nello stilare elaborati computi delle vittime della carestia o della pestilenza. Aveva anche rilevato cedimenti strutturali lungo il tracciato della grande muraglia, ritenendo inutile ogni intervento, giacché a fronte di un crollo riparato se ne sarebbe immediatamente riaperto un altro. Di tanto in tanto faceva visita al re, aggiornandolo sul declino del suo impero. La salute del re ne risentiva puntualmente; presto il monarca prese ad associare le proprie emissioni acide o di gas alle visite del consigliere nero, sicché costui fu progressivamente allontanato dalla corte. Né egli se ne dispiacque, refrattario com’era a quella stolta benevolenza coatta che dilagava a palazzo siccome la pestilenza nelle strade. Si consolò avvicinandosi agli accampamenti dei barbari, sempre più ansiosi di dare il colpo di grazia al reame vacillante, allo scopo di patteggiare una pace onorevole in vista della prossima inevitabile disfatta. Ai barbari presentava le ragioni e i meriti del re, alla corte quelli dei barbari. Ciò lo rese inviso a entrambe le parti. Un giorno lo trovarono pugnalato a ridosso di un varco della muraglia, né mai si conobbe l’identità dell’omicida. 
I mesi passavano; era sempre inverno; ai lati delle strade si ergevano muraglie di cadaveri ghignanti e smunti. A corte la festa proseguiva, ormai ininterrotta. Nuove tribù barbare si erano aggiunte ai primi assedianti. Quando il re compariva davanti alla folla, dall’alto della sua torre, poteva solo osservare una distesa di volti sorridenti, né gli era dato di sapere se appartenessero a persone realmente felici o solo contagiate. Ma il bianco consigliere fomentava il suo ottimismo, tant’è che in breve i disturbi del monarca scomparvero.
Un giorno i barbari ruppero gli indugi, varcarono la muraglia e sferrarono l’attacco. Non incontrarono resistenza alcuna. Tutti ridevano loro in faccia. Raggiunsero la corte, la presero d’assalto, ma si confusero tra le maschere dei cortigiani. E iniziarono anch’essi a ballare, alcuni a ridere fino a morire, altri fuggirono terrorizzati.
Il broncio del consigliere nero gravava silenzioso sulle macerie della muraglia.
Io lavoro a scuola. Lavoro in diverse scuole. Escluse le primarie. Vedo efferata, incontrollata violenza, che si manifesta attraverso svariate modalità. Tra ragazzi che vanno dai 12 ai 20 anni. Due giorni fa, per ragioni che non vi sto a spiegare, percorrevo i corridoi di una primaria. Alcuni pargoli in fila e in divisa attendevano l’ora di Educazione Motoria (sì, insomma, ginnastica). Tra loro ho constatato la stessa identica violenza. I docenti ne ridono, e la chiamano “gioco”. Evidentemente l’aggressività di certi comportamenti non li preoccupa, perché non ha conseguenze immediate. Eppoi…i bambini sono piccoli, buffi, ingenui, forniti dalla natura di espressioni seducenti…che Male possono fare? Che Male possono compiere? Uno sguardo alle pareti di un’aula mi ha stordito dal disgusto. Alle primarie si dovrebbe insegnare a scrivere. Primo viene l’alfabeto, la meravigliosa tavola degli elementi delle nostre alchimie grafiche.
Un gigantesco cartellone campeggiava di fianco alla lavagna. Illustrate dai ragazzi, tinte di colori pastello o comunque allegri, rassicuranti e festosi stavano letterine giganti, affiancate da loro possibili usi. A…come Amore, Abbraccio, Affetto, Amicizia…B…come Bacio, Bene, Buono…C…come Carezza, Cucciolo, Confetto…D…come Dono, Delizia, Diritto…Mi fermo prima che la nausea abbia il sopravvento. Neppure
Quando mi occupavo di teatro-ragazzi la regista con cui lavoravo, nel corso dei laboratori, proponeva spesso un esercizio di gruppo. Gli allievi venivano divisi in due compagini, e ordinati su due schiere che si fronteggiavano. La consegna era: urlate, insultate con quanta forza e quanto fiato avete contro chi vi sta davanti. Che le due schiere si avvicinino minacciose, una all’altra, urlandosi in faccia il proprio odio, fomentate dalla forza del branco…ma poi…fermi…all’urlo della regista dovevano fermarsi…un istante prima che il tutto degenerasse in una rissa scomposta. I ragazzi ne uscivano sconvolti. Non pensavano di avere così tanto Male dentro di sé…imparavano a conoscerlo…a controllarlo.
