Postato da: ministroodio - sabato, 29 settembre 2007 - 07:23

Amleto è il teatro. Il Teatro dell’Odio è odio. Si impone una rilettura integrale della pièce shakespereiana, in quanto contenente animi, simboli, strutture, contesti e parole in grado di costituire, opportunamente reinterpretati, la summa delle istanze del Teatro dell’Odio. Non si vuole attribuire al Guglielmo elisabettiano nessuna profetica dote di precursore; estranee all’opera di riuso saranno ogni sorta di contestualizzazione storica, psicologica o filologica del testo di partenza. Il testo è dato. Ricrearlo lasciandolo immutato, novelli Pierre Menard, è il compito che ci prefiggiamo. Abbandonata come inutile puttana l’allegoria, lasciata ai sacerdoti dello status quo l’anagogia, l’approccio figurale consacra il Principe di Danimarca come mascotte della nostra Sacra Rappresentazione, il Cristo perduto, il più umano che divino, l’Uomo totale che lascia a Dio l’Altro.

Alas, Poor Yorick! - detail

Per sommi capi:

1)   Amleto crea la magia dell’odio, riducendo la propria intera esistenza a elemento di dissacrazione, sospetto, derisione, contraddizione, morte. In una progressiva discesa negli inferi della finzione, la sua follia assurge a santità nella messa in scena dell’omicidio paterno, laddove il Teatro dell’Odio aspira a un palcoscenico in cui si narri del delitto che ogni spettatore ha commesso contro sé stesso.

2)    Amleto incarna l’ideale aristocratico e antistorico che lo conduce a assumersi pienamente la responsabilità del suo disegno catartico.

3)     Del “tutto il resto è silenzio” si pasce l’esaurimento del Male.

4)     Del “c’è del marcio” si pasce l’aspirazione al Bene.

5)    Il fantasma…spirito benigno o maligno…nessuno lo sa. È solo il richiamo a qualcosa che non essendo più non è mai stato, e quindi va vendicato, o ri-vendicato.

6)    La madre, la vita stessa, la condicio sine qua non, colei che si ama con testa, gola, cuore, stomaco e cazzo. Colei che tradisce ciò che non è perché pure deve essere. Il valore apparentemente assoluto da relativizzare con l’Odio. L’oggetto privilegiato di un amore impossibile. Ciò che si vuole ma non si può avere, l’energia di attivazione dell’Odio, il limine tra desiderio e dannazione, l’Edipo perfettamente totale. Con buona pace di Sofocle.

7)    Claudio, la storia, tradotta nel presente. Il potere che si nutre del terrore. La rappresentazione del Bene cui la vita accondiscende, cui la vita si dà.

8)     Ofelia, l’amore. La verità incarnata che va scuoiata della propria voce. Così vera da reificare la finzione dell’odio e restarne incinta. Galleggia sul panta rei a promettere il proprio trionfo nel mare dell’indefinita aspirazione. Il suo regno non è di questo mondo. Tardò a capirlo, e imparò la lingua della dannazione scordando di essere l’unica benedizione possibile. Fino in fondo ha interpretato la propria unità con la morte. Non essendo morte ma immortalità.

9)    Orazio, il testimone.

10)  Rosencrantz e Guildersten, il Gatto e la Volpe; e l’Inghilterra il paese dei balocchi. Portatemi con voi, ad ammirare la fine del vostro necessario consenso. Raccontatemi le favole del potere, poiché io vi ucciderò col veleno della verità tradita. Due volte. La prima per defraudarla, l’ultima per divinizzarla.

11)  Polonio, o “della comunicazione”. Ucciso come scambiato per un topo nella speranza di essere un re. La comunicazione, ciò che si vuole reale ma che è sempre altro da sé.

12)  Laerte. Giuda. La vittima necessaria. L’ombra di Amleto. Amleto senza il “cedelmarcio”. Partito speranzoso verso la vita, crede a un padre che lo vuole morto, dubita di un fratello che vorrebbe solo che lui continuasse a credere, ama una sorella che viene condannata pur di non essere deflorata.

