
In una culculiettica spirogiriva la sappida turcea rifisce sul bisbo suppudale. Ma sul bisbo piruffano abrimente il trissico, la ceravèa e gli straccispondali ussiati. Sull'auspito imprimamente sbriccola la fattola geva, affinchè si pofi labbricolosi in civi curi, anche se primmo sbubola assai trascolando in pibione di mascicolare il tufo. La cutafrasi e la necrofrasi sì, ma isbialando la circa. Invece no alla brida, le cui sbiffe costre brusculano ibani sul trisforo curighicchiato dai mestafori arbigolati. Affrarereste voi la meanda? O meandereste l'estulea bibanea poffide? Si trucida ini ed esfi quando brusisce la teomazia ultima. Macrosperi e microdosi si spullano ùfici, mentre noi iliamo scesi la fisèa maleustosamente malsana.

A partire da oggi avrà inizio, sul blog www.teatrodellodio.splinder.com, un confronto tra il Ministro dell'Odio e il Ministro della Dialettica tra Epifania e Mitopoiesi sulle ragioni fondanti del Teatro dell'Odio. Si tratta di un percorso fondamentalmente teorico, costituito da spunti, immagini e riflessioni, a cui siete invitati tutti a partecipare.
Su gentile concessione della blogger nota come "antitjtanica" riproduco in questa sede il suo illuminante ultimo post, assieme all'invito che rivolgo a tutti voi a visitare il suo interessantissimo sito (http://antitjtanica.splinder.com). Mi assumo invece la responsabilità per quanto concerne la scelta dell'immagine di accompagnamento, e delle possibili sinergie tra tale immagine e il testo proposto.

Forse Boltanski ha ragione quando si chiede se in fondo la visione di immagini strazianti di bambini denutriti o in fuga da eventuali stupratori non sia finalizzato a promuovere e coltivare un sentimento narcisistico della propria pietas.
“La rappresentazione mediatica dell’umanitario offre la possibilità di coltivare il proprio sé commuovendosi della propria pietà allo spettacolo della sofferenza altrui”
Scrive Susan Sontag: “la voglia di immagini che mostrano corpi sofferenti sembra essere forte quasi quanto il desiderio di immagini che mostrano corpi nudi”.
Zizek invece, teme che l’industria di sensibilizzazione umanitaria sia l’ennesima forma di riduzionismo sociale, che trasmette un immaginario del Terzo Mondo “come un posto così totalmente desolato che nessuna attività politica, ma solo la carità e la compassione possono alleviarne la sofferenza”.
A me sembra proprio che, analizzata da un punto di vista micro, la spettacolarizzazione del dolore non sia altro che una conferma, per lo spettatore, della sua identità empatica.
E da un punto di vista macro, non esagera Mesnard quando paragaona – riprendendo Foucault – “la rappresentazione umanitaria della sofferenza” ad un’istituzione di “alta polizia”, la quale intende regolare la sfera del sensibile.

Il 18 luglio del 64 d.C. Roma, la capitale dell'Impero, venne incendiata. L'imperatore Nerone accusò della tragedia l'emergente potenza cristiana. Ebbe inizio quella che tradizionalmente viene considerata la prima grande persecuzione ai danni del culto nascente, quella durante la quale furono martirizzati, tra gli altri, l'apostolo Pietro e Paolo. Voci insistenti attribuirono all'imperatore stesso la responsabilità dell'incendio, ma tale accusa non fu mai provata. In pochi secoli la cultura e il potere cristiano ebbero la meglio sulla latinità classica.