Provate a proporre una cosa simile a scuola, o a quella schiera di psicologi e pedagogisti che come avvoltoi si aggirano attorno al disagio adolescenziale. Verrete radiati, credo, dall’Istituzione. Bisogna trasmettere valori positivi.
Si dice che l’uomo sia tale in quanto dotato di Libero Arbitrio. Si dice che si possa
scegliere tra due elementi noti. Veniamo educati a conoscere solo uno dei due, o forse dei tanti, elementi tra cui poter operare una scelta. Gli altri restano, appunto, Altri, Alterità, Rimosso, che agisce libero (lui sì) al di fuori del nostro controllo. Poi si può scegliere, sì. Tra il progetto democratico di Berlusconi e quello di Veltroni. Tra il candore irreale del Mulino Bianco e quello chimico di Ava come Lava. Tra il progresso incontrollabile dei magnati e quello “sostenibile” dei No Global. Possiamo anche scegliere il colpevole. I colpevoli del Male del Mondo. Osama, Manson, Franzoni, Ahmadineja, Kim Il Sung o chi per loro. Loro. Lontani, brutti e cattivi. Noi…prossimi, belli e buoni. Non è così.
Le parole hanno un peso. Le parole sono esorcismi. Il Teatro dell’Odio vuole rifare l’alfabeto. A…come Attentato, Atrocità, Assurdo…B…come Bastardo, Bulimia, Bestemmia…C…come Cattiveria, Castrazione, Catastrofe…Mi sento già meglio.
Punti d'incontro tra Occidente e mondo islamico sul tema dell'emancipazione e della dignità della donna.




Quelli che io definisco gli "arconti del buon gusto" hanno colpito ancora; distratti dai loro rituali coprofagi si sono accorti che era impossibile strumentalizzare, a fini di ascolto, la libertà di pensiero e la creatività di un vero maestro del nostro tempo come Daniele Luttazzi; nelle prime puntate di Decameron Daniele, con furia catartica, si è scagliato, ultimo degli iconoclasti, contro tutte le falsità e le ipocrisie della morale dominante, giocando al gatto con il topo non tanto con il lupanare travestito da tragicomico teatrino della nostra politica, quanto, cosa ben più importante, con tutti i tabù su cui si regge la nostra "democrazia", demistificando la sacralità da baraccone del cattolicesimo, dei buoni sentimenti, del buon gusto, del buonismo in generale. Con maestria ha orchestrato un'intera tradizione di coprolalia ed eccesso, dando prova di estrema umiltà nel definire tutto ciò soltanto satira, ridicolizzando quanto per la maggioranza silenziosa ma assassina è assolutamente intoccabile, interfacciando il rifiuto del rispetto dovuto ai genitori con la rottura del compunto silenzio che plumbeo si arrampica come un'edera attorno alle grandi tragedie individuali e collettive.
Non poteva continuare così. I suddetti arconti del buon gusto hanno illegalmente occupato la sua postazione di lavoro, hanno bloccato la messa in scena della sesta puntata di Decameron, hanno criminalmente tentato di cancellare il materiale che sarebbe dovuto andare in onda. Tutto questo con l'accusa davvero ridicola e palesemente strumentale di aver offeso Giuliano Ferrara, un personaggio talmente piccolo e maschino che persino ignorarlo rischia di rendergli onore. Manifesto tutto il mio profondo scandalizzato disappunto per quanto accaduto, e con forza disperata grido la mia solidarietà a uno dei pochi Maestri che la mia generazione ha conosciuto. Tutto mentre Benigni ravveduto declama (male) versi di Dante sulla principale rete di questo Stato liberticida, davanti a milioni di spettatori commossi e compiaciuti del genio italico. Si è consumato l'ennesimo atto della guerra del falso Amore contro il vero Odio. Questo blog e il Teatro dell'Odio si schierano apertamente a favore di quest'ultimo.
http://www.danieleluttazzi.it/

Loro non hanno freddo non hanno fame né sete
Loro strappano i petali degli arachidi
E non spiacciono loro gli implacabili “non m’ama”
Loro non si dispiacciono a loro piace
Tutto.
Loro non sanno del due dopo l’uno
E non si devono accontentare perché sono
Quello che loro hanno.