13)  Jorick, il grottesco dell’ubi sunt. Potente poiché finito, dall’ipotesi delle sue labbra scaturisce il siero pestilenziale di una verità non più pronunciabile e forse mai pronunciata. Una scatola cranica su cui il paleontologo Amleto ricostruisce la propria ipotesi di legittimazione. Un passato che forse non è mai stato, ma muto di fronte alla condanna di profetizzare la distruzione.

14)  “Essere o non essere”; il problema non esiste. Esiste il dubbio se essere nell’essere o nel non è.

15)  Resta solo un dubbio: Amleto è? O solo incarna. Amleto è ciò che non incarna, il Teatro dell’Odio vuole ciò che non dice. Cristo è immortale solo se muore, onnisciente solo se tace, onnipotente solo se soccombe, onnipresente solo se inesistente.  

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Postato da: ministroodio - giovedì, 27 settembre 2007 - 07:10

Non è questo – dicevo – che volevo dire

Parlavo ai corvi e al ghiaccio

Parlavo tacendo.

 

Mi perdo nel mio potere di essere fermo

E zitto e muto e silenzio e silenzio.

Il mio potere di restare senza parole

Potere che inebria e sazia

Che lascia ai suoni la furia

La boria la storia

Potere che muore sugli allori di ogni istante.

 

Dare nomi non mi piace, sogno

Parole che rendano vuoto il vaso

Pronto all’uso.

 

Non so come vi chiamate – dicevo –

E uccidevo. Non so. E sapevo.

Mia la gioia, mio il dolore. Mio il mondo.

E nel deserto morivano inutili fiori

Senza frutto. Peccato perché peccare

È inutile. Peccare è la vita. Amo

Le immagini che non so più dire.

 

Immaginate – dicevo – di immaginare,

di tornare a sognare. Ma io sognavo. Io vedo.

Dicevo – guardate!

 

Oltre al bene e al male, al vecchio e al nuovo,

oltre alla terra e al cielo, all’acqua e al fuoco,

oltre me e te, oltre l’altro che non c’è,

oltre la realtà. Oltre l’ostacolo. Oltre la guerra.

Oltretutto c’è il Tutto. Intangibile

Come l’imene di una suora-bambina.

Amici, amanti, amori, sodali, salariati, sfruttati,

defraudati, vilipesi, maniacali, celebrolesi,

profondi alcolisti della nuova era, ottusi idoli,

padri fottetevi! Intangibile

come la gioia di un paramecio in formalina.

 

È lì, non vedete? – dicevo – non sentite?

Non volete sapere ANCORA? No. Non volevano.

E nel mio deserto di parole fioriva la carne.

Non volete?  - dicevo – La verità?

Sì. Raccontacela.

E tacevo.

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Postato da: ministroodio - martedì, 25 settembre 2007 - 07:02
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Postato da: ministroodio - domenica, 23 settembre 2007 - 07:33

Siamo un esercito. Non lo sappiamo neppure. E siamo in guerra.

Siamo circondati, ma nessuno ci vede.

Ci hanno allevati loro. Siamo cresciuti nella convinzione di poter essere noi stessi, ma ci hanno lasciato da soli a specchiarci nei nostri ruoli, e non ci piacciamo. Preferiamo combattere. Difendere un’ipotesi di noi stessi. Stracciare le maschere che hanno appiccicato sui nostri specchi. Chi è stato? Chi sono loro? Quelli che non lo sanno, o che fanno finta di non sapere. Quelli che hanno qualcosa da perdere: le loro catene. Quelli che trascinano la loro vita certi di avere ragione, e quelli che, più forti e saggi, sbagliano di nascosto. Quelli che fanno la cosa giusta al momento giusto, e se ne vantano. Quelli che non lasciano scampo, che vivono di leggi non scritte, che nel silenzio crescono mostri. Quelli che immaginano solo il meglio. Che parlano da sempre la lingua più comprensibile a tutti.

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La nostra ansia di identificazione e riconoscimento rappresenta ciò che ci unisce. Non siamo mai stati nulla per nessuno. E ora eccoci, a portare aste senza bandiere. Tanto più leggere quanto più pesanti. 

