Postato da: ministroodio - martedì, 30 ottobre 2007 - 07:36

L

Metonimicamente

Anodina

Anale

                                                                     (homo erectus L, V gambe aperte,

                                                                      M orecchie di lupo)

 

 

Mengelacan, dopo aver scritto l’Encyclopedie (= dentro il giorno del ciclope), si ritirò in Svizzera, fra Lovanio e Locarno, con Durcet, con Condorcet e con Concondarcet (Conconcondercet e Conconconcondircet restarono a casa a farsi impacchi alle emorroidi. Non è dato di sapere – storia avara! – la babbuinica reciprocità o meno della cura). Precisa-zione ( rielaborazione – rielabora – zione – personale del significante, non riferibile a simbolismi universalmente validi: lo zione precisa- sempre, rielabora anche, poi opera, muta, escoria, viola, min, sovrappopola e così via; lo –zione fa un sacco di cose, per Dio!): Mengelacan è “lettera”, testo, teoria, segno di ciò che fa e si fa. Durcet è figura neutra, attento ascoltatore, specchio, morto. Durcet è morto. Condorcet è significante fisico del transfert, colui che opera già preconscio. È il boia. Concondarcet (presenza), Conoconcondercet (assenza) e Conconconcondircet (assenza) semplice catena di significanti (S’, S’’, S’’’). Significato unico (s) ergo paranoia, più che delirio.

Insomma, dal diario di Mengelacan (50 ff. al giorno più alloggio):

“Oggi. Stanza A (= gambe aperte da un divaricatore, impotenza della castrazione). Madre partorito bambino. Suturata bèance. Cucita manque. Parto bloccato, bimbo penzola dalla bocca di coccodrillo della madre, poiché dalle ginocchia ai piè resta non nato. Bimbo tutt’uno con la madre. Cresce davanti a uno specchio, si identifica completamente con il Fallo della madre. Non conosce l’assenza. All’età di 33 anni, l’Edipo. Il boia si munisce di una robusta e sferragliante motosega: castra la madre (taglia le gambe del figlio). Sottile orrore. Il figlio muore felice identificando nel sangue che lo abbandona il naturale prolungamento del Fallo materno, di sé stesso, l’estensione incommensurabile del desiderio della madre e della propria libido. Più che altro, non si accorge di morire.”

mengele

“Domani di ieri. Stanza B (=balia, madre pregna, potenza conclusa)

Bambino completamente rivestito da tuta nera elastica e isolante. Unico punto scoperto, il tallone. Nutrito tramite cannula inserita nello stomaco. Stimolato continuamente sul tallone da madri S, che si danno il turno. Ma s resta sempre una, la madre Teti. Tutta la libido concentrata sul tallone. All’età di 9 anni Achille viene scoperto e isolato in una stanza. Unico punto sensibile, il tallone, che suda per esprimere fisiologicamente la soddisfazione di zona erogena. Achille presto scopre di poter sudare in tutto il corpo. Prende a strofinare furiosamente il tallone sul pavimento, e suda e suda e suda fino a morire nell’estasi dell’orgasmo totale. Più che altro non si accorge di morire.”

“Ieri di domani. Stanza C (= cavità, mancanza, ferita, vagina, bocca di coccodrillo).

Bambini. Specchi deformanti. I bambini crescono assumendo le forme dell’immagine riflessa e muovendosi con i movimenti ondulatori tipici di essa. Non muoiono.”

“Sempre. Stanza D (= ventre materno, promessa del fallo a venire, desiderio sospeso).

Il padre si masturba davanti alla madre. La madre mostra desiderio per il padre quando costui eiacula. Il figlio (2 anni) tenta di imitare il padre, ma non raggiunge l’orgasmo. Alla ricerca d un sostituto all’eiaculazione, scopre che un’attività comparabile ad essa è lo sputare. In un primo tempo minge, ma la madre mostra di non apprezzare. Riempie invece di attenzioni il figlio allorchè costui sputa. Il figlio identifica la propria testa con il pene del padre. Il figlio assiste al coito dei genitori; imita il padre e penetra la madre con la testa, sputando all’impazzata. Coazione a ripetere del trauma natale. A questo punto il figlio desidera rientrare nel ventre materno. Resta soffocato nel tentativo, ma la progressiva perdita di coscienza equivale per lui a una regressione alla condizione prenatale. Più che altro non si accorge di morire.”