Loro nascono sepolti, loro nutrono gli altri,
Loro sorridono perché sono fatti così
Per loro tutto è nuovo
A loro non succede mai nulla.
Il fuoco è una scintilla, la notte una stella,
Una rondine fa primavera e uno sci inverno.
Loro brancolano in branco girando in tondo
Loro vanno per la loro strada.
La loro strada è stretta ma lastricata d’oro
La loro strada non prevede incroci
Né semafori neanche dossi solo soste
Il traguardo è sempre dietro l’angolo
Loro camminano in cerchio.
Loro non sanno che dietro al vetro
Fanno la fila per ridere di loro.
Loro ridono perché ridere ritarda la comparsa delle rughe.
Loro piangono solo se qualcuno li guarda.
Loro cacano ma non hanno il culo.
Loro danzano con le motoseghe
Ebbri del frastuono.
Loro sanno che il Paradiso li attende
E può attendere in eterno.
Loro crescono loro invecchiano
Loro prolificano loro muoiono
E sanno che non c’è mai stato nessuno
Né c’è né mai ci sarà qualcuno
Come loro.
Uomo: La mia esistenza fu così a lungo sterile, vacua e parca di emozioni da rendermi, alle soglie della maturità, un individuo assolutamente insensibile, glaciale, privo di qualsiasi slancio o aspirazione. Avendo postulato il totale rifiuto di tutto ciò che minimamente si scostasse dalla norma e dall’abitudine, trascorrevo le mie giornate consenziente prigioniero del quotidiano. Eppure questa condizione innaturale produsse in me l’acuirsi di determinate facoltà, assolutamente singolari, tali da rendere l’angustia del mio particulare una miniera inesauribile di reconditi significati…insomma, divenni assolutamente, totalmente, inderogabilmente nevrotico, ai limiti dell’autismo. Le mie giornate scivolavano via nella continua interpretazione di quelli che io ritenevo simboli, o quanto meno segnali, avvertimenti. Da ciò traevo un duplice vantaggio: allontanare dalla mia coscienza la fisicità degli oggetti, attribuendo loro un’esistenza estranea alle loro concrete proprietà, nonché rassicurarmi circa il mio destino, che si mostrava così ineluttabilmente ripetitivo nella staticità immutabile di cotali oggetti. In altre parole mi presi a cuore la mantica, la divinazione in ogni sua forma più infima. Da ogni mio gesto, da ogni manifestazione della mia quotidianità traevo oracoli e vaticini. Presi a interpretare tutto ciò che accadeva nella mia casa.
Coro di mosche: domispicina.
Uomo: da ogni mio gesto traevo presagi. Quando tagliavo le cipolle…
Coro di mosche: cromniomanzia.
Uomo: quando affettavo il formaggio…
Coro di mosche: tiromanzia.
Uomo: quando mi specchiavo…
Coro di mosche: catoptromanzia.
Uomo: e mi spazzolavo…
Coro di mosche: pectimanzia.
Uomo: o spazzolavo i vestiti…
Coro di mosche: petchimanzia.
Uomo: se mi ammalavo osservavo i sintomi.
Coro di mosche: iatromantica.
Uomo: se mi cadeva di mano un ago…
Coro di mosche: acutomanzia.
Uomo: o del sale…
Coro di mosche: alomanzia.
Uomo: se spezzavo del pane…
Coro di mosche: alfitomanzia.
Uomo: o magari osservavo la disposizione dei chicchi d’uva sul grappolo.
Coro di mosche: stafilomanzia.
Uomo: in breve, la mia intera esistenza, specie domestica, divenne una sorta di sfera magica. In ogni loro manifestazione la realtà che mi circondava e la mia interazione con essa divenivano, ai miei occhi, presagi. Potete ben immaginare che in breve tempo divenni peritissimo e acutissimo interprete di segni. Né ci voleva poi molto, data la sublime ripetitività con cui si avvicendavano i fatti della mia vita. Ad esempio, se io mi soffiavo il naso, osservando quindi il residuo lasciato sul fazzoletto, inequivocabilmente esso vaticinava: “Leggerai il tuo futuro osservando il muco che lasci sul fazzoletto soffiandoti il naso”. Oppure, qualora decidessi di trarre oracoli dal movimento dell’orologio a pendolo appeso in cucina, con mia somma soddisfazione esso badava a ripetermi: “Leggerai il tuo futuro nel movimento di un orologio a pendolo”. Tutto ciò mi appariva oltremodo rassicurante. Visto che di giorno in giorno ripetevo più o meno le stesse divinazioni, era di gran conforto, per me, sapere che l’indomani l’avrei fatto ancora. Ci sarebbe stato un indomani, e non peggiore dell’oggi. Ma una mantica su tutte mi stava a cuore. Più di ogni altra cosa amavo leggere il destino nelle mie feci.