Le parole che ci hanno tolto con la forza di una lunga, ossessiva, coatta, univoca educazione saranno la loro rovina, perché le abbiamo serbate intatte nella nostra coscienza di essere “sbagliati”. E siamo pronti a rovesciargliele addosso. Siamo l’errore che non dovevano commettere. Loro non ci conoscono. Siamo i loro figli, e rosicchieremo centimetro per centimetro la terra sotto ai loro piedi profumati.

Noi odiamo, loro disprezzano. Noi amiamo, loro si divertono. Noi soffriamo, loro si deprimono. Noi lottiamo, loro vincono. Noi urliamo, loro discutono. Noi siamo orgogliosi, loro predicano l’umiltà. Noi abbiamo i cieli, loro le Chiese. Noi sbagliamo tutto, loro fanno poco e bene. Noi facciamo le pentole, loro i coperchi. Noi siamo soli, loro male accompagnati. Noi siamo schiavi, loro liberi di pensare la libertà. Noi abbiamo paura di vivere, loro ridono morendo. Noi ci evitiamo, loro si cercano. Noi viviamo tra le macerie, loro distruggono. Noi siamo violenti, loro sadici. Noi siamo loro, ma loro non sono noi.

Non c’è uno scontro tra coscienze, ma tra la coscienza e l’incoscienza.

Non si combatte per la libertà, ma per abbattere la finzione.

Non vogliamo il potere, ma l’egemonia sui sogni.

Non proponiamo neppure la possibilità di un mondo diverso; pretendiamo, piuttosto, di riscoprire le luci di quello in cui viviamo raccontandone le ombre.

L’odio è la nostra arma. La brandiremo contro tutti coloro che frappongono le proprie certezze tra il rispetto per sé stessi e la paura degli altri. Sguinzaglieremo i nostri cani affamati sui loro cadaveri ricoperti di zucchero. Affonderemo gli artigli nella melma dei loro sorrisi. Strapperemo la lingua a chi vorrà darci un nome. Bruceremo i loro occhi ciechi, le loro bocche cucite, le loro intelligenze artificiali, i loro assolutismi a buon mercato. Tortureremo la barbara ovvietà delle loro vite. 

Nella categoria : comizi
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Postato da: ministroodio - venerdì, 21 settembre 2007 - 07:28

Grande festa di fate morte

Sul pendio del Domineddio

Fate sbronze di lisciva e rhum

Fate con fiche circoncise e improprie virtù

Sfinteri di bambù, anche introflesse,

ginocchia rovesciate e ombelichi in sovrappiù.

 

Satiresche itifalliche lingue disorientate

Umettano lapis clitoridei, e dee, e nulla mai.

Di questa danza serbo traccia

Pacioccone guance rosse e pomelli di latta

Strizzo

Né più mai della fatal quiete traggo l’imago

Su cui sborro d’un de’ lati.

Non ti curar di loro ma trombali

A pecora e a montone finchè lividi sul bastione

Urleranno gioiosi i sinite parvuli.

 

Corifanti serbano il blues dello “sbronzo ormai”

Che tutti spalmano sulla scena purchè taccia.

Ecco, Laocoonte, la serpe striscia ebbra

Di piscio di tarantola di fiume, di sghimbescio

Rutto afrori nuovi su antiche maschere.

Il medico della peste fu l’unico monatto

A fottersi i morti del bio-eccidio,

come galvanizzato da rane tronche e me.

 

Stupro, stupro, stupro, ditemi di no,

siate asciutte vulve aride, siate ritrose bocche vogliose,

fuggite alla mia erezione come viziose badesse.

Schiumasse rabbia rabbiose sareste, sarete pregne

Di mostri e tempeste.

 

Osso per osso, dente per dente, Iddio scarnifica l’attesa

Né più imeni sul suo altare, né più voti per governare,

Aborti in festa, teschi ritorti, un tintinnio di rovine

Su preghiere sputacchiose e zoccole indovine.

 

Cristo che dalla Croce non fotte

Danza inchiodato la gloria del lunedì,

quando scevri dei peccati emendati

i fedeli sviscerano la palude dei figli,

e la Maddalena, nostalgia della pensione,

succhia un coglione di Urano insanguinato.