L'11 settembre 2001 d.C. gli edifici più importanti del potere politico ed economico statunitense, cioè la capitale dell'Impero, subiscono devastanti attacchi terroristici. Crollano le ormai famigerate Twin Towers (sedi del World Trade Center), il Pentagono subisce danni consistenti e la Casa Bianca viene risparmiata solo perchè l'aereo dirottato verso di essa precipita in circostanze misteriose prima di poter colpire l'obiettivo. La Presidenza dell'Impero accusa dell'accaduto il fondamentalismo islamico. Hanno inizio una serie di conflitti tuttora in corso, oltre che una politica internazionale fortemente influenzata dalla paura del terrorismo. Voci insistenti attribuiscono ai servizi segreti americani stessi la responsabilità degli attentati, ma tale accusa non verrà mai provata. Rimane il dubbio su quanto potrebbe accadere tra pochi secoli.
Si incontrarono alla fine del turno, l’incubo e il succubo. All’alba. Satolli. Sazi di saziare. Si incontrarono al solito trivio, pronti a scomparire.
L’uno a palle e cazzo mosci, col ventre peloso, enfio, scuro. La mascella cascante, le iridi vacue, le gambe ad arco.
L’altra emaciata e stracca, le dita adunche a titillare enormi capezzoli di tette sfatte.
S’incontrarono e si piacquero, al primo sguardo, e gli occhi rivolti a terra, sotto terra.
Si andarono incontro trascinando piedi gonfi, labbra gonfie, genitali gonfi, chiappe gonfie, vene gonfie.
Si trovarono uno di fronte all’altro, e si cascarono addosso, addormentandosi all’ombra della mano di Dio.
Lei prese a sudare dalle mani. Prima gocciolando, poi sprizzando lacrime dai polpastrelli; le braccia di lui ne furono inondate. Lui secernendo sebo isterico dal cuoio capelluto finché il volto non ne fu ricoperto. Si scivolarono addosso, finendo in terra avvinti, e dormienti.
Lui prono, lei supina.
Un geiser di merda si levò fumante dal di lui ano dilatato, oscurando i cieli e il loro riposo. Il pallido sole ne fu insozzato, e si spense. Mentre il succubo, voglioso di baci, prese a secernere fiumi di saliva dalle labbra spalancate, fiumi venefici incanalati nei campi tutt’attorno. Fiumi di schiuma biancastra, fetida, densa, traboccavano dal suo desiderio scomposto, irruenti da strappare i denti, caldi, brodo digestivo primordiale. Alchè l’incubo si eresse dal suolo spinto dal membro impaziente, e lei per l’emozione spalancò le gambe graffiate, martoriate dalle vittime delle sue tentazioni. I seni del succubo si rizzarono, innaturali nella loro sfida alla gravità, gonfiando i capezzoli che si aprirono in un osceno fiore, pronti a rimettere due getti di latte vischioso e acido; una cappa di siero e merda si consolidò attorno al loro amore. Nello spazio protetto che si era venuto a creare le loro mani si giunsero, stringendosi fino a esplodere e fondersi in poltiglia.
L’erezione dell’incubo prese a pulsare sempre più rapidamente, mentre la vulva della compagna si dilatava sputacchiando giallastri grumi di smegma appiccicoso. Sicchè lui venne, inondando ininterrottamente i loro corpi, spalmati al suolo, di seme. Ma lei, quasi disciolta nello sperma, insufflò nel mare che l’avvolgeva un torbido torrente mestruale, con frammenti di endometrio grandi come pelli di serpente che galleggiavano placidi sul lago sempre più imponente, sempre più fisso, sempre più prosaico. Artigli rosso scuro lentamente abbarbicavano onde di seme perlaceo. Lentamente.
Essi amavano.
E i fluidi inarrestabili colmavano lo spazio che era loro concesso. Finché da ogni poro della loro pelle prese a scorrere il sangue. Il dolore li fece gemere, e piangere. Quattro ghiandole mucipare, quattro ghiandole lacrimali e quattro ghiandole di Meibomio, all’unisono, si affrettarono a secernere fiotti di calde maree salmastre dai loro occhi, così forti che i loro globi oculari ne furono divelti, e proiettati a inimmaginabili distanze. Amore amore amore, sterile per il dolore, copioso, generoso e sacro. Due corpi inestinguibili confusi amanti, immobili ieratici morti. Amore di cuore e di pancia, che col piscio eiaculatorio ricoprì gli ultimi spazi. Amore infinito che il tempo rapprende. Amore benedetto che Dio protegge. L’incubo e il succubo, indistinti, confusi, disciolti l’uno nell’altro dentro il minestrone delle loro emozioni, fattosi nei secoli montagna indissolubile. Monumento imperituro delle gioie dell’amore, dalla cui cima, nelle notti di luna piena, tra le rocce di fisiologia condensata in carbonio prima in diamante infine, ancora si levano eruzioni di vomito.