Coro di mosche: copromanzia.
Uomo:…nel loro colore…
Coro di mosche: cromocopromanzia.
Uomo: …e nella loro forma.
Coro di mosche: morfocopromanzia.
Uomo: la prima azione che, appena levatomi dal letto, ogni giorno, regolarmente compivo, era quella di andare in bagno a scaricare i miei rifiuti, dai quali poi traevo presagi per tutto il resto della giornata. Tali presagi, come tutti gli altri, in verità, si ripetevano quotidianamente identici tra loro, cullando i miei risvegli in un dolce “Leggerai il tuo futuro nelle feci”. E io davo il via alla danza dello sciacquone con malinconica gioia per il nuovo giorno che mi attendeva, prevedibile, monolitico, sicuro, sereno. Finchè, in un tiepido mattino primaverile…un mattino mi levai dalle coltri e, come ogni giorno, corsi frenetico e fiducioso, senza badare a nient’altro, verso la latrina. All’ingresso di quel piccolo tempio profano rabbrividii pel solito dubbio, scaramantico, credo, che mi pervadeva sempre prima di consultare uno dei miei oracoli, specie quello più importante. Mi stringeva lo stomaco il timor panico per un responso negativo, o positivo, ma comunque differente dagli altri. Eppure in me albergava muta la vitale certezza che anche per quel giorno ogni cosa sarebbe stata al suo posto. Non fu così.
Mi avvicinai al water, ne sollevai il coperchio con la trepidazione di un bimbo che scarta le strenne sotto l’albero. Ma…oh, come ci rimasi! Come la luce penetrò nell’antro della sibilla, andò a illuminare…
Coro di mosche: MEEEERDA
Uomo: Lenora…Non era mia! Non poteva esserlo! Io non ne avevo mai fatta una così! E comunque mai avrei lasciato nel tempio qualcosa di risalente al giorno prima. Eppure…eppure da quando ci avevo messo piede, dal momento in cui avevo firmato le carte per l’acquisto dell’immobile, nel mio palazzo non era mai entrato nessuno! Ne ero assolutamente certo, avevo preso ogni sorta di precauzione a riguardo. Era un absurdum; mai avrei immaginato che uno sconvolgimento di tale portata venisse a minare le fondamenta stesse della mia esistenza. Ma in un attimo lo sconcerto per l’intrusione svanì, poiché rimasi incantato dalla sua bellezza.
Era una regina, la più bella che avessi mai visto! Non pareva vera! Si levava attorcigliata sulle proprie spire ordinatamente decrescenti, tanto da darle l’apparenza di un cono, una piramide…un tempio precolombiano. La cima del tutto era ornata da un ricciolo vezzoso che si ergeva come un capriccio. Un colore brunito, appena screziato di nocciola, rendeva l’idea di una consistenza compatta, elastica, qualcosa come un nido caldo, sicuro. E l’odore! Ah, l’odore…era l’odore del campo appena arato, dei covoni di fieno. Il profumo del mosto e assieme la provocazione della cannella. L’erba rorida a primavera, quando il sole spezza la patina di ghiaccio invernale che ancora attanaglia le ossa. Era il profumo della carne lasciata seccare in un cortile, di grossi porcini appena colti dalla corteccia di un faggio, di un posacenere svuotato da poco, dei crisantemi il primo di novembre, di una pozzanghera in una strada sterrata.
Rimasi lì a lungo, intontito, lasciando che tutti i miei sensi si saziassero di lei. Trascorso un po’ di tempo in quello stato di totale inebetimento mi risolsi a riprendere il controllo della situazione. Poco a poco acquistai nuovamente lucidità e cedetti alla tentazione del vaticinio. L’oracolo fu terribile, una maledizione, una condanna alla vita. Il suo colore, la sua forma, tutto in lei ripeteva all’unisono, come in un coro demoniaco: “Ti innamorerai!”.