Prometto di peccare, figlio mio, affinché

Il nome di Dio serbi salvato

Il potere di ogni mio peccato.

E del tuo albero faremo una trave

Che della mia lussuria conservi le bave.

E a queste vergini dedicheremo una danza

I cui spruzzi inondino la panza

Di quel Dio che per goderne le concepì.

 

Seghe su seghe innalzo al cielo

La mia richiesta di perdono.

E bestemmio la luce di uno specchio

Per non scordare chi realmente sono.

Nella categoria : poesie
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Postato da: ministroodio - mercoledì, 19 settembre 2007 - 07:18
Nella categoria : musica
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Postato da: ministroodio - lunedì, 17 settembre 2007 - 07:26

Senza nomeA perfect day. Mi alzo all’alba in un silenzio innaturale. L’umanità è scomparsa. Resto io, testimone ai miei stessi occhi, un a-parte che narra a Dio di questo prodigio. E per le strade deserte i resti ingrigiti di un funzionalismo vilipeso.

Prima che la noia mi uccida assaporo una canzone mai composta, le trombe della desolazione, gli archi dell’ineluttabilità, le percussioni della vendetta, la voce del trionfo.

E fino all’ultimo respiro mi turba solo il dubbio circa uno degli infiniti mondi possibili, quello in cui l’unico a scomparire sono io, giorno dopo giorno.

Nella categoria : frammenti
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Postato da: ministroodio - sabato, 15 settembre 2007 - 07:21

1964_the_gorgonBeati e grazie! Beati gli stupidi sovrani, e i servi sciocchi. Beati gli ipocriti, i millantatori inconsapevoli, i consapevoli demoniaci perseveranti della Nuova Era. Beati gli ingiusti e le loro ingiustizie, beati i carnefici affamati, le vittime sbavanti. Beati quelli che non hanno niente da dire, e quelli che non potrebbero dire nulla nemmeno in un fiume di parole. Beati i tronfi inferiori, gli sciacquapalle del sistema, i finti contestatori. Beati gli antagonisti in poltrona e i protagonisti indaffarati. Beati i complici di ogni delitto, gli assassini con i guanti, i cannibali col dentifricio, gli stupratori col preservativo, gli aguzzini con licenza di uccidere, i preti pedofili, i pecoroni stonati. Beati quelli che non c’entrano nulla, quelli che se ne sono scordati, quelli che non hanno mai saputo. Beati quelli che sputano nel piatto dove si abbuffano, che insultano le cannule che li tengono in vita, che si lamentano delle case che hanno costruito. Beate le canaglie silenziose, i monaci urlanti, gli irresponsabili di comodo. Beati quelli che, senza cazzo, tirano fuori un sacco di attributi fasulli chiamandoli “cultura”. Beate le galline che negano l’esistenza del gallo, e i vedovi allegri che non vedono la fame delle vedove nere. Beati gli indignati che non si riconoscono nelle cause della loro indignazione. Beati gli ignoranti che scoprono il mondo e si mettono in cattedra, che inventano nuove formule per descrivere vecchie assurdità, che confondono altri ignoranti. Beate le spose dell’uomo che le uccide, beati gli schiavi che mordono con denti di burro le eburnee catene di schiave-padrone. Beato chi lecca il tacco dello stivale che lo strazia, beato chi venera il guanto che impugna la frusta. Beati quelli che possono ma temono, e dicono di non volere. Beato chi sta sopra, frantumandosi le unghie nello sforzo di restarci. Beate le cagne in tutù, i mandrilli col naso da clown, i porci dall’alito profumato, le vacche scandalizzate. Beati i mistificatori innocenti, i profeti orgogliosi, i cronisti imparziali che, tuttavia, scelgono di che cosa parlare. Beati i reporter che rischiano la vita in un videogame, i paranoici che si gloriano dei propri fantasmi, i divulgatori di dissacranti luoghi comuni. Beato chi si diverte, ballando sopra a mucchi di cadaveri, ridendo delle proprie tragedie, scopandosi chi non ha altro da dare. Beati i Suffeti del Buon Gusto, gli Arconti dell’Equilibrio, gli oligarchi dell’”in media stat virtus”. Beati i belli e le belle a cui questo basta, e tutti coloro che li convincono che questo basti. Beati quelli che trascorrono la vita davanti a uno specchio, per cui tutto resta un riflesso. Beato chi muore nel tentativo di dimostrare che è come tutti gli altri. Beato chi pensa che “tutti gli altri” esistano. Beato chi vive delle altrui opinioni, e che le cambia come le mutande dopo una scopata insoddisfacente. Beato chi, per una scopata, scomoda il cosmo e le sue leggi. Beati i nostalgici di un passato peggiore, i fiduciosi di un futuro anonimo, gli entusiasti di un presente melmoso. Beati i soddisfatti finché va tutto bene, che lo sono altrettanto quando va tutto male perché loro erano stati i primi a dirlo che le cose non potevano andare avanti così. A loro scrivo. Per loro vivo.

Nella categoria : comizi
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Postato da: ministroodio - giovedì, 13 settembre 2007 - 09:36

O sì lo so

 

O sì lo so

Lance in resta

Che i negri fanno la fila

Per romperci il culo

Come se la nostra ultima verginità

Valesse un simile sforzo.

 

O sì lo so

Che sono decenni che si canta la caduta

Ma non per questo

Si è mai smesso di precipitare.

 

O sì lo so

Che al male non c’è mai fine

Se non nella nostra boria

Di voler narrare il bene

A qualsiasi costo.

 

O sì lo so

Che non c’è più nulla da dire

Come se tutti tacessero

Umili come lepri ferite

Di fronte a questa verità.

 

O sì lo so

Che la comunicazione è scienza

Ma c’è una scienza che non si può dire

Nascosta nelle angosce di chicchessia

Palese nei miei grugniti.

 

O sì lo so

Che la musica è ritmo

Ma la morte è aritmia

E la gente non muore ballando

Bensì alla ricerca del tempo perduto.

 

O sì lo so

Che fumare fa male

È solo un male che acconsente

Contro un universo di male

Profondamente ostile.

 

O sì lo so

Che spaccar musi nell’era della rinoplastica

Non ha più alcun senso

Ma non sottovalutate

L’amore per le formalità.

 

O sì lo so

Delle vostre patetiche scorie

È che la vostra fisiologia

Mi ridona la fiducia perduta

Per le verità non testimoniate.

 

O sì lo so

Che gli ultimi cantori

Sono morti

Ma so pure di una musica immortale

A caccia di miti.

Nella categoria : poesie
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Postato da: ministroodio - martedì, 11 settembre 2007 - 07:21

shield3È necessario comporre un nuovo testo sacro. C’è un millennio in corso privo della sua consacrazione. Le generazioni future pretenderanno legittimamente di avere a disposizione qualcosa di credibile da cui dedurre l’esistenza di chi li ha preceduti. Prendiamo in esame i modelli, le Upanishad, la Biblioteca di Babele, Yellow Submarine, la Bibbia, il Corano, il Manifesto del Partito Comunista, i canoni Buddhisti, Totem e tabù, il Libro dei Mutamenti, il Mein Kampf, la Torah, l’Avesta, la Teogonia esiodea, i Tarocchi, il Dasam Granth Sahib, i Nibelunghi o il Silmarillion…e ognuno aggiunga il suo. Cos’hanno in comune?

  1. Fondano un Cosmo, inteso come totalità dell’esperienza;
  2. Si fondano sull’uso della Parola, riconoscendo al linguaggio il potere di produrre e riprodurre;
  3. Hanno o invitano ad adottare più livelli di lettura, comprensibili a tutti, a pochi E a nessuno;
  4. Su questi presupposti ogni “testo” potrebbe divenire “sacro”, ma i testi sacri tout court ne hanno l’ambizione;
  5. Come corollario al primo punto, di norma si presentano come radicalmente innovativi, orfani di qualsivoglia tradizione, e ciò dà al lettore la sensazione di entrare in contatto con un futuro prossimo assolutamente Altro, necessario, a cui è necessario prepararsi, quasi che il testo sia un accidente storico intervenuto per errore nel divenire;
  6. Offrono, tramite una precettistica vaga ma applicabile nell’immediato, la possibilità di un forte senso di appartenenza e di riconoscimento tra quanti condividono una stessa lettura, insomma fondano, oltre a un cosmo virtuale, una comunità reale;
  7. L’ambiguità è essenziale a questa tipologia di testi; si propongono come normativi, ma sono per definizione interpretabili, e di volta in volta riscrivono le regole della propria esegesi;
  8. Corollario del terzo e del precedente punto, si offrono come esoterici ed essoterici allo stesso momento, suddividendosi programmaticamente tra parti luminose e parti oscure;
  9. Un’altra strategia retorica tipica dei testi sacri è fondere parti precettistiche a parti narrative, non necessariamente didascaliche;
  10. I testi sacri sono sempre ispirati da una fonte Altra, Rivelati, da un Dio, dalla Storia, da un Superego intransigente, e il peso di tale Autorità si percepisce in ogni loro parola;
  11. Si può discutere intorno a loro, ma MAI di loro;
  12. Il formato “libro” è necessario affinché un testo divenga sacro, per tutta una serie di ragioni: è portatile (quindi meglio se il testo sacro è breve o riducibile), immediatamente consultabile e, last but not least, la quantità di operazioni che un cervello medio deve compiere per risalire dalla lettera al significato, anche a quello immediato, è sufficiente per dare al lettore la sensazione di stare consultando qualcosa di oracolare, o comunque di sufficientemente complesso da consentirgli di stabilire una corrispondenza biunivoca tra il testo e la propria esperienza, o la rappresentazione che di quest’ultima esso ne ha;
  13. È necessaria una composizione per frammenti, o comunque per parti formalmente o contenutisticamente autonome; per due ragioni: innanzitutto per una logica rituale che sovrintende alla consultazione di qualsiasi testo sacro, cioè l’apertura casuale come prassi divinatoria; secondariamente perché l’idea di un insieme di frammenti autosufficienti inseriti in un tutto organico rappresenta implicitamente un’allegoria del Cosmo che si vuole fondare;
  14. Gran parte delle scelte formali deve essere finalizzata a questa cognizione di un Cosmo eterogeneo ma fondato su di un unico presupposto: diversi codici sono opportuni, ma ancora di più l’uso di un codice così vacuo da risultare estremamente versatile, e quindi apparentemente universale;
  15. In un testo sacro ci deve essere un giusto dosaggio di immanente, trascendente e contingente; la verità storica si deve confondere con quella ipoteticamente assoluta; in altri termini, dato che ogni scritto è comunque frutto del periodo storico in cui viene concepito, esso, per divenire un testo sacro, deve comunque contenere in sé tracce di un’eternità insondabile e non verificabile;
  16. L’Alterità agente della supposta Possessione, essenziale, come si ricordava al punto 10, è in realtà leggibile come il subentrare, nella coscienza dell’autore, di un dàimon interiore, di uno stato di trance, o comunque di una particolare alterazione che può anche corrispondere a uno stato emotivo tipico (rabbia, amore, odio, spleen, invidia, apatia e atarassia…) portato alle estreme conseguenze; di tali fenomeni il testo sacro è opportuno che contenga le tracce; meno credibili risultano suggestioni eteroindotte, come l’effetto di sostanze stupefacenti o di patologie immediatamente riconoscibili;
  17. Il titolo del testo sacro è inessenziale, eppure in questa inessenzialità c’è una logica, forse sottilmente kabbahalistica, sicuramente relativa allo stato d’animo del lettore quando comunica la propria esperienza dicendo: “Ho appena finito di leggere XXX”;
  18. É necessaria poesia, tanta poesia, intesa hjelmslevianamente come quella parte del discorso in cui la forma prevale sul contenuto;
  19. In un testo sacro vi ha da essere alcunché di sacro. Cosa c’è di sacro? Il trascendente, il necessario, la tradizione, il sesso, il destino, l’infinito, la “natura” (intesa come ciò che di sacro c’è nel nostro essere umani), il gratuito;
  20. In un testo sacro è necessaria l’allusione o il riferimento esplicito a una dialettica implicitamente classista tra credenti e miscredenti;
  21. Fondare una tradizione, scopo ultimo di un testo sacro, significa spesso ricombinare delle istanze già presenti in una formula più organica e immediatamente condivisibile; l’importante è comunque fornire delle categorie attraverso cui sia possibile leggere o rileggere l’intera esperienza individuale;
  22. È chiaro che più astruso, oscuro, cifrato, indecifrabile sarà un testo più si presterà a essere considerato sacro o comunque consacrabile; eppure queste caratteristiche sono proprie di un testo rigorosamente esoterico; per arrivare alle masse, e quindi essere assolutamente riconoscibili, è necessario l’inserto di componenti narrative, figurali, essenziali, il senso delle quali, se non immediatamente ricavabile, risulti quantomeno ipotizzabile;
  23. Un testo sacro deve rifondare, totalmente o almeno parzialmente, il senso condiviso del bene e del male, del piccolo e del grande, del giusto e dell’errore, del necessario e dell’inessenziale;
  24. Un testo sacro deve essere traducibile, in una tradizione, in immagini, simboli, musiche, altre lingue…
  25. Un testo sacro deve sempre essere, a prescindere dal proprio coefficiente di condivisione o comunque di ritualizzazione, prima di ogni cosa fruibile individualmente, e dare al lettore la sensazione di essere solo con se stesso, come davanti a uno specchio;
  26. Un testo sacro deve sempre suggerire al lettore l’idea di poterne concepire uno migliore;
  27. L’autore di un testo sacro si deve rassegnare all’idea di essere meno importante del frutto del proprio lavoro;
  28. Un testo sacro è sempre l’organizzazione ottimale di una preghiera; chi lo concepisce dovrebbe farlo tenendo ben ferma nei propri propositi l’ipotesi di realizzazione di tale preghiera;
  29. Dopo aver scritto un testo sacro non si torna indietro: si può solo diventare eretici (vedi punto 27);
  30. Non esistono interpretazioni giuste o sbagliate di un testo sacro, ma solo istanze più o meno condivisibili, passaggi più o meno adeguati rispetto all’epoca storica cui il testo sacro si offre;
  31. Il paratesto di un  testo sacro è dato da un’insieme di condizioni imprevedibili cui il testo sacro non può che sottostare;
  32. Un testo sacro fonda una serie di costumi e atteggiamenti che possono mutare nel tempo, a scapito di un approccio filologicamente corretto al testo stesso;
  33. Ogni testo può divenire sacro, ma affinché ciò avvenga come tale deve essere diffuso, e gli stessi canali di diffusione devono in sé avere delle forti componenti di ieratica autorevolezza;
  34. La necessità di un testo sacro si legge nella vacuità degli sguardi di chi ci circonda;
  35. Non sempre è necessaria una verità per concepire un testo sacro; spesso è sufficiente l’ansia di negarne un’altra;
  36. Un testo sacro offre continui appigli per l’immedesimazione del lettore, spesso rappresentati dalla trasfigurazione di esperienze comuni a tutti: la nascita (il battesimo), l’infanzia (la prima comunione), la fertilità (la cresima), la maturità (il matrimonio), la morte (l’estrema unzione), la colpa (la confessione); altre volte la sacra scrittura fa riferimento alla quotidianità (si vedano le cinque preghiere obbligatorie per il buon mussulmano), o al ricorrere dei cicli produttivi (le varie festività annuali);
  37. Un testo sacro deve offrire scampo al lettore, fosse anche nobilitando la sua condizione tragica;
  38. Un testo sacro è una menzogna ben articolata, ispirata dal proprio senso di appartenenza al genere umano, e a una tradizione in particolare di cui si percepisce come intollerabile il silenzio;
  39. Un testo sacro si tiene sul comodino a fianco al letto, e deve propiziare bei sogni;
  40. Un testo sacro svela verità innominabili, e deve indurre incubi fatali.
Nella categoria : riflessioni
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