Provate a berne, e poco prima di morire ogni mistero vi si svelerà: tutti i vostri incubi declameranno le gioie dei loro succubi, e voi imploderete nei vostri desideri.
Al principio del mio percorso su splinder avevo postato alcuni contributi "teorici" che consentissero di inquadrare il mio linguaggio e le mie scelte stilistiche all'interno di un progetto coeso e organico. Mi rendo conto che sono trascorsi un paio di mesi e che quanti per caso passano a visitarmi si trovano davanti a testi e contenuti facilmente inquadrabili come provocazioni gratuite o sfoghi nichilistici adolescenziali (tutte cose, peraltro, pregevolissime). Ritengo pertanto opportuno ricordare ai lettori che appartengo a un'associazione chiamata "Teatro dell'Odio", il cui blog al momento lavora soprattutto nell'ottica di recuperare e rifunzionalizzare una tradizione di pensiero. Questo post richiama ai principi generali di tale associazione. A seguire altri interventi esplicativi, da non leggersi certo come giustificazione del mio operato (chi, oggi, necessita di giustificazioni? Solo chi è nel torto, credo), ma come richiamo a quei contributi (si visitino i miei primi post) che vorrebbero essere lo spunto per elaborare uno strumento efficace di percezione e narrazione della realtà.

Il Teatro dell’Odio
Il Teatro dell’Odio non è “teatro”, è Odio. Una rappresentazione globale in difesa dell’Amore.
Il suo fine è correlare alla finzione del Bene la sovranità del Male. Il suo fine è liberare quanto di buono sopravvive nelle anime contemporanee dalla schiavitù dei luoghi comuni, delle prescrizioni, delle parole d’ordine, dei repetita iuvant. A fronte di Mulini Bianchi, Paesi Topolino e Paesi Gambadilegno, Diete del Benessere, Ritorni alla Natura, Cuori in Festa, Bambini che Imparano, Giovani Che Si Divertono, Uomini e Donne che Producono Felici, Vecchi che Paternamente Sorridono, il Teatro dell’Odio rovina
Il Teatro dell’Odio sostituisce alla Sovrana Indifferenza della Tacita Ostilità l’Urlo di Guerra della Negazione Militante.
Il Teatro dell’Odio esaurisce il linguaggio smascherandone la sostanziale estraneità alla Sostanza.
Il Teatro dell’Odio gioca al Gatto Con Il Topo con l’ingenuità dei Costruttivi. Il Teatro dell’Odio odia gli Utili Idioti dello smodato consenso, del temperato dissenso, dell’insulsa scomposta contestazione metodica.
Il Teatro dell’Odio ritiene che Dio abbia abiurato nell’istante in cui il Primo Uomo ne ha pronunciato il nome. Il Teatro dell’Odio ritiene che il Nome di Dio sia SEMPRE pronunciato invano. Il Teatro dell’Odio riconduce l’Uomo a Dio levandogli le parole di bocca.
Programmaticamente il Teatro dell’Odio intende svelare il quantum di Male celato nei risvolti delle Parole del Bene. La sua pars destruens si esaspera nella volontà di emancipare la totale estraneità della pars construens da una prassi predefinita.
Il Teatro dell’Odio è una contro-rappresentazione, la destrutturazione deliberata della rappresentazione globale della realtà. Sarà altrettanto globale. Nell’inferno del Teatro dell’Odio il Limbo è dato dalla quotidianità, e si restringe progressivamente fino a precipitare, in senso chimico, tra le fauci di una Demoniaca simbolica messa in scena.