In un seminario di qualche hanno dopo il professor Mengelacan chiamerà questa esperienza “Pedagogia di una testa di cazzo”.

“Comunque. Stanza E ( homo fallicus, gibberosus et cum longis pedibus).

Una madre viene violentata davanti al figlio di 1 anno e mezzo da 4 uomini. Prima un uomo vestito di blu, poi uno vestito di nero, quindi uno vestito di bianco e infine uno vestito di verde.

All’età di 14 anni il figlio entrò in fabbrica. Fu allontanato perché molestava le colleghe.

All’età di 18 entrò in seminario e si fece prete. Fu spretato perché abusava dell’intimità del confessionale masturbandosi durante le confessioni.

All’età di 21 anni si iscrisse alla Facoltà di Medicina. Divenne ginecologo ma fu radiato dall’albo dei medici perché faceva molto male alle pazienti eseguendo il pap-test.

All’età di 26 anni si arruolò nella legione straniera. Fu ucciso da una raffica di mitra mentre stuprava una sudanese. La morte lo colse mentre realizzava il suo desiderio primario, dopo diversi gradi di regressione. La terapia è conclusa e perfettamente riuscita. Più che altro, non si accorse di morire.”

lacan

Anche i seguenti esperimenti, o esperienze, condotti nelle rimanenti stanze, o locali, portarono a conclusioni consimili (o a simili elusioni). Quali esse siano, lo sa Mengelacan, che fa testo, e lo sanno anche i soci.

Lo so anch’io, perché Mengelacan mi scrisse una “lettera”. Non l’ho mai letta, ma ce l’ho comunque con me. Quindi so com’è andata a finire. Più o meno così: Mengelacan e soci vollero sperimentare su di sé le proprie teorie; rievocarono il loro desiderio primario e si impiccarono alle catene di significanti. Non credo che Mengelacan sia riuscito a comunicarmi se si è accorto di morire.  

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Postato da: ministroodio - sabato, 27 ottobre 2007 - 23:27

     È in notti come queste

Che nemmeno sai se oggi o ieri

Ho la risposta:

Mettere il veleno nel dolcetto

Trovassi il dolcetto

Morirebbero tutti

E io felice.

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Postato da: ministroodio - venerdì, 26 ottobre 2007 - 09:19

 

giovanni_paolo_ii
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Postato da: ministroodio - martedì, 23 ottobre 2007 - 11:53

medium_accouchementAvevo fame; oh, che gran fame avevo! Niente che mi dicesse, mi desse il più piccolo indizio che di lì a poco avrei mangiato.

Mi trovavo in mezzo ai campi, sterminate distese di terra coltivate a…a cosa? Nulla di commestibile. Per miglia e miglia arrancavo attraverso sentieri scivolosi e sdrucciolevoli, che circondavano are e are, iugeri e iugeri, ettari ed ettari di campi e campi, vegetali minuscoli o giganteschi accuditi con solerzia di cui non intravedevo finalità alcuna. All’improvviso scorsi all’orizzonte un’area, anomala per colori e forme, irregolare eppure evidentemente frutto di un disegno antropico. La raggiunsi rapidamente – per quanto me lo permettessero le mie condizioni – sperando nel tanto atteso rifocillamento. Sorpreso lo fui di certo a scorgere, tra una distesa di moenalides ruptores e una di tetrachordoni verminosi, un orticello tenuto a…ad arti inferiori. Gambe, insomma, che sbucavano leziose da una terra grassa e dal vago sentore di ammoniaca, orina o qualcosa di simile. Un esame più accurato mi mostrò essere tali arti arti femminili; spuntavano di solito aperti, come gambe di femmine nell’atto di pisciare sul cielo. I ventri che le sostenevano erano più o meno gonfi, o – per meglio dire – pregni. Più le pance sporgevano, più le gambe erano aperte, più le porzioni di corpo visibili risultavano mature in età. Ventri asciutti e pubi glabri promettevano gambe efebiche e serrate, vulve contratte, acerbe. A una gravidanza avanzata si accompagnava, invece, uno spettacolo osceno: carni molli, membra sfatte, labbra eccessivamente tumide a dividere gambe spalancate quasi in uno sforzo ginnico.

