Amleto è il teatro. Il Teatro dell’Odio è odio. Si impone una rilettura integrale della pièce shakespereiana, in quanto contenente animi, simboli, strutture, contesti e parole in grado di costituire, opportunamente reinterpretati, la summa delle istanze del Teatro dell’Odio. Non si vuole attribuire al Guglielmo elisabettiano nessuna profetica dote di precursore; estranee all’opera di riuso saranno ogni sorta di contestualizzazione storica, psicologica o filologica del testo di partenza. Il testo è dato. Ricrearlo lasciandolo immutato, novelli Pierre Menard, è il compito che ci prefiggiamo. Abbandonata come inutile puttana l’allegoria, lasciata ai sacerdoti dello status quo l’anagogia, l’approccio figurale consacra il Principe di Danimarca come mascotte della nostra Sacra Rappresentazione, il Cristo perduto, il più umano che divino, l’Uomo totale che lascia a Dio l’Altro.

Per sommi capi:
1) Amleto crea la magia dell’odio, riducendo la propria intera esistenza a elemento di dissacrazione, sospetto, derisione, contraddizione, morte. In una progressiva discesa negli inferi della finzione, la sua follia assurge a santità nella messa in scena dell’omicidio paterno, laddove il Teatro dell’Odio aspira a un palcoscenico in cui si narri del delitto che ogni spettatore ha commesso contro sé stesso.
2) Amleto incarna l’ideale aristocratico e antistorico che lo conduce a assumersi pienamente la responsabilità del suo disegno catartico.
3) Del “tutto il resto è silenzio” si pasce l’esaurimento del Male.
4) Del “c’è del marcio” si pasce l’aspirazione al Bene.
5) Il fantasma…spirito benigno o maligno…nessuno lo sa. È solo il richiamo a qualcosa che non essendo più non è mai stato, e quindi va vendicato, o ri-vendicato.
6) La madre, la vita stessa, la condicio sine qua non, colei che si ama con testa, gola, cuore, stomaco e cazzo. Colei che tradisce ciò che non è perché pure deve essere. Il valore apparentemente assoluto da relativizzare con l’Odio. L’oggetto privilegiato di un amore impossibile. Ciò che si vuole ma non si può avere, l’energia di attivazione dell’Odio, il limine tra desiderio e dannazione, l’Edipo perfettamente totale. Con buona pace di Sofocle.
7) Claudio, la storia, tradotta nel presente. Il potere che si nutre del terrore. La rappresentazione del Bene cui la vita accondiscende, cui la vita si dà.
8) Ofelia, l’amore. La verità incarnata che va scuoiata della propria voce. Così vera da reificare la finzione dell’odio e restarne incinta. Galleggia sul panta rei a promettere il proprio trionfo nel mare dell’indefinita aspirazione. Il suo regno non è di questo mondo. Tardò a capirlo, e imparò la lingua della dannazione scordando di essere l’unica benedizione possibile. Fino in fondo ha interpretato la propria unità con la morte. Non essendo morte ma immortalità.
9) Orazio, il testimone.
10) Rosencrantz e Guildersten, il Gatto e
11) Polonio, o “della comunicazione”. Ucciso come scambiato per un topo nella speranza di essere un re. La comunicazione, ciò che si vuole reale ma che è sempre altro da sé.
12) Laerte. Giuda. La vittima necessaria. L’ombra di Amleto. Amleto senza il “cedelmarcio”. Partito speranzoso verso la vita, crede a un padre che lo vuole morto, dubita di un fratello che vorrebbe solo che lui continuasse a credere, ama una sorella che viene condannata pur di non essere deflorata.
13) Jorick, il grottesco dell’ubi sunt. Potente poiché finito, dall’ipotesi delle sue labbra scaturisce il siero pestilenziale di una verità non più pronunciabile e forse mai pronunciata. Una scatola cranica su cui il paleontologo Amleto ricostruisce la propria ipotesi di legittimazione. Un passato che forse non è mai stato, ma muto di fronte alla condanna di profetizzare la distruzione.
14) “Essere o non essere”; il problema non esiste. Esiste il dubbio se essere nell’essere o nel non è.
15) Resta solo un dubbio: Amleto è? O solo incarna. Amleto è ciò che non incarna, il Teatro dell’Odio vuole ciò che non dice. Cristo è immortale solo se muore, onnisciente solo se tace, onnipotente solo se soccombe, onnipresente solo se inesistente.
Non è questo – dicevo – che volevo dire
Parlavo ai corvi e al ghiaccio
Parlavo tacendo.
Mi perdo nel mio potere di essere fermo
E zitto e muto e silenzio e silenzio.
Il mio potere di restare senza parole
Potere che inebria e sazia
Che lascia ai suoni la furia
La boria la storia
Potere che muore sugli allori di ogni istante.
Dare nomi non mi piace, sogno
Parole che rendano vuoto il vaso
Pronto all’uso.
Non so come vi chiamate – dicevo –
E uccidevo. Non so. E sapevo.
Mia la gioia, mio il dolore. Mio il mondo.
E nel deserto morivano inutili fiori
Senza frutto. Peccato perché peccare
È inutile. Peccare è la vita. Amo
Le immagini che non so più dire.
Immaginate – dicevo – di immaginare,
di tornare a sognare. Ma io sognavo. Io vedo.
Dicevo – guardate!
Oltre al bene e al male, al vecchio e al nuovo,
oltre alla terra e al cielo, all’acqua e al fuoco,
oltre me e te, oltre l’altro che non c’è,
oltre la realtà. Oltre l’ostacolo. Oltre la guerra.
Oltretutto c’è il Tutto. Intangibile
Come l’imene di una suora-bambina.
Amici, amanti, amori, sodali, salariati, sfruttati,
defraudati, vilipesi, maniacali, celebrolesi,
profondi alcolisti della nuova era, ottusi idoli,
padri fottetevi! Intangibile
come la gioia di un paramecio in formalina.
È lì, non vedete? – dicevo – non sentite?
Non volete sapere ANCORA? No. Non volevano.
E nel mio deserto di parole fioriva la carne.
Non volete? - dicevo – La verità?
Sì. Raccontacela.
E tacevo.
Siamo un esercito. Non lo sappiamo neppure. E siamo in guerra.
Siamo circondati, ma nessuno ci vede.
Ci hanno allevati loro. Siamo cresciuti nella convinzione di poter essere noi stessi, ma ci hanno lasciato da soli a specchiarci nei nostri ruoli, e non ci piacciamo. Preferiamo combattere. Difendere un’ipotesi di noi stessi. Stracciare le maschere che hanno appiccicato sui nostri specchi. Chi è stato? Chi sono loro? Quelli che non lo sanno, o che fanno finta di non sapere. Quelli che hanno qualcosa da perdere: le loro catene. Quelli che trascinano la loro vita certi di avere ragione, e quelli che, più forti e saggi, sbagliano di nascosto. Quelli che fanno la cosa giusta al momento giusto, e se ne vantano. Quelli che non lasciano scampo, che vivono di leggi non scritte, che nel silenzio crescono mostri. Quelli che immaginano solo il meglio. Che parlano da sempre la lingua più comprensibile a tutti.

La nostra ansia di identificazione e riconoscimento rappresenta ciò che ci unisce. Non siamo mai stati nulla per nessuno. E ora eccoci, a portare aste senza bandiere. Tanto più leggere quanto più pesanti.
Le parole che ci hanno tolto con la forza di una lunga, ossessiva, coatta, univoca educazione saranno la loro rovina, perché le abbiamo serbate intatte nella nostra coscienza di essere “sbagliati”. E siamo pronti a rovesciargliele addosso. Siamo l’errore che non dovevano commettere. Loro non ci conoscono. Siamo i loro figli, e rosicchieremo centimetro per centimetro la terra sotto ai loro piedi profumati.
Noi odiamo, loro disprezzano. Noi amiamo, loro si divertono. Noi soffriamo, loro si deprimono. Noi lottiamo, loro vincono. Noi urliamo, loro discutono. Noi siamo orgogliosi, loro predicano l’umiltà. Noi abbiamo i cieli, loro le Chiese. Noi sbagliamo tutto, loro fanno poco e bene. Noi facciamo le pentole, loro i coperchi. Noi siamo soli, loro male accompagnati. Noi siamo schiavi, loro liberi di pensare la libertà. Noi abbiamo paura di vivere, loro ridono morendo. Noi ci evitiamo, loro si cercano. Noi viviamo tra le macerie, loro distruggono. Noi siamo violenti, loro sadici. Noi siamo loro, ma loro non sono noi.
Non c’è uno scontro tra coscienze, ma tra la coscienza e l’incoscienza.
Non si combatte per la libertà, ma per abbattere la finzione.
Non vogliamo il potere, ma l’egemonia sui sogni.
Non proponiamo neppure la possibilità di un mondo diverso; pretendiamo, piuttosto, di riscoprire le luci di quello in cui viviamo raccontandone le ombre.
L’odio è la nostra arma. La brandiremo contro tutti coloro che frappongono le proprie certezze tra il rispetto per sé stessi e la paura degli altri. Sguinzaglieremo i nostri cani affamati sui loro cadaveri ricoperti di zucchero. Affonderemo gli artigli nella melma dei loro sorrisi. Strapperemo la lingua a chi vorrà darci un nome. Bruceremo i loro occhi ciechi, le loro bocche cucite, le loro intelligenze artificiali, i loro assolutismi a buon mercato. Tortureremo la barbara ovvietà delle loro vite.
Grande festa di fate morte
Sul pendio del Domineddio
Fate sbronze di lisciva e rhum
Fate con fiche circoncise e improprie virtù
Sfinteri di bambù, anche introflesse,
ginocchia rovesciate e ombelichi in sovrappiù.
Satiresche itifalliche lingue disorientate
Umettano lapis clitoridei, e dee, e nulla mai.
Di questa danza serbo traccia
Pacioccone guance rosse e pomelli di latta
Strizzo
Né più mai della fatal quiete traggo l’imago
Su cui sborro d’un de’ lati.
Non ti curar di loro ma trombali
A pecora e a montone finchè lividi sul bastione
Urleranno gioiosi i sinite parvuli.
Corifanti serbano il blues dello “sbronzo ormai”
Che tutti spalmano sulla scena purchè taccia.
Ecco, Laocoonte, la serpe striscia ebbra
Di piscio di tarantola di fiume, di sghimbescio
Rutto afrori nuovi su antiche maschere.
Il medico della peste fu l’unico monatto
A fottersi i morti del bio-eccidio,
come galvanizzato da rane tronche e me.
Stupro, stupro, stupro, ditemi di no,
siate asciutte vulve aride, siate ritrose bocche vogliose,
fuggite alla mia erezione come viziose badesse.
Schiumasse rabbia rabbiose sareste, sarete pregne
Di mostri e tempeste.
Osso per osso, dente per dente, Iddio scarnifica l’attesa
Né più imeni sul suo altare, né più voti per governare,
Aborti in festa, teschi ritorti, un tintinnio di rovine
Su preghiere sputacchiose e zoccole indovine.
Cristo che dalla Croce non fotte
Danza inchiodato la gloria del lunedì,
quando scevri dei peccati emendati
i fedeli sviscerano la palude dei figli,
e
succhia un coglione di Urano insanguinato.
Prometto di peccare, figlio mio, affinché
Il nome di Dio serbi salvato
Il potere di ogni mio peccato.
E del tuo albero faremo una trave
Che della mia lussuria conservi le bave.
E a queste vergini dedicheremo una danza
I cui spruzzi inondino la panza
Di quel Dio che per goderne le concepì.
Seghe su seghe innalzo al cielo
La mia richiesta di perdono.
E bestemmio la luce di uno specchio
Per non scordare chi realmente sono.
A perfect day. Mi alzo all’alba in un silenzio innaturale. L’umanità è scomparsa. Resto io, testimone ai miei stessi occhi, un a-parte che narra a Dio di questo prodigio. E per le strade deserte i resti ingrigiti di un funzionalismo vilipeso.
Prima che la noia mi uccida assaporo una canzone mai composta, le trombe della desolazione, gli archi dell’ineluttabilità, le percussioni della vendetta, la voce del trionfo.
E fino all’ultimo respiro mi turba solo il dubbio circa uno degli infiniti mondi possibili, quello in cui l’unico a scomparire sono io, giorno dopo giorno.
Beati e grazie! Beati gli stupidi sovrani, e i servi sciocchi. Beati gli ipocriti, i millantatori inconsapevoli, i consapevoli demoniaci perseveranti della Nuova Era. Beati gli ingiusti e le loro ingiustizie, beati i carnefici affamati, le vittime sbavanti. Beati quelli che non hanno niente da dire, e quelli che non potrebbero dire nulla nemmeno in un fiume di parole. Beati i tronfi inferiori, gli sciacquapalle del sistema, i finti contestatori. Beati gli antagonisti in poltrona e i protagonisti indaffarati. Beati i complici di ogni delitto, gli assassini con i guanti, i cannibali col dentifricio, gli stupratori col preservativo, gli aguzzini con licenza di uccidere, i preti pedofili, i pecoroni stonati. Beati quelli che non c’entrano nulla, quelli che se ne sono scordati, quelli che non hanno mai saputo. Beati quelli che sputano nel piatto dove si abbuffano, che insultano le cannule che li tengono in vita, che si lamentano delle case che hanno costruito. Beate le canaglie silenziose, i monaci urlanti, gli irresponsabili di comodo. Beati quelli che, senza cazzo, tirano fuori un sacco di attributi fasulli chiamandoli “cultura”. Beate le galline che negano l’esistenza del gallo, e i vedovi allegri che non vedono la fame delle vedove nere. Beati gli indignati che non si riconoscono nelle cause della loro indignazione. Beati gli ignoranti che scoprono il mondo e si mettono in cattedra, che inventano nuove formule per descrivere vecchie assurdità, che confondono altri ignoranti. Beate le spose dell’uomo che le uccide, beati gli schiavi che mordono con denti di burro le eburnee catene di schiave-padrone. Beato chi lecca il tacco dello stivale che lo strazia, beato chi venera il guanto che impugna la frusta. Beati quelli che possono ma temono, e dicono di non volere. Beato chi sta sopra, frantumandosi le unghie nello sforzo di restarci. Beate le cagne in tutù, i mandrilli col naso da clown, i porci dall’alito profumato, le vacche scandalizzate. Beati i mistificatori innocenti, i profeti orgogliosi, i cronisti imparziali che, tuttavia, scelgono di che cosa parlare. Beati i reporter che rischiano la vita in un videogame, i paranoici che si gloriano dei propri fantasmi, i divulgatori di dissacranti luoghi comuni. Beato chi si diverte, ballando sopra a mucchi di cadaveri, ridendo delle proprie tragedie, scopandosi chi non ha altro da dare. Beati i Suffeti del Buon Gusto, gli Arconti dell’Equilibrio, gli oligarchi dell’”in media stat virtus”. Beati i belli e le belle a cui questo basta, e tutti coloro che li convincono che questo basti. Beati quelli che trascorrono la vita davanti a uno specchio, per cui tutto resta un riflesso. Beato chi muore nel tentativo di dimostrare che è come tutti gli altri. Beato chi pensa che “tutti gli altri” esistano. Beato chi vive delle altrui opinioni, e che le cambia come le mutande dopo una scopata insoddisfacente. Beato chi, per una scopata, scomoda il cosmo e le sue leggi. Beati i nostalgici di un passato peggiore, i fiduciosi di un futuro anonimo, gli entusiasti di un presente melmoso. Beati i soddisfatti finché va tutto bene, che lo sono altrettanto quando va tutto male perché loro erano stati i primi a dirlo che le cose non potevano andare avanti così. A loro scrivo. Per loro vivo.
O sì lo so
O sì lo so
Lance in resta
Che i negri fanno la fila
Per romperci il culo
Come se la nostra ultima verginità
Valesse un simile sforzo.
O sì lo so
Che sono decenni che si canta la caduta
Ma non per questo
Si è mai smesso di precipitare.
O sì lo so
Che al male non c’è mai fine
Se non nella nostra boria
Di voler narrare il bene
A qualsiasi costo.
O sì lo so
Che non c’è più nulla da dire
Come se tutti tacessero
Umili come lepri ferite
Di fronte a questa verità.
O sì lo so
Che la comunicazione è scienza
Ma c’è una scienza che non si può dire
Nascosta nelle angosce di chicchessia
Palese nei miei grugniti.
O sì lo so
Che la musica è ritmo
Ma la morte è aritmia
E la gente non muore ballando
Bensì alla ricerca del tempo perduto.
O sì lo so
Che fumare fa male
È solo un male che acconsente
Contro un universo di male
Profondamente ostile.
O sì lo so
Che spaccar musi nell’era della rinoplastica
Non ha più alcun senso
Ma non sottovalutate
L’amore per le formalità.
O sì lo so
Delle vostre patetiche scorie
È che la vostra fisiologia
Mi ridona la fiducia perduta
Per le verità non testimoniate.
O sì lo so
Che gli ultimi cantori
Sono morti
Ma so pure di una musica immortale
A caccia di miti.
È necessario comporre un nuovo testo sacro. C’è un millennio in corso privo della sua consacrazione. Le generazioni future pretenderanno legittimamente di avere a disposizione qualcosa di credibile da cui dedurre l’esistenza di chi li ha preceduti. Prendiamo in esame i modelli, le Upanishad,