Le finalità del Teatro dell’Odio sono duplici:
1) nominare il Male per sottrarlo all’indefinitezza dell’impronunciabile.
2) tacere il Bene per ricondurlo all’onnipotenza del Silenzio.
1 Tutti i pubblicani e i «peccatori» si avvicinavano a lui per ascoltarlo. 2 Ma i farisei e gli scribi
mormoravano, dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”.
3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi, avendo cento pecore, se ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e non va dietro a quella perduta finché non la ritrova? 5 E trovatala, tutto allegro se la mette sulle spalle; 6 e giunto a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la mia pecora che era perduta”. 7 E loro a lui: “In verità ci rallegriamo di averti fottuto le altre novantanove”».

Consolatio: non c’è una sola ragione valida al mondo per cui disperarsi. Questo mi fa disperare.
Mi risvegliai comodo e caldo, sudato di miele, tra fiati di zafferano e zefiri di rosa turca. Turbati da una grazia esasperata i miei occhi si aprirono e una riposante luce d’alba sediziosa massaggiò il mio sguardo insonnolito. E tutt’attorno il piacere mi si manifestò: una danza di coralli e angeli, putti ricciuti e sorrisi di santi, una teoria di agnelli con voci di sirena, incanti agiografici, cripte iridescenti, oro bianco, cerbiatti commossi dalla propria visione. Tutto volava, stormi di pettirossi come rostri di navi invisibili cercavano con il ventre le frecce di Eros famelico, madonne e maddalene e mistiche terese galleggiavano le une sulle altre in un mare di saffico languore, processioni di compiti benedettini si avviavano smisurate e marziali alla conquista dei cieli. E Francesco, coperto di passeri, scoiattoli, lontre, opossum e quant’altro, benediceva il proprio grufolante martirio da un pulpito eretto su di una candida nube a forma di cuore.
Un suono metallico, un tintinnio lieve come il bacio di un toporagno, e l’armonia si spezzò. Tutto si fermò. Il tintinnio si ripetè e poi un altro e poi ancora e dal cielo piovve un oceano di minuscoli aghi che con il loro fragore sommerse ogni bene.
Io dalle mie coltri mi rizzai di scatto, le froge frementi, le viscere asciutte, le membra tremanti, le fauci contratte. Una vena prese a pulsare e a gonfiarsi e a dolermi sulla fronte. Qualcuno urlò, io urlai, e le sabbie di tutti i deserti e i fanghi di ogni palude li vomitai con quell’urlo; mi ritrovai in un mare di merda. La mia merda.
Rieccomi. Sporco di ogni animale indegno mi lanciai contro i putti ricciuti e li sventrai a pugni e il loro sorriso si fece un latrato scomposto. Azzannai il naso del Santo Francesco, ne risucchiai il cerebro benedicente, maternamente ne ingozzai i pettirossi che morirono grugnendo. E i benedettini in fila ridevano, ebbri sotto l’onta dei miei calci, tutti a porgermi sfinteri dilatati e natiche rubizze, e io a colpire e sventrare e distruggere. Poi cavalcai i cerbiatti come fossero lupi rabbiosi, ne divelsi il tenero costato a forza di sprone, e loro lupi furono e morirono lunatici. Presi gli agnelli in un delirio di satiro e li trattai per ciò che erano: buchi pelosi. E con la testa, con questa testa, frantumai il cranio di ogni angelo, sicché il loro girotondo cadde giù per terra.
Sotto la pioggia di aghi, dura e fredda, la mia ira si placò; mi avviai attraverso pozzanghere di sangue e santità ad abbracciare la madonna e la maddalena e la mistica teresa; il mio abbraccio fu troppo forte: le loro teste schizzarono via dal tronco come tappi di spumante. Perplesso resi grazie a Dio, ma lui s’impiccò alle corna del Diavolo. Prevenuto contro me stesso me ne andai all’Inferno.