Fame, avevo fame: con bramosia cercai il pasto migliore. Scorsi ciò che volevo proprio nel posto più remoto e irraggiungibile: i due quarti posteriori di una centenaria al nono mese, che mi si offrirono in una posizione davvero poco umana, tenendo le piante dei piedi vizzi quasi poggiate al suolo. Accostai la bocca a una vulva enorme, enfia, un fiore rorido dalla corolla scarlatta, e presi a suggere a più non posso. Subito il liquido amniotico fluì copioso tra le mie labbra; quindi a fatica estrassi con i denti un feto giallastro ed esangue, che tuttavia si agitava mentre lo divoravo. Alla fine, sazio e in disparte, osservai il prodigio di quel vecchio corpo inutile, che velocemente marciva abbandonandosi al suolo come un otre svuotato.

Dopo alcuni crapulonici rutti me ne andai, ringraziando in cuor mio la terra che con liberalità mi aveva offerto i propri frutti.

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Postato da: ministroodio - domenica, 21 ottobre 2007 - 09:01

Se l'imponderabile ci conduce al trascendente, Dio deve essere un facchino.

cristo che porta la croce

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Postato da: ministroodio - venerdì, 19 ottobre 2007 - 08:01

Voce I                                      Voce II

 

Certi cibi hanno il sapore della fretta

                                                                Ho fame di rospi

L’odore del fango asciutto                                     

                                                                E ragnatele di zucchero filato

Il problema dell’alba e dell’ombra

                                                                Ho fame di semi e di aborti

Tutto è discrezione

                                                                Il mio sorriso si è ghiacciato

Le corone di fuoco spandono buio

                                                                Si è liquefatto

Sui rovi muffiti

                                                                Lo porto storto, contratto

Con la bocca chiusa, a braccia aperte

                                                                È un peso tra i flutti

In ginocchio, è la luce che manca!

                                                               Una croce di latta

Il Sole è mio nemico perché mi parla

                                                               Ho rotto la sedia in testa al prete

La luna ridacchia

                                                               Ho ubriacato un neonato

Le stelle sono inutili

                                                               Ho violato un intero gregge

La notte è scialba

                                                               E di tutti i sapori resta un ghigno

Le nuvole hanno perduto le forme

                                                              Un po’ di rame e di sangue

La foresta di simboli brucia nel torpore

                                                               L’odore dei funghi, dei fumi

Quando gli odori restano odori

                                                              Su tutta la pelle erba fresca

Se niente parla più

                                                              Che mi schiaccia

Non c’è più niente di cui parlare

                                                              Mi stringe

Solo fremiti, rari fremiti

                                                              Ho la bocca piena di erba

E segnali di panico sbilenchi nel cosmo del “già detto”

                                                             Non riesco a gridare

Nella categoria : poesie
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Postato da: ministroodio - mercoledì, 17 ottobre 2007 - 07:56

E poi vi saranno gli sbronzi, con la cicca pendula e il caffè e la pausa e poi l’ultimo bicchiere e poi sì la so io qual è la soluzione  e poi la testa tra le braccia e poi ancora un grappino eppoi questa canzone la conosco aspetta che la ballo così mi muovo e mi ripiglio e poi mi siedo e poi un grappino e poi fottetevi che dormo, insonni dei miei coglioni.

Eppoi vi saranno quelli che non potrei se non parlarvi di me e quindi faccio qualcosa che vi ricordiate che poi è facile che negli ultimi anni esiste solo il delitto di Cogne e io, in tutta sincerità, posso fare dieci volte peggio e ne ho il diritto perché non c’ho un avvocato se non uno d’ufficio che arrotonda le curve di sua madre troia.

E poi vi sono quelli che, come già ricordato, danzano da soli, ma questi, questi Cristo non cadono! E allora pagano, pagano esperti geometri, logistici architetti sul viale del tramonto a concepire pedane luminescenti che caracollino al ritmo della loro disperazione, che non c’è limite, senza urlare, solo ritmo, senza urlare, ma tu salta che poi crolla e non oso immaginare quanti vi cadano.

strageE poi vi sono quelli che nel vento gettano veleni in polvere, e li rincorrono se si accorgono di aver sbagliato il verso, che ogni tanto l’indice si gira su se stesso.

E poi vi sono quelli che le sigarette fanno tutto, e la coca al più, ormai né acqua né Manzotin, finché la carne non urla ma è quell’urlo che volevo, che altri pure sentano.