Fu così che mi innamorai di Lenora. Il mio primo pensiero fu di preservare e proteggere la sua fanciullesca fragranza dalle insidie del tempo. Fu così che, con ogni cautela, la raccolsi…la raccolsi con queste mani; dio, non riesco a rievocare senza un fremito le emozioni di quel primo contatto…la raccolsi e la adagiai dentro una teca di cristallo, sigillandone poi con ogni cura il coperchio.
Portai la vetrina nella mia stanza da letto; la reggevo sulla palma delle mani pervaso da timor sacro, come trasportassi un reliquiario, come se la teca contenesse la miracolosa falange dell’anulare di S. Quirino. La poggiai sul comodino con movenze solenni, intendendo consegnarla all’eternità. Lì stette, a lungo intonsa. Nei giorni successivi le mie antiche manie scomparvero completamente, ben presto sostituite da un insieme di nevrosi ossessive tutte volte alla protezione a oltranza della mia Lenora. Feci in modo, spargendo in giro delle strane voci, voci di perdite e veleni, che nessuno neppure osasse avvicinarsi alla mia dimora. Ne feci un ambiente assolutamente asettico, tormentato dall’ossessione che microrganismi voraci attentassero all’integrità di colei che volevo mia. La luce fu cacciata di casa come elemento potenzialmente lesivo, mentre feci in modo che in qualsiasi ambiente domestico la temperatura oscillasse sempre tra i cinque e i sette gradi centigradi, con un’umidità non superiore al trenta per cento. Chiusi a chiave e zincai l’ingresso della mia stanza, nel timore che la mia natura, così volgarmente organica, potesse turbare gli equilibri attorno a Lenora. Io stesso mi imposi sacrifici sovrumani nel tentativo di integrarmi in un habitat così razionalizzato, e limitai ogni mio processo fisiologico, per quanto mi fu possibile.
Per molto tempo fui felice. Nonostante tra me e Lenora ci fosse la tenebra, una ben studiata insonorizzazione, una porta zincata e una teca di vetro, sentivo di poter comunque comunicare con lei. La sentivo mia, e tanto mi bastava. Ma non fu così per sempre.
A lungo andare la mia ossessione protettiva prevalse sul mio amore e divenne fine a sé stessa. Ciò determinò un distacco insormontabile tra me e la splendida Lenora. Non potevo tollerarlo. La mia anima, lacerata tra la coazione a ripetere e un istinto basso e animale, andò in frantumi, facendo scaturire dalle mie viscere un accesso di follia tra i più devastanti.
Spalancai porte e finestre, mi denudai, ruppi ogni sigillo e irruppi bramoso in quella che era stata la mia camera da letto. Bramoso di cosa non potrei dirlo, ma di certo fu la brama a condurmi a ciò. Ma, oh orrore!
Non ho cuore per rievocare ciò che vidi. Non basterebbe l’intera area semantica della decadenza e del degrado per descrivere quanto nel frattempo era accaduto alla mia piccola, dolce Lenora. Lo sfacelo, la grazia deturpata, la verginità violata, un morbo incalzante, un’invasione di barbari, un cataclisma arcaico, uno stupro degno di Eliogabalo.
Pazzo di dolore infransi con queste unghie gli ultimi sigilli, la sottrassi alla sua cattività; la lasciai libera di vivere o di morire là, sul mio letto, adagiata come una regina sulle lenzuola di lino. Rimasi per giorni al suo capezzale, e poco a poco la mia ambascia lasciò spazio alla speranza. La vidi ogni minuto più rigogliosa, la osservai rifiorire, ne apprezzai di nuovo l’afrore, di una rinnovata passionalità. Si nutriva di luce, calore e dei profumi della strada. In capo a una settimana riacquistò tutto il suo splendore. E con esso giunsero le mosche.
Prima una solinga avanguardia, quindi un drappello di guastatori. Infine uno sciame all’assalto, copioso e compatto. Tutte lì a ronzarle attorno; poi ammassate sul corpo generoso della mia tenera amante. In principio meditai di allontanarle; ma desistetti dal mio proposito osservando che l’ardore dei miei innumerevoli rivali era almeno pari al mio. Vedendo poi Lenora così orgogliosa di darsi a cotanti pretendenti, dubitai della sua moralità. Come forse un tempo fece Ulisse osservando la sua Penelope circondata da avidi Proci. Ma in breve mi ricredetti, comprendendo. Compresi la sua gioia di essere amata.
Compresi, sopra ogni altra cosa, che solo una mosca avrebbe potuto davvero amare Lenora. Fu così che desiderai diventare mosca.