“In quel tempo vi erano i giganti sulla terra e ve ne furono anche dopo che i figli di Dio si erano uniti alle figlie degli uomini, e da queste nacquero loro dei figli. Sono essi quegli eroi famosi fin dai tempi antichi.”
Bibbia, Genesi 6, v. 4

I Giganti hanno la testa tra le nuvole e i piedi per terra.
I Giganti ci vedono lontano, abbastanza per non calpestare merde per strada.
I Giganti hanno il cazzo lontano dal cuore.
I Giganti non hanno nemici, ma molto onore.
I Giganti sono molto attenti quando camminano nei negozi di cristalli.
I Giganti non fanno rumore.
I Giganti hanno bisogno di spazi aperti.
I Giganti scoreggiano determinando cataclismi.
I Giganti abbracciano il male e il bene.
I Giganti combattono con ardore e noncuranza.
I Giganti sono troppo grandi per la morte.
I Giganti hanno il terrore dei nani.
Il mondo è pieno di nani, con i piedi per terra O con la testa tra le nuvole.
Tutti pensano di essere Giganti.
Non potete immaginare quanto io senta lontane da me le cose che mi trovo costretto a fare in questo periodo (il fatto stesso che io selezioni lemmi come “fare” e “cose” dimostra il mio indiscriminato disprezzo per le mie recenti attività). Ma tant’è…ubi maior…Comunque trovo un’operazione catartica e salvifica, in assenza della lucidità necessaria per postare dei contributi originali, creare mano a mano il corpus della tradizione del Teatro dell’Odio. Sono, oltretutto, in attesa di integrazioni da parte del caro Ministro della Dialettica tra Epifania e Mitopoiesi, quindi il processo in atto avrà uno sviluppo piuttosto dilatato nel tempo. Oggi vorrei proporvi, con l’idea di rendere omaggio al mio e al vostro fine settimana, uno dei racconti che ho riletto più volte, il capolavoro di poetica di Poe; non parlo de Il gatto nero, dell’ultra-antologizzata La maschera della Morte Rossa o di tutte quelle perle da cui, negli anni Sessanta, quel “mostro” di Vincent Price trasse lo spunto per le sue memorabili pellicole. Mi riferisco a Re Peste, apparentemente poco più di un divertissmant, in realtà una costruzione perfetta, la congiunzione tra delirio e allegoria (come l’autore tiene a specificare, con raffinata ironia, nel sottotitolo). Ricordo che da adolescente consideravo il delirio come la “struttura della speranza”, né oggi ho più di tanto abbandonato questa ipotesi. Qui, signori, c’è l’essenza del grottesco, si tratta della formulazione chiave del genere, di fronte alla quale persino il buon Rebelais appare come un corollario, per quanto necessario. Il “grottesco” è quel contesto, quell’ambito estetico, quel modus operandi in cui il riso sprofonda nella sua stessa visceralità, per divenire, citando Herzen, davvero “rivoluzionario”. Ecco…delirio, allegoria, grottesco, rivoluzione…una costellazione semiologica in cui inserire il ghigno di Poe. Lo troverete, al solito, su www.teatrodellodio.splinder.com.

Ripropongo oggi un vecchio intervento, introduzione quanto mai opportuna e necessaria al testo scaricabile da ora su www.teatrodellodio.splinder.com, ovverosia Amleto.

Amleto è il teatro. Il Teatro dell’Odio è odio. Si impone una rilettura integrale della pièce shakespereiana, in quanto contenente animi, simboli, strutture, contesti e parole in grado di costituire, opportunamente reinterpretati, la summa delle istanze del Teatro dell’Odio. Non si vuole attribuire al Guglielmo elisabettiano nessuna profetica dote di precursore; estranee all’opera di riuso saranno ogni sorta di contestualizzazione storica, psicologica o filologica del testo di partenza. Il testo è dato. Ricrearlo lasciandolo immutato, novelli Pierre Menard, è il compito che ci prefiggiamo. Abbandonata come inutile puttana l’allegoria, lasciata ai sacerdoti dello status quo l’anagogia, l’approccio figurale consacra il Principe di Danimarca come mascotte della nostra Sacra Rappresentazione, il Cristo perduto, il più umano che divino, l’Uomo totale che lascia a Dio l’Altro.
Per sommi capi:
1) Amleto crea la magia dell’odio, riducendo la propria intera esistenza a elemento di dissacrazione, sospetto, derisione, contraddizione, morte. In una progressiva discesa negli inferi della finzione, la sua follia assurge a santità nella messa in scena dell’omicidio paterno, laddove il Teatro dell’Odio aspira a un palcoscenico in cui si narri del delitto che ogni spettatore ha commesso contro sé stesso.
2) Amleto incarna l’ideale aristocratico e antistorico che lo conduce a assumersi pienamente la responsabilità del suo disegno catartico.
3) Del “tutto il resto è silenzio” si pasce l’esaurimento del Male.
4) Del “c’è del marcio” si pasce l’aspirazione al Bene.
5) Il fantasma…spirito benigno o maligno…nessuno lo sa. È solo il richiamo a qualcosa che non essendo più non è mai stato, e quindi va vendicato, o ri-vendicato.
6) La madre, la vita stessa, la condicio sine qua non, colei che si ama con testa, gola, cuore, stomaco e cazzo. Colei che tradisce ciò che non è perché pure deve essere. Il valore apparentemente assoluto da relativizzare con l’Odio. L’oggetto privilegiato di un amore impossibile. Ciò che si vuole ma non si può avere, l’energia di attivazione dell’Odio, il limine tra desiderio e dannazione, l’Edipo perfettamente totale. Con buona pace di Sofocle.
7) Claudio, la storia, tradotta nel presente. Il potere che si nutre del terrore. La rappresentazione del Bene cui la vita accondiscende, cui la vita si dà.
8) Ofelia, l’amore. La verità incarnata che va scuoiata della propria voce. Così vera da reificare la finzione dell’odio e restarne incinta. Galleggia sul panta rei a promettere il proprio trionfo nel mare dell’indefinita aspirazione. Il suo regno non è di questo mondo. Tardò a capirlo, e imparò la lingua della dannazione scordando di essere l’unica benedizione possibile. Fino in fondo ha interpretato la propria unità con la morte. Non essendo morte ma immortalità.
9) Orazio, il testimone.
10) Rosencrantz e Guildersten, il Gatto e
11) Polonio, o “della comunicazione”. Ucciso come scambiato per un topo nella speranza di essere un re. La comunicazione, ciò che si vuole reale ma che è sempre altro da sé.
12) Laerte. Giuda. La vittima necessaria. L’ombra di Amleto. Amleto senza il “cedelmarcio”. Partito speranzoso verso la vita, crede a un padre che lo vuole morto, dubita di un fratello che vorrebbe solo che lui continuasse a credere, ama una sorella che viene condannata pur di non essere deflorata.
13) Jorick, il grottesco dell’ubi sunt. Potente poiché finito, dall’ipotesi delle sue labbra scaturisce il siero pestilenziale di una verità non più pronunciabile e forse mai pronunciata. Una scatola cranica su cui il paleontologo Amleto ricostruisce la propria ipotesi di legittimazione. Un passato che forse non è mai stato, ma muto di fronte alla condanna di profetizzare la distruzione.
14) “Essere o non essere”; il problema non esiste. Esiste il dubbio se essere nell’essere o nel non è.
15) Resta solo un dubbio: Amleto è? O solo incarna. Amleto è ciò che non incarna, il Teatro dell’Odio vuole ciò che non dice. Cristo è immortale solo se muore, onnisciente solo se tace, onnipotente solo se soccombe, onnipresente solo se inesistente.

Oggi, per la nostra rassegna bibliografica, posterò su www.teatrodellodio.splinder.com un testo cui sono legato sin dall’adolescenza: Le nozze di Erodiade di Mallarmé. L’autore, tra i più noti simbolisti, è conosciuto per liriche ampiamente antologizzate come Brezza Marina, il cui celeberrimo incipit (“La chair est triste, hélas! et j’ai lu tous les livres.”) è divenuto lo slogan preferito degli intellettualini depressi. Altrettanto noto ma meno letto è il poemetto Il pomeriggio di un fauno, che ha il pregio di rappresentare una sorta di enciclopedia dell’immaginario simbolista. Molto meno conosciuto è il frammento che oggi offro alla vostra attenzione; un riuso accorto dell’incompiuto Le nozze di Erodiade conduce direttamente al passaggio, tutto tardonovecentesco, dal simbolo all’allegoria. La condizione del soggetto che rifiuta l’alterità, dilaniato tuttavia dalla sotterranea consapevolezza di essere altro persino a sé stesso, che dialoga con lo specchio dimostrando la propria precarietà ontologica e che giunge a immolare la propria fisiologia sull’altare dell’incorruttibilità…una tentazione che pervade quotidianamente molti contemporanei: l’inedia come rivolta. Io vi leggo il potere del sacrificio in tutta la sua luminosità. Ma è solo un riuso. A Mallarmé interessavano più gli equilibri interni del testo, e le vicende della sua Eroina non fanno che ripetere ossessivamente la sua angoscia di “artista puro” votato alla Musa dell’autoreferenzialità:
“Nutrice:
Come
Pensare mai, ancora più implacabile
E supplicante, se non tra terrori
Oscuri, il dio atteso dallo scrigno
Della vostra bellezza! E per chi dunque,
Divorata d'angosce, conservate
Lo splendore ignorato ed il mistero
Vano del vostro essere?
Erodiade:
Per me.”
Non è questo un periodo in cui riesco più di tanto, a causa di altri impegni, e di un umore decisamente nero, a lavorare con la dovuta dedizione al blog. Ne approfitto quindi per continuare a postare, su www.teatrodellodio.splinder.com, alcuni dei libri inseriti nella bibliografia minima.
È giunto il turno di Adorno. Ricordo che una decina di anni fa andai a Francoforte. L’Università non mi rese la sensazione della grandezza dei pensatori che aveva ospitato. La solennità del cimitero sì. Mi fumai una dolcissima sigaretta di fronte alla lapide del buon Theodor, e lo ringraziai della sua dialettica negativa, come si conviene a un padre generoso. Oggi vi propongo i suoi Minima Moralia, un documento umano struggente, in cui il pensiero critico si confonde con l’esistenza determinando una simbiosi indissolubile. Sono quei libri che danno l’esempio, libri che sono martìri. È l’unico testo che davvero tengo sul comodino accanto al letto, anche se di solito serve per reggere il posacenere. Gustatevelo in intimità. La sua struttura, peraltro, si presta alla lettura sulla tazza del cesso. Non sottovalutate questa gustosa ipotesi. Non mi soffermo oltre, se non per denunciare con sdegno l’abuso che del titolo di questo Testo Sacro ha fatto quell’osceno personaggio che risponde al nome di Battiato, un individuo così brutto, esteticamente e moralmente, da non riuscire a essere neppure demoniaco, falso fino nel midollo, ma inutilmente, giacché crede nella propria menzogna.

DIVENTA ANCHE TU ESEGETA!
Oggi, su www.teatrodellodio.splinder.com, in omaggio per voi
Propongo ai lettori del blog una bibliografia minima da cui ricavare i riferimenti teorici e culturali del Teatro dell'Odio. Di tanto in tanto, sul "sito-madre" (www.teatrodellodio.splinder.com) verrà postata integralmente una delle opere contemplate dalla bibliografia che segue.
Bibliografia minima del Teatro dell’Odio
AA.VV. –
Adorno, Theodor Ludwig Wiesengrund – Minima moralia
Artaud, Antonin – Ci-gît
Bachtin, Michail Michajlovič – L’opera di Rebelais e la cultura popolare
Barthes, Roland - Sade, Fourier, Loyola. La scrittura come eccesso
Bataille, Georges – La parte maledetta
Baudelaire, Charles – Lo spleen di Parigi
Baudrillard, Jean - Il patto di lucidità o l’intelligenza del male
Beckett, Samuel – L’innominabile
Benjamin, Walter - I 'passages' di Parigi
Blake, William – Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno
Borges, Jorge Luis – Finzioni
Bradbury, Ray – Fahrenheit 451
Büchner, Georg – Morte di Danton
Burroughs, Wiliam – Il pasto nudo
Camus, Albert – L’uomo in rivolta
Céline, Louis-Ferdinand – Viaggio al termine della notte
Cioran, Emile – La caduta dal tempo
Crowley, Aleister – Magick
Debord, Guy Ernest – La società dello spettacolo
Deleuze, Gilles e Guattari, Felix – L’anti-Edipo
Dostoevskij, Fedor Michajlovic – I demoni
Eliot, Thomas Stearns – La terra desolata
Eraclito – Frammenti
Eschilo – Prometeo incatenato
Evola, Julius – Rivolta contro il mondo moderno
Foucault, Michel – Le parole e le cose
Freud, Sigmund – Al di là del principio del piacere
Fromm, Erich – Avere o essere?
Genet, Jean – I negri
Ghelderode, Michel de – La ballata del Gran Macabro
Goethe, Johann Wolfang von – Faust
Houellebecq, Michel – La possibilità di un’isola
Huxley, Aldous – Il mondo nuovo
Huysmans, Joris Karl – Controcorrente
Jarry, Alfred – Ubu Re
Jünger, Ernst – Il trattato del ribelle
Kafka, Franz – Racconti
Kane, Sarah - Febbre
Kierkegaard, Soren – Il concetto di angoscia
Lautrèamont, Isidore Lucien Ducasse – I canti di Maldoror
Lovecraft, Howard Philips – Storia del Necronomicon
Lucrezio, Tito Caro – De rerum natura
Lyotard, Jean-François – La condizione postmoderna
Mallarmé, Stéphane – Le nozze di Erodiade
Marcuse, Herbert – Eros e civiltà
McLuhan, Herbert Marshall – Gli strumenti del comunicare
Michelet, Jules – La strega
Miller, Henry – Primavera nera
Milton, John – Paradiso Perduto
Nietzsche, Friedrich Wilhelm – La volontà di potenza
Pareyson, Luigi – Dostoevskij
Pasolini, Pier Paolo – Scritti corsari
Poe, Edgar Allan – Re Peste
Praz, Mario – La carne, la morte e il Diavolo
Rebelais, François – Gargantua e Pantagruele
Rimbaud, Arthur – Una stagione all’Inferno
Sade, Donatien Alphonse François de – Le 120 giornate di Sodoma
Sartre, Jean-Paul – Il muro
Schreber, Daniel Paul – Memorie di un malato di nervi
Shakespeare, William - Amleto
Stirner, Max – L’Unico e la sua proprietà
Tolkien, John Ronald Reuel – Il Silmarillion
Vigny, Alfred de – Poemi
Volponi, Paolo – Le mosche del capitale
Wirth, Oswald – I tarocchi

In questo Santo Giorno, dedicato alla preghiera e alla meditazione, mi concedo un breve pensiero, neppure troppo originale, intorno al Mistero della Croce.
Personalmente non ce l’ho con Gesù, né voglio essere blasfemo, anche perché di Gesù tutto e niente si può dire: un corpo vuoto in cui sono state poste da diverse tradizioni tante di quelle anime contrastanti da disperderne il senso. Gesù è solo un simbolo. Mi stava simpatico quello del musical Jesus Christ Superstar, un po’ sfigato, strabichetto, neppure dotato di una gran voce, oscurato letteralmente dal carsima di Giuda, Simone, Kaifa o Erode, sballottato tra i capricci del Padre silente e la furia del popolo chiassoso…
Sì, insomma, Cristo è solo un simbolo, un contenitore. E ancora più simbolica è
È noto come la crocifissione sia stata una pratica alquanto diffusa nella latinità, e molti prima di Cristo sono finiti inchiodati sulla pubblica via. L’esempio celebre a cui voglio rifarmi è quello degli schiavi in rivolta contro l’Impero, capeggiati da Spartaco. Sei mila di loro, nel

Ma che succede? Mario ha vinto! Come può essere accaduto? Allora avevo ragione a mettere sullo stesso piano le Elezioni Politiche con la democrazia diretta proposta dal GF! Se non altro sul piano del riscontro. Cioè…in Italia si vota l’asse Berlusconi/Bossi per governare il Paese ma poi, quando si tratta di eleggere una figura ideale, si privilegia la franchezza senza compromesso di Mario alla faccia da “Milano da bere” di Christine, o al patetico e anacronistico richiamo ad antichi valori fraintesi di Gian Filippo, l’ultimo colonialista. E che finale è? Teresa contro Mario, fino all’ultimo. La finale dei falliti, dei poveracci, dei semplici. Si intende, televisivamente parlando. Ma ciò non toglie il fatto che sia contraddittorio riconoscersi in Mario e, contemporaneamente, voler essere governati da Silvio. Certo, le logiche del voto sono diverse. Allora forse si tratta di legge elettorale. Ne deriva la mia proposta di riforma, sempre che se ne intenda ancora parlare dopo l’indiscutibile trionfo dello Squalo Nazionale. Vi espongo il progetto di legge:
a tre mesi dalla fine della legislatura ogni forza politica sceglie un candidato premier. I candidati vengono rinchiusi in una casa attrezzata a trattenerli come ospiti per novanta giorni, costretti alla sopravvivenza (sì, ci metterei anche un po’ di Isola dei Famosi). Settimanalmente vengono sottoposti a svariate prove, anche di carattere culturale, e vincolati al confronto su specifiche tematiche politiche. Il pubblico da casa li vota. Onde evitare disguidi, ogni cittadino potrà mandare un solo sms a settimana (me lo vedo Letta a spendere un migliaio di euro al giorno in ricariche per il cellulare…). Eliminazione settimanale di un candidato finché non ne resti uno solo: il premier. I seggi del Parlamento possono venir ripartiti proporzionalmente all’ordine di uscita. Per me funziona. Se non altro ritengo che i margini di ambiguità comunicativa siano ridotti rispetto a quelli di una tradizionale campagna elettorale. Quasi quasi faccio partire una raccolta di firme…

L’entusiasmo è una condizione rara, di questi tempi. È compatibile con una dimensione privata e quotidiana, ma alquanto refrattaria alle dinamiche che stanno subito oltre la porta della mia adorata mansarda. Danilo Soscia, il mio Virgilio nell’Inferno delle Lettere, mi ha ridonato il piacere di guardare fuori dagli abbaini incrostati di guano. È appena uscito il suo libro, Condomino. Non esito a definirlo irrinunciabile. Grido al capolavoro, e vorrei avere più voce. Ho avuto, a suo tempo, l’onore di scorrerne le bozze, e lo dico solo per il merito che ciò mi procura. Mi danno a cercare le parole per rendere l’idea di quanto c’è dentro. Partirò da Danilo; è in gran parte dalla mia dialettica con lui che è nato il Teatro dell’Odio, e la sua isterica delicatezza ne ha determinato alcune connotazioni imprescindibili, come la proiezione verso il futuro, la claustrofobia del presente, l’amore per l’allegoria, il fascino delle macerie. Tutto questo c’è, in Condomino, strutturato in un percorso sospeso e gravoso, obbligato; la condizione di un soggetto sempre frainteso riflessa sulla lama della Spada di Damocle, sul cui filo corre scalzo l’autore. Questo è quanto. Compratelo.