E poi i “te l’avevo detto io!”, i migliori, quelli cui ti ispiravi quando tutto ti facea ribrezzo. Seguili fiducioso, che di mal che ti vada li riconoscerai nelle righe sopra o sotto.

E poi i violenti, cioè i vigliacchi, quelli che prima che a loro diecimila volte peggio a chicchessia.

E poi i famigerati “c’è tempo”, che con jogging, diete, palestre, sport irreali, settimane enigmistiche, rubiconde sedute di terapia, impegni improrogabili, abbronzature da stadio mediatico, cenette a lume di sifilide rimandano con gusto perverso la guerra ai propri geni.

E poi vi saranno quelli che si riconosceranno con ironia in guerre virtuali, e con ironia faranno prigionieri, e con sovrano sarcasmo spiegheranno agli schiavi della nuova precarietà vecchie ragioni per cui val la pena di morire.

E poi “io leggo Pasolini, De Andrè, Baudrillard, Baudelaire, Cioran, Lyotard, Eco, Praz, Adorno, Moretti, Benjamin, Poe, Artaud, Barthes, Tolkien, Bataille, Thomas, Eliot, Miller, Coetzee, Rebelais, Deleuze, Blanchot, Crowley, Zuttioni, Hillman, Copi, Pinter,  Camus, Shakespeare, Pirenne, Lautremont, Michelet, Celine, Beckett, Nietzsche, Kane, Junger, Stirner, Sade, Borges, Dostojeskij, Kafka, Blake, Genet, Rimbaud, Kierkegaard e la Bibbia. Che cazzo cazzuto vuoi tu?”

E poi i pedofili, i terroristi, gli immigrati, gli omosessuali, i cinesi, i negri, i cingalesi che poi sono indiani, quelli dell’est, i minorati minoranze, i matti della mattanza, le donne tali per esser tali che non emergono perché si mascherano da donne e sono solo esponenti di altre marginalità, le burocrazie superate dal senso di nuovi onori, le mafie onorate tuttora di esser tali, le filo-abortiste frustrate incestuose amanti, gli eugenetici del deve capitare per caso.

E poi si armeranno i più che nuovi nobili del capita perché deve capitare, le nere milizie del Situazionismo, gli eroi del se nonmuoioiocomunquequalcunomuore, e del finchénonmuoioioqualcunocontinueràamorire.

E poi i tiri a segno con le siringhe infette, con le bottiglie sterili, vuote ma…cazzo…pesanti! E poi balla, stronzo, che le gambe ti vengon meno, balla pirla fino a doman di mattina, quando l’alba ti sorprenderà senza il fisico di una volta, quando tuo padre altro che una notte…e nella tua bava di indomito cavallo il passante berrà la vendetta generazionale.

E poi vi saranno quelli che a forza di calpestar merde non si leveranno più dal suolo, cacciatori di strazi, volontari del residuo, massimi sacerdoti del “noi vogliamo esser quello che rinsecchisce perché la vita è selezione arbitraria.”

E poi vi saranno i profeti di Menghelacan, protagonisti di un’altra storia, affamati di destini impronunciabili, divoratori di sogni poco meno che credibili, schiavi di comuni desideri.giudizio

E poi vi saranno quelli che, anime semplici, semplici anime, non troveranno quello che vorranno. “Ma come? E la Dama  Bianca? E il Castello Bianco? E il Candido Reame dell’Incorruttibile Imperatore? E le foreste incantate? E l’assegno vitalizio per il servizio prestato? E la Santità condonata? E il rito abbreviato? E quel volantino colorato che pochi mesi di Purgatorio e via?”

E poi vi saranno quelli che vivranno.

Bestie. Incorruttibili bestie.

Schiavi conclamati di un Evo irriso dalla Storia.

Anonimi contesi tra Identità sbraitate nel Silenzio e Alterità profuse.

Sinonimi di sé che si contemplano in specchi infranti.

Io vivo, giudice di una Terra senza Legge. Che se qualcuno sopravvivesse e fosse uno più uno, vincerebbe il meno.

Io muoio, felice. Poiché di tutto il Creato è rimasto Dio. Pentito.

Nella categoria : novelle
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Postato da: ministroodio - martedì, 16 ottobre 2007 - 09:33

Suicide Commando (Soundtrack)

suicide1

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Postato da: ministroodio - lunedì, 15 ottobre 2007 - 07:44

Un po’ di loro. Che importa quanti? Abbastanza da sembrare molti, moltissimi, troppi. impiccatoVestiti tutti uguali, ma che conta? C’è chi si veste uguale a chi, e nessun altro, oggi. Io stesso mi vesto uguale a Loro, oggi.

Un Capo che è solo una voce: “Entrate nei Magazzini, prendete ciò che vi serve e andate. Poi fate ciò che volete.”

Sono esattamente ciò che da loro vi aspettate, ciò che sareste se non vi faceste ingannare da ipocrite promesse. Gente disposta a tutto per transustanziare l’ontologico e il teleologico e l’etico e l’assurdo e l’ipotetico e il politico e l’inattuale nell’estetico. Gente di altri mondi con il passaporto e il codice fiscale di lettere e numeri che si catapulta in questa cronaca riponendo in essa la speranza di non essere futili per niente.

I magazzini: labirintici seminterrati e sotterranei (sono a più piani) intasati da tutto quanto si possa desiderare per essere altro che vivi. Libri. Armi. Vuoti. Alcove. Escamotage. Exit strategies. Prediche. Paradisi. Motivazioni. Dubbi. Ultime scene corroboranti e alcol e droghe e sesso inopportuno.

Urlante l’orda si cala nei cunicoli di torba e funghi. Da tempo tutto questo aspettava questo. Il Segno del Giudizio prima che i giudici si potessero organizzare. Li coglieremo in fallo. Rigore.

Escono a frotte alla luce come locuste emergono dal nulla su campi abbandonati. È il tramonto. No, fratelli, aspettate l’alba! L’ora di punta, le partenze intelligenti, la chiusura degli uffici, della Metro, nei cortili delle scuole tra l’Una e le Due Meno Venti, le sirene delle fabbriche, le tre ore che precedono l’uscita dei quotidiani. Siate contagiosi, fratelli, come la tentazione che incarnate.

E perché no? Deve esclamare il vostro pubblico. E anche sì…gli ultimi ignavi. È giusto, urleranno i savi. Non vi è altro da fare…gli scettici. Perché non io?...i paralitici.

E vi sarà chi, nudo, abbatte i muri a craniate perché ancora crede nei simboli. Saranno i primi, credo, con gran rincorsa e poco rumore, meno cerebrali di altri perché il cerebro già l’han donato ai calcinacci.

E vi sarà chi ammazza per farsi ammazzare, contorto come un cane che s’insegue la coda mozza. Ma…attenti…che viga la pena di morte, il taglione o l’etica mafiosa!

O l’ordalìa, maiali insaziabili che per dimostrare la verginità dinnanzi a Dio brucerete i vostri bordelli favoriti gettandovi, quindi, nelle fiamme.

E vi saranno i solipsisti…perchè io le montagne le divoro…e via i denti sul calcare, e le gengive sul calcare, e le mandibole sul calcare, e poi l’aggredirò con la fronte questo dannato calcare, e vai via tu con il TNT, perché questa altura è mia, solo mia.

E io che voglio leggere tutti i libri del mondo, e tu con me, e tu anche, mettiamoci assieme, non fermiamoci finché il fiato non ci venga meno e le profezie non restino strozzate in gola.

E vi sarà chi proverà tutto, tutto, iniettandosi in vena l’ipocrisia dei gatti, fumandosi titoli di borsa, inalando puttane sentimentali, leccando con avidità saponette di alberghi a ore.

E vi saranno i kamikaze, su cui non spendo troppe parole perché così tante ne usano già loro da uccidere più che con il loro meschino tritolo.

E vi saranno gli alcolisti, che sceglieranno lì per lì che fare, ma sempre il tutto affinché quel cazzo di ultimo bicchiere diventi il titolo del loro Coccodrillo.

E vi saranno alcolisti che, poco interessati alla cronaca locale, berranno fino a essere dei, dei di un mondo veloce come il loro irrefrenabile sguardo, e poi solo luce, e poi più no.

normal_suicide_gunE vi saranno quelli che senza arte nè parte attenderanno un guizzo, che se non arriva ancora aspettano di morire.

E sarà quello che organizzerà il Festival, e poi sfiderà i vincitori, e dirà: “Io sarò più veloce, indolore, eclatante, metaforicamente plausibile, inconsapevole, artistico, pentito, significativo, frainteso, dannoso, esemplare di ciascuno di voi!” E poi non avrà il tempo di riscuotere l’inoppugnabile premio.

E poi ci saranno quelli che cercheranno una scogliera da lemming, per riscoprirsi uomini e tornare indietro. E quelli che diventeranno omosessuali aspettando di morire tutti. E quelli che senza aspettare s’inculeranno le istrici di passaggio. E quelli che con l’arteria femorale mi fo’ una chitarra.

E poi “Io valgo qualcosa. Chi offre di più?” e la gente gli spara.

E poi i giudici di gara volontari per il lancio del giavellotto.

E poi i vari “Sono guarito”, “Ho esaurito le ragioni e i torti non mi bastano più”, “Sentivo il tempo scaduto, e al supermercato non me l’hanno voluto cambiare…”, “Me l’ha consigliato di farlo un altro me di molti anni più giovane di me”, “Non ho più niente da dire”, “Ho letto tutti i libri”, “La roulette russa era truccata”, “Scusatemi. Mi sono davvero rotto i coglioni!”, “Non posso stare senza cazzo”, “Ballo, ballo, ballo e non sono mai da solo”, “Il mio ultimo tango a Parigi mi ricorda la mia prima Polka a Al Khaluf”, “Mi specchiavo e mi vedevo con meno anni di quanti avrei dovuto averne”, “Il mondo è divino perché il mondo è gratuito”, “Lui correva più veloce di me, ma io potevo esplodere”, “Tra uomo e donna non so che scegliere”, “I tedeschi hanno una bella lingua ma non dicono un emerito cazzo”, “E la storia che placida fa il suo corso tra il “questo” e il “quello” raccontatela voi, se ne avete una”, “…e poi giunge quell’ora in cui si comprende che non tutto è compiuto”.

E poi vi saranno gli emulatori, che di suicidi famosi ce ne sono, cappa e spada, Winchester e Polaroid. Ma nuovamente contestualizzati…nuovi brividi…nuovi stimoli…nuove motivazioni…novità purché l’ultima.

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Postato da: ministroodio - venerdì, 12 ottobre 2007 - 07:00

05_meduseQuesto è il mio personale inferno. Percorso da aria calda che mi intirizzisce i capezzoli, battuto da magli invisibili il cui frastuono armonizza il silenzio, un inferno di membri ritti e vulve sempre spalancate, di vergini messe al muro di fronte a un plotone di mitragliatrici sparacazzi, di caproni infoiati al perenne inseguimento di remissivi cuccioli di foca monaca, di erezioni costrette in alambicchi da alchimista, di sbronze alimentate da campioni di urina e sperma, di sfinteri dilatati con silos di frumento, di sorgenti di merda e fiumi di sangue, di giardini della tortura accuditi da fatine tetraplegiche, di algide donnine rampanti sacrificate sugli altari del membro di berillo, di asili nido costruiti sulla sborra del diavolo, di grattacieli che crollano su orgiastiche feste di paese. È il mondo dell’amore, e se vi ripugna ricordate che la pulizia, il profumo, l’ordine e l’armonia costituiscono la tavola degli elementi dell’altro mondo, quello vero, quello dei cani dall’olfatto fine e dal guinzaglio corto. Il mondo in cui non è possibile amare, né morire.

Si tratta di un cosmo parallelo popolato da figure in perenne mutamento, indistinto di tenebra abbagliante, folgorato dalla precarietà del caos che si autodivora. La sua ineffabilità lo costringe a urlare continuamente, e sulle proprie spalle grava l’onere delle forme meno ingenue del Male. Le sue manifestazioni più tangibili sono lo spreco, il decadimento, la miseria, l’idiozia, la marginalità, il delirio, l’inedia, la fisiologia inconsulta, la propagazione del desiderio frustrato. Che sono anche le voci della sua rappresentazione cosciente. Ma la pienezza della sua bellezza legittima la sofferenza di cui è latore. La violenza che gli è insita è il rovescio di ogni felicità possibile, e percorrerne le strade conduce alla rivelazione del ridicolo prima, alla resa all’evidenza poi e all’appagamento poco prima della fine, o poco dopo